05 novembre 2019

A Taranto non c'era un deserto

    A cura di

  • Peppino Caldarola

Taranto avrebbe potuto essere, e per un breve periodo lo è stata, la città emblema del Mezzogiorno che si rialza. Una grande fabbrica, migliaia di nuovi operai chiamati dalle campagne, una città che provava a far convivere la sua bellezza con ciminiere e altoforni, addirittura un quartiere urbano costruito a fianco dell’impianto.

Non era la “cattedrale del deserto” come tante imprese costruite dallo Stato. A Taranto non c’era un deserto. C’era anche una classe dirigente, sia di destra sia di sinistra, severa, in una città che si sentiva capitale vera più di quella città di commercianti e avvocati che era Bari e di quell’altra città affabulatrice che era Lecce.

Lo stabilimento Ilva di Taranto

Lo stabilimento Ilva di Taranto

Poi tutto crolla. Si parte dall’idea del raddoppio del siderurgico e infine addirittura la dismissione, vengono i privati e fanno peggio dello stato. La grande fabbrica seleziona veleni che provocano morti. Operai cadono, come in una guerra, dagli impianti a decine e decine. Poi la città perde fiducia e si affida a un capopopolo che dalla sua tv invita all’assalto e questo signore, Giancarlo Cito si impadronisce elettoralmente del potere scassando la connessione sociale.

La storia di Taranto ricomincia quando la stella di Cito declina anche per le numerose inchieste che lo travolgono, ma la classe dirigente che prende il posto del demagogo non ce la fa a misurarsi con il grande tema del Siderurgico. A Taranto il dramma è quotidiano, perché la città si spacca fra quelli che vogliono la fabbrica e quelli che in nome della salute vogliono eliminarla.

I governi, tutti i governi, sono al di sotto dei compiti. Anche i governi regionali, tutti i governi regionali, sono al di sotto dei propri doveri.

La città si dispera, torna a dividersi, talvolta si illude quando sente dire che uno straniero sta per prendersi la fabbrica dell’acciaio. Anche con l’ultimo padrone è stato così. Ora quest’ultimo se ne è andato. Non si sentiva protetto dall’interventismo della magistratura.

Taranto è tornata nel dramma. Si rischiano 10 mila posti di lavoro ma il costo è più alto di questa cifra già enorme.

Il prezzo maggiore è che se non si salva Taranto come si può avere fiducia che si possa salvare l’Italia?

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