14 novembre 2019

Piaggio, il mito della Vespa e la storia dei suoi uomini

    A cura di

  • Lorenzo Fiori
  • Francesco Pontorno

È bellissimo che la nostra TV racconti la storia del grande ingegnere italico che ha inventato la Vespa: Corradino D’Ascanio. Brava TV!

È la storia di un ingegnere che, nella vita e nel suo passionale, instancabile ingegneristico furore (alla maniera di Leonardo Sinisgalli), ha onorato il cognome che porta. Per coloro che non ricordassero miti e leggende, Ascanio era infatti il nome di un giovane condottiero frigio ma anche il nome del figlio di Enea che fonda Alba Longa, progenitrice della stirpe latina.

Perché onorare Corrado d’Ascanio? per la sua Vespa? No, perché questa storia la sta già raccontando la nostra TV. Raccontiamo invece le altre intuizione dell’ingegnere quale trasformare la visione leonardesca della macchina elicoidale nel prototipo di elicottero D’AT3 che, nell’ottobre del 1930 per primo al mondo, librò in aria dall’aeroporto di Ciampino.

Corradino D'Ascanio

Corradino D'Ascanio

Abruzzese del 1891, appassionato di aeronautica sin da bambino, costruì soltanto 3 anni dopo il primo volo dei fratelli Wright un deltaplano che sperimentò dalle colline della natia Popoli.

Si legge sulle fonti aperte che, nel breve periodo americano che trascorse a Indianapolis dopo la fine del primo conflitto mondiale, fu anche artefice di una start-up nel campo aeronautico, in società con il figlio di Gabriele D’Annunzio anch’egli ingegnere.

L’aviazione fu sempre la sua passione che nutriva con risorse che ricavava progettando altre macchine, industriali e agricole.

La sua grande intuizione fu il brevetto del rotore a due eliche coassiale, proprio quello che permise il decollo verticale del D’AT3. Ma di brevetti l’ingegnere D’Ascanio ne produsse altri che lo portarono a essere il maggiore esperto mondiale di eliche a passo variabile.

La collaborazione con la Regia Aeronautica era intensa così come con le altre pioneristiche industrie aeronautiche nazionali: la Caproni, la Piaggio. Ci furono anche momenti critici nella sua vita divisa tra l’inventore-innovatore e l’imprenditore, ma la passione e la tenacia non lo abbandonarono mai: condottiero tecnologico, paladino dell’innovazione.

Dopo la seconda grande guerra il legame con Piaggio si rinsalda e in questa intensa collaborazione nasce un mito globale senza tempo la Vespa appunto, dal disegno sobrio, da forme rotonde e filanti ispirate dalla sua conoscenza delle leggi della fluidodinamica, un capolavoro tecnologico artistico dove non sai quando finisce l’estetica del bello e comincia la ruggente prestazione del mezzo meccanico. È il simbolo della rinascita del sistema industriale italiano, quello che è anche raccontato dagli indimenticati Sinisgalli e Luraghi con la loro Civiltà delle Macchine ma anche con la loro Giulietta, un altro mito globale senza tempo.

Muore a Pisa nel 1981, e la città gli dedica il piazzale antistante l’aerostazione Galileo Galilei. Popoli gli ha dedicato una via e un museo, andiamo a visitarlo, sicuramente ci appassioneremo.

È il simbolo della rinascita del sistema industriale italiano, quello che è anche raccontato dagli indimenticati Sinisgalli e Luraghi con la loro Civiltà delle Macchine ma anche con la loro Giulietta, un altro mito globale senza tempo

L'attore Alessio Boni durante la presentazione del film "Enrico Piaggio, un sogno italiano"

L'attore Alessio Boni durante la presentazione del film "Enrico Piaggio, un sogno italiano"

Una foto e un racconto. Come il bel film su Enrico Piaggio interpretato da Alessio Boni, andato in onda su Raiuno ("Enrico Piaggio, un sogno italiano").

Catania, 1952. Gioacchino Ventura su una Vespa 125 mod. 51. Lo scooter che nessun altro avrebbe saputo disegnare e in nessun'altra nazione poteva nascere, è opera della creatività di Corradino Ascanio. Tino, appena diciottenne ma già tecnico specializzato in un'officina meccanica, la compra a rate. Il pagamento dilazionato per la Vespa è un'intuizione finanziaria di Enrico, che così ne amplia le possibilità di acquisto.

Quella di Tino era la terza Vespa catanese. È ancora un oggetto per pochi, perfino a rate. La Piaggio, azienda nel settore aeronautico, ne aveva affidato la promozione alla Lancia, ma le vetrine di quel marchio elegante e irraggiungibile respingono la gente. Ed ecco un'altra intuizione: aprire rivendite dirette Piaggio. Quella di Catania si trovava nei pressi di via Garibaldi, nel centro storico.

Gioacchino Ventura sulla sua Vespa 125 mod. 51

Gioacchino Ventura sulla sua Vespa 125 mod. 51

La Vespa di Tino è una monoposto, un mezzo da seduttori. Un oggetto da esibire in viale Regina Margherita o in piazza Verga. Il vezzo stilistico era la marmitta cromata Abarth, con scoppiettii vagamente corsaioli. Il motore di avviamento e le ruote erano quelli di piccoli aeroplani, una pratica che segna il riuso geniale dei materiali post bellici. L'innovazione sta tutta nella semplicità. Un mezzo a due ruote che si può utilizzare senza sporcarsi, adatto anche a ospitare una donna in gonna, pratico, veloce il giusto. Elementi meccanici facili da riparare e da elaborare, da subito. Anche a fine millennio si armeggiava con le 50 Special (oggi conservate nel salotto dei collezionisti), applicando la marmitta Polini e la campana 90 o 130. La Vespa diventava allora un missile nei rettilinei e una sfida impossibile in curva. A metà anni Cinquanta è stata prodotta la GS, Gran Sport, a metà anni Sessanta la GT. Ma la Vespa non è una moto sportiva, anche se invita alla velocità ed è maneggevole (gli acrobati la usano per i loro numeri).

A fine anni Cinquanta la Vespa dismette la veste sperimentale e diventa un mezzo familiare. La moglie siede di traverso sul sedile, i figli da qualche parte dove c'è posto. Quindi arriva anche il portapacchi e si andava tranquillamente in tre, magari con le buste della spesa tra le gambe. Il casco arriva solo con l’obbligo, perché la Vespa è la cabriolet delle moto, un mezzo divertente da vento in faccia, in cui nulla suggerisce di usare un casco.

A metà anni Sessanta le vendite calano, ma si recupera subito con la versione 50. Il testimonial è Gianni Morandi, tuttavia a caratterizzare "il Vespino" è il concept libertario: la guidano anche i quattordicenni senza targa, senza documenti. Ed è ancora vento in faccia.

L'intera storia della Vespa è percorsa dalla personalizzazione del mezzo. Cromature e bardature varie, fili di plastica colorati che scendono dalle manopole rosse o arancio. Perfino l'impianto audio nel portaoggetti.

Piaggio è un'azienda che tratteggia la nazione e la Vespa si tramanda. La Vespa di Gioacchino è infatti per il figlio Fausto che ci ha raccontato questa storia.

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