08 November 2019

A 30 anni dalla caduta del Muro, cavernicoli nella politica fantascientifici nella tecnica

    Written by

  • Amelia Cartia

«L’ultima volta che ho pianto fu nel 1979 a Berlino, quando salii sulla torre della tv e sotto di me vidi il Muro: questa lama, la rappresentazione simbolica di un’umanità tagliata. Un rasoio che divideva in due una città che, è vero, era stata la capitale del Nazionalsocialismo, ma era anche una città moderna. Era una visione così drammatica».

Fabio Mussi, filosofo, già Ministro dell’Università e Ricerca, racconta il suo 9 novembre, la caduta del Muro di Berlino.

«Trent’anni fa - racconta - ero membro della segreteria nazionale del PCI. Quando crolla il Muro ero al massimo livello di responsabilità politica, ed ero uno di quei comunisti che guardavano con ostilità al socialismo sovietico e a quel blocco di Paesi tenuti insieme con la forza. Il 9 novembre dell’89 provai sollievo, urgenza e speranza. Sollievo perché cadeva il simbolo di un mondo diviso e di un dispotismo. L’urgenza era quella di una responsabilità che esplose. È vero che il PCI è stato l’eretico della chiesa comunista sovietica, ma l’eresia ha senso finché non cade la chiesa…».

La caduta del Muro di Berlino

La caduta del Muro di Berlino

…ma il dibattito sull’operaismo, il marxismo, la teoria alla prova della realtà?

«Non focalizziamoci su operaismo e marxismo, pensiamo agli esiti. Bisognava fronteggiare questo grande evento cui seguì il crollo di un sistema: ma cambiare il nome è simbolico di un cambio di prospettiva, di posizione storica».

Dice di non pensare alla deriva dell’operaismo. Perché?

«Attenzione al tema dell’operaismo, perché come ha detto un grande capitalista, Warren Buffet, “la lotta di classe esiste, e la mia l’ha vinta”. Questa ideologia che fu tirannica era stata in origine una teoria dell’emancipazione. La speranza era che finisse lo spirito di guerra che ha alimentato tutta la vicenda del 900: fu delusa perché il capitalismo s’è sviluppato in forma di rapina. Mai ci sono stati al mondo tanti proletari come ora: quando Marx diceva Proletarier aller Länder, vereinigt euch! (proletari di tutto il mondo, unitevi!), erano una minoranza tra Prussia, Gran Bretagna e Russia. Oggi il lavoro dipendente e il lavoro intellettuale pagato a condizioni di proletariato riguarda miliardi di persone. È caduta è la coscienza di classe, la società si è fatta liquida, ma il problema tra lavoro e capitale resta. Il lavoro è diventato, come scriveva Gallino, la merce più vile».

Nella Germania Est esisteva un welfare: c’era comunque un’attenzione all’umano, nella dittatura della produzione?

«C’era una forma di welfare pagata a caro prezzo. Chi ha visto il film Le vite degli altri, sulla delazione e il controllo, sa che c’era una certa assistenza e che qualcosa si mangiava tutti, ma a costo di un regime in cui nessuno poteva alzare la testa. Il welfare è la giù grande invenzione politica, ma senza libertà non funziona».

Come se in quella società fondata sull’ideologia del lavoro il senso dell’uomo si spostasse fuori dall’uomo: nella macchina e nella società?

«Non è un’invenzione del vecchio Comunismo lo spostamento dell’umano verso la macchina, verso la tèchne. L’antico mito greco contiene integralmente il problema. Quando Prometeo ruba il fuoco agli dei, lo fa per riparare i danni del fratello scemo Epimeteo il quale ha ricevuto dagli dei una cornucopia di doni da dare ai viventi, e inizia a distribuire ali agli uccelli, veleno ai serpenti, denti ai leoni. Quando arriva alla scimmia nuda che è l’uomo non ha più niente. Allora Prometeo ruba il fuoco, che è la tecnica, e Zeus accortosi del furto lo punisce con una pena eterna e dolorosissima. Zeus è incerto se ritirare il dono rubato, e manda Hermes con un altro dono: la tèchne politichè, la politica, la sola cosa in grado di correggere la tecnica. Che si regge su due pilastri: dike, la giustizia, e aidos, il pudore. Senza giustizia e pudore non c’è politica e la tecnica domina sull’umano».

Il mito di Prometeo

Il mito di Prometeo

La salvezza non è nell’episteme, la scienza, ma nella politica?

«Sì. La cosa preoccupante è che dopo la grande crisi del ’29 dei provvedimenti di riforma erano stati presi, e forse questa è stata la sfida dell’Unione Sovietica, che era la sfida di un sistema alternativo rispetto al capitalismo. Il capitalismo stesso si riformò».

Un capitalismo che resta inadempiente nell’epoca della modernità compiuta.

«Adesso sì. Dopo la crisi del 2007/2008 - che ha avuto gli effetti di una guerra mondiale - sulla società non è stato fatto niente, per cui oggi galleggiamo in un mondo in mano a politici matti, da Trump a Erdogan, in cui l’umano subisce vari sfruttamenti. Non che io ce l’abbia con la tecnica. Ma penso che abbia bisogno della scienza politica. Guardo con allarme al fatto che noi possediamo oggi una tecnica da fantascienza, operiamo l’editing genomico, possiamo intervenire sul codice della vita, e abbiamo invece una politica da uomini delle caverne. In questo décalage tra una tecnica proiettata al futuro e una politica incatenata al passato c’è un rischio catastrofico».

In che modo è cambiata la cultura industriale?

«Era già cambiata perché già nell’80 Reagan e Thatcher avevano aperto a un capitalismo con pochi vincoli, la caduta dell’89 dà un ultimo colpo a quella che era stata l’ossatura della politica economica sovietica. L’industria si muove sempre dentro quadri politici. Se si alzassero oggi - come è possibile - muraglie daziali per decisione politica, anche l’industria cambierebbe in tutto. Sbaglio?».

L’interrogativo di Mussi solleva la questione. Prometeo o Epimeteo? Questo è il dilemma

Risultati immagini per fabio mussi

Fabio Mussi
Politico italiano, già presidente di Sinistra Democratica e attualmente membro di Sinistra Italiana

Share on social networks

Our Magazine

Civiltà delle Macchine

Last issue New Edition
Copyright © 2019 Leonardo S.p.A. Privacy & Cookie Policy