22 gennaio 2020

America First, Trattori first!

  • Di Marco Valerio Lo Prete

Per celebrare la firma della “Fase uno” dell’accordo commerciale con la Cina, la settimana scorsa, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha usato più volte, nel corso di comizi e cerimonie ufficiali, una formula apparentemente sibillina: “Continuo a dire ai nostri agricoltori: ‘Andate a comprare trattori più grandi, andate a comprarne di più grandi vi dico”.

Si tratta in realtà di un modo per sottolineare – portando il fatto all’attenzione di una fascia di popolazione che lo sostenne massicciamente nella sua ascesa alla Casa Bianca nel 2016 – che nell’intesa appena siglata non c’è soltanto il generico impegno della Cina ad incrementare di 200 miliardi di dollari gli acquisti di beni e servizi a stelle e strisce, ma la promessa che Pechino comprerà prodotti agricoli “made in USA” per 32 miliardi di dollari aggiuntivi in due anni. Dunque 16 miliardi l’anno di maggiori introiti per il settore; sommandoli agli oltre 25 miliardi di esportazioni agricole verso la Cina (dato record di qualche anno fa, a dire il vero), si raggiungerebbe sulla carta quella soglia di “40-50 miliardi di dollari per i nostri agricoltori” sbandierata da Trump in tutte le sue apparizioni pubbliche. Ecco a cosa servono “i trattori più grandi”, nel ragionamento del Presidente: a sfruttare queste opportunità di rinascita del settore che l’Amministrazione ha conquistato per i suoi cittadini.

Piccola notazione di politica economica comparata. Proprio nelle stesse ore di quel 15 gennaio in cui Trump siglava l’intesa con la Cina, esaltandone le conseguenze per i trattori americani e i loro utilizzatori, dall’altra parte dell’Atlantico agricoltori e allevatori – alla guida dei loro trattori – piombavano nel centro di Dublino, in Irlanda, seminando il caos nell’avvio della campagna elettorale per le elezioni politiche locali. Lamentavano lo scarso interesse del governo uscente per i prezzi della carne in caduta libera e per i limiti troppo stringenti stabiliti dalle nuove politiche ambientaliste. Scene simili si erano già viste a dicembre, nei Paesi Bassi, con i trattori al centro dell’Aia per protestare contro i tagli indiscriminati alle emissioni inquinanti. E a novembre perfino in Germania, con la manifestazione di 10.000 agricoltori a bordo di 5.000 trattori che avevano mandato in tilt il traffico della sempre ordinata Berlino; un modo per segnalare il loro dissenso rispetto alla svolta green della cancelliera Angela Merkel. Nelle scorse settimane, i trattori sono scesi più volte in piazza anche in Francia, magari mediaticamente oscurati dai gilet gialli, ma con loro solidali per protestare contro le accise sulla benzina e contro certi accordi internazionali di libero scambio giudicati svantaggiosi. In questo 2020, in cui gli Americani saranno chiamati a eleggere il prossimo inquilino della Casa Bianca, il Presidente Donald Trump si è ancora una volta differenziato dai suoi omologhi europei. Lui i trattori li vuole di nuovo schierati dalla sua parte, anche a costo di metterli in cima all’agenda delle trattative con la Cina. Ci sono ragioni economiche ed elettorali per farlo. America first, trattori first!

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