03 December 2019

Le Marche: l'Italia in una regione

    Written by

  • Pietro Marcolini

Sono cambiati molti dei “fondamentali” che caratterizzavano il funzionamento della nostra economia, tanto da dover riconsiderare la consunzione stessa del “modello marchigiano” già sfibrato alla fine degli anni ‘90.

Quello che era un tempo definito un modello economico e sociale, nella terra delle armonie, il celebrato sistema dei distretti industriali, sta diventando un campo di osservazione della crisi contemporanea: come diceva Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia: le Marche ,”l’Italia in una regione”.

Con la crisi del 2007-2008 entrano in stallo e poi in gravi difficoltà, gli elementi su cui il modello economico e sociale marchigiano aveva poggiato e, cioè, una capacità straordinaria di produzione ed esportazione, una spiccata vocazione all’imprenditorialità, sostenuta da un giovane e generoso mercato del lavoro e una robusta armonia sociale.

Tre i fenomeni di portata globale alla base della crisi

  1. la concorrenza aperta dei paesi dell'est europeo, dopo la caduta del muro di Berlino nell’89 e il progressivo allargamento dell’Unione Europea;

  2. nel 2001, l'apertura oramai definitiva ai grandi mercati internazionali delle nuove superpotenze, come la Cina e l'India, e dei paesi emergenti, come il Sudafrica e il Brasile;

  3. l’allargamento della dimensione del terziario e la diffusione capillare delle nuove tecnologie dirompenti, che hanno introdotto un'accelerazione nella modernizzazione dei sistemi, non soltanto di produzione ma anche della distribuzione e dei consumi.

Nelle Marche, che si erano prevalentemente specializzate nei settori di largo consumo a relativamente bassa tecnologia, sono stati molto rapidi i processi di uscita dal mercato e/o di delocalizzazione parziale o definitiva reimpiantate alla ricerca di vantaggi competitivi sul versante del costo del lavoro e del fisco.

Dopo più di 10 anni potremmo dire, con buona approssimazione, che il 30% dell'apparato produttivo ha passato il collo di bottiglia della crisi, un 40% è ancora nel guado delle trasformazioni necessarie e il restante 30% dell’apparato manifatturiero pre-crisi è stato sostanzialmente liquidato o è pericolante, provocando una svalutazione e/o distruzione di risorse preziose (si pensi alle 13000 case sfitte o ai 1500 ettari di aree industriali e artigianali abbandonate ed ai capannoni deserti).

Le Marche non solo non sono più nel gruppo di testa fra le regioni italiane più sviluppate, ma stanno perdendo terreno anche nel confronto con la media italiana per quanto riguarda gli investimenti in impianti e macchinari, la digitalizzazione e le competenze digitali degli occupati, la diffusione della banda larga, la produttività del lavoro, le infrastrutture ferroviarie, energetiche e logistiche, con la conseguente periferizzazione e marginalizzazione territoriale della regione.

La vocazione esportatrice e i tradizionali mercati d’esportazione dei prodotti marchigiani sono messi a dura prova dalle aumentate tensioni nei rapporti diplomatici e commerciali globali. In un’economia sempre più dominata dalla finanza e dalla rete, la manifattura tradizionale arranca.

Ai necessari processi di terziarizzazione si sono accompagnati quelli di deindustrializzazione, acquisizione e crisi di imprese importanti ( Indesit, Antonio Merloni,Guzzini,Cantieri navali Ferretti, Benelli….).

All’area di “crisi complessa” della Antonio Merloni e del Piceno/Vibrata, si sono aggiunte quella del Fermano-Maceratese riguardante la incessante crisi del settore delle calzature (solo dall’inizio di quest’anno sono scomparse altre 95 imprese) e quella di “crisi semplice” del settore legno mobilio.

In questo quadro preoccupante, non sono poche le risposte positive alle possibilità e alle opportunità di un mercato più innovativo e concorrenzialmente più esigente; prova ne sia il fatto che Deloitte&Touche, nel presentare recentemente trentaquattro casi nazionali di efficienza economica, segnali ben cinque imprese marchigiane; lo stesso vale anche per altre graduatorie, ad esempio quelle sulle startup innovative, o quelle del programma ELITE per le imprese ad alato potenziale di crescita ed innovazione, in cui le imprese marchigiane sono sempre presenti nei primi posti.

Lo stesso accade anche in settori come l’enogastronomico o il turistico o la cantieristica navale da diporto.

Il problema da affrontare per il sistema produttivo è duplice

Quello che sta cambiando è il paradigma cognitivo della produzione, della distribuzione e del consumo; le scelte essenziali in cui si esprimono le tre qualificazioni dello sviluppo europeo (intelligente, sostenibile, inclusivo) sono cruciali nella necessaria rielaborazione delle agende di governo nazionali e regionali che vogliano indicare soluzioni nuove a problemi nuovi.

Per le Marche valgono le parole dette per l’Italia da Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia; al necessario aggiornamento della manifattura (la nostra gallina dalle uova d’oro), alla debolezza della dotazione infrastrutturale, materiale e immateriale si aggiunge il “rischio demografico”. Le Marche sono infatti una delle regioni più longeve (più vecchie) con una tendenza grave all’emigrazione dei nostri giovani, specialmente quelli più scolarizzati (in 10 anni se ne sono andati 60.000 marchigiani; 2600 solo lo scorso anno). Se non si riesce a reagire con politiche strutturali nazionali ed europee il declino non sarà più contenibile.

Pietro Marcolini - Presidente ISTAO - Istituto Adriano Olivetti

Pietro Marcolini - Presidente ISTAO - Istituto Adriano Olivetti

Share on social networks

Our Magazine

Civiltà delle Macchine

Last issue New Edition
Copyright © 2019 Leonardo S.p.A. Privacy & Cookie Policy