13 dicembre 2019

Dalla cortina di ferro alla cortina digitale

  • Di Niccolò Serri

Una nuova “cortina digitale” sta opponendo Stati Uniti e Cina in una nuova guerra fredda, più subdola ed impalpabile perché viaggia attraverso il reale-non-fisico del mondo virtuale.

Questo è il tema di un articolo di Danilo Taino sul Corriere della Sera. Le nuove tecnologie stanno infatti alterando le basi della geopolitica nazionale, ad un livello che va al di là della sola competizione militare. Come la scoperta della macchina a vapore o dell’elettricità, l’industrializzazione dell’intelligenza promette di ristrutturare le basi economiche della potenza nazionale, attraverso l’informatizzazione ed automazione del lavoro, accelerando il tasso di sviluppo dell’ecosistema tecnologico dei paesi che vi arrivano per primi.

“Una cortina di ferro è calata sul loro fronte. Non sappiamo che cosa stia succedendo dietro di essa.” scriveva Winston Churchill al Presidente Americano Harry Truman nel maggio del 1945, per sottolineare il disorientamento occidentale di fronte all’arroccamento dell’Unione Sovietica nell’Europa orientale. È servito poco meno di mezzo secolo per colmare quel divario geopolitico e di civiltà che ha diviso il mondo in blocchi durante la Guerra Fredda. Esattamente trent’anni fa, il tonfo delle macerie del muro di Berlino sanava la frattura, sancendo il primato occidentale.

Harry Truman e Winston Churchill

Harry Truman e Winston Churchill

Non è quindi un caso che le nuove tecnologie siano diventate la pietra della discordia delle relazioni internazionali del ventunesimo secolo. Proprio come durante gli anni della corsa allo spazio, la sfida tecnologica si colora di tinte nazionaliste. Da un lato, ci sono gli Stati Uniti, culla della civiltà di internet e della ricerca in robotica, mantengono ancora un primato a livello globale in termini di capacità computazionale totale e di applicazioni dell’intelligenza artificiale, dove gli investimenti strategici vengono guidati dai grandi colossi della Silicon Valley, in un sostanziale Laissez-Faire in cui alle aziende private viene lasciata autonomia decisionale.

A contendere la leadership agli Stati Uniti è la Cina, che negli ultimi anni ha dato il via ad un massiccio piani di investimenti. I ritardi strutturali del colosso asiatico sono molti. Tuttavia, l’approccio centralizzato del governo della Repubblica Popolare ha portato a risultati immediati nei campi dell’intelligenza artificiale e 5G, utilizzando le grandi aziende del settore – Weibo, Tencent e Alibaba – come vere e proprie estensioni della propria politica industriale. Per il 2030, Pechino punta alla supremazia tecnologica.

Sono due differenti modelli di sviluppo industriale della trasformazione digitale, quelli dell’Occidente e dell’Oriente, che già rischiano di dilaniare l’economia globale, attraverso dazi incrociati e standard di prodotto differenti che ci accompagnano verso l’incomunicabilità tecnologica; la “grande divergenza”, quella dello storico Kenneth Pomeranz.

E proprio come durante la Guerra Fredda, la competizione geopolitica assume toni ideologici, mettendo in crisi il tradizionale rapporto tra tecnologia e politica.

E proprio come durante la Guerra Fredda, la competizione geopolitica assume toni ideologici, mettendo in crisi il tradizionale rapporto tra tecnologia e politica. Il modello liberale ha sempre assunto il progresso come sinonimo di libertà individuale. Il crescente uso di algoritmi basati sull’apprendimento automatico - grandi idrovore di dati personali - sta però portando a riconsiderare la centralità democratica dei diritti di proprietà e privacy, come mostra da ultimo l’uso disinibito dei dati medici fatto da Google.

Dall’altro lato della “cortina digitale”, del resto, c’è chi sta mostrando tutto il potere di controllo che deriva da un uso politico della tecnologia. La Cina si muove sempre più all’interno di un “autoritarismo digitale”, dove le tecnologie di riconoscimento facciale, l’uso massivo della telefonia mobile ed i nuovi meccanismi del social credit system hanno drasticamente ridotto i costi della repressione.

Un nuovo bipolarismo tecno-politico, insomma, che sta trasformando le nuove tecnologie in un panopticon ad uso e consumo di governi e grandi oligopoli, e che rischia di lasciare l’Europa ad essere un piccolo vaso di coccio tra vasi di ferro.

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