21 gennaio 2020

La sfida del Tower Art Museum di Matera

  • Di Andrea Di Consoli

Siamo a Matera, precisamente nel Sasso Caveoso – l’altro Sasso, come risaputo, si chiama Barisano. In questa parte dei Sassi c’è una Torre. Si chiama Torre del Capone, ma forse è una deformazione di Carbone, come attesta un’antica “cronica” locale.

Questa Torre è di proprietà di Silvia e Rita Padula – la prima è una storica dell’arte medievale, la seconda una restauratrice di grande esperienza. Entrambe sono un pezzo autorevole di quella borghesia culturalmente attiva in città ancor prima che i Sassi divenissero i Sassi, ovvero il grande clamore mediatico di oggi. Qualche anno fa le due sorelle si sono chieste: cosa fare di questa Torre? La prima opzione sarebbe stata la più facile e remunerativa: aprire un bed and breakfast – ormai la città ne è invasa – e farne il più suggestivo della città, vista la bellezza della Torre. Invece hanno optato per la soluzione più difficile: aprire un museo di arte contemporanea.

Così hanno iniziato a restaurare la Torre. Hanno fondato una società, la Torretta, e hanno chiesto un mutuo in banca. Il progetto vede coinvolti attivamente giovani professionisti materani. Ecco i loro nomi, perché i nomi sono importanti: Mauro Acito (del 1992), Dario Colacicco (1990), Silvia Parentini (1992), Debora Russo (1992), Alessandro Simili (1992) e Chiara Valzer (1992). Decidono anche che il museo si chiamerà T.A.M. (Tower Art Museum). È una grande sfida, perché tutto parte da un’iniziativa privata, in una regione come la Basilicata dove quasi tutte le istituzioni o gli eventi culturali sono finanziati direttamente o indirettamente dalla Regione o da fondi pubblici.

L’obiettivo è quello di creare un Museo permanente di arte contemporanea. Per farlo si allestiranno due mostre all’anno, per poi, a fine mostra, acquisire alcune opere dell’artista ospitato. Così, anno dopo anno, si formerà una collezione permanente di arte contemporanea italiana e internazionale. Si inizierà con una mostra della crew Canemorto, una delle realtà più potenti della street art italiana – tutto questo nella primavera di quest’anno.

Il T.A.M. però non sarà soltanto un museo tradizionale, ovvero un’istituzione “tangibile”, da percorrere e visitare. Parte integrante di questo progetto è una riflessione costante, mediatica, su cosa significa allestire dal niente un museo di arte contemporanea. Su Youtube, infatti, è possibile visionare una vera e propria serie Tv intitolata “Volevo solo aprire un museo”, dove si può visionare a puntate tutto il “backstage” dell’ideazione e del varo del museo. Un modo molto intelligente di rendere collettivo e partecipato non soltanto il museo, ma l’idea stessa del museo, ovvero il momento ideativo, nonché le storie che stanno dietro a quest’idea.

Un altro aspetto interessante del nascente T.A.M. è che gli artisti ospitati realizzeranno proprio a Matera le opere esposte, e useranno materiali del posto, dalla cartapesta al tufo. Tutto questo per ancorare spiritualmente le opere esposte al territorio, ma senza vincolare la narrazione al genius loci.

I giovani protagonisti del T.A.M. sentono forte la necessità di superare le strutture classiche del racconto meridionalistico, e sono fortemente influenzati dai nuovi orizzonti della civiltà narrativa digitale. Che può essere sintetizzata con una parola: storytelling. Si tratta ora di capire dove approderà questa nuova idea di museo, e che tipo di innovazioni saprà apportare all’ideazione e alla realizzazione di un museo “in progress”. Inoltre, sarà interessante capire come evolverà un’impresa culturale che nasce al di fuori dei circuiti del finanziamento pubblico, e che è interamente costruita con capitali di rischio.

Forse, la più grande scommessa del T.A.M. è proprio questa: provare a verificare se l’economia culturale al Sud regge anche sul mercato, lontana da logiche politiche o di bilancio pubblico. Se dovesse riuscire, sarebbe un segnale importante per quel superamento sempre auspicato della logica del posto fisso e dello Stato paternalistico, soprattutto in ambito culturale.

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