07 gennaio 2020

Linda Raimondo: cielo stelle e spazio nel mio futuro

  • Di Elisa Albanesi

"Abito ad Almese, un piccolo paese in provincia di Torino, e qui la sera guardare le stelle è uno spettacolo veramente suggestivo perché, lontano dalla città, l’inquinamento luminoso è quasi assente”.

Linda Raimondo, classe 1999, studia Fisica all’Università di Torino. Una grande passione per lo spazio e il sogno di diventare astronauta l’hanno portata prima in Islanda, con la partecipazione al primo Geospace Astronaut Training, e poi negli Stati Uniti con la vittoria del concorso Space Exploration Master indetto dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA). A fine gennaio tornerà su Rai Gulp come conduttrice del programma Space to Ground. La stampa nazionale l’ha indicata tra i giovani a cui dedicare il 2018 e tra le cinquanta donne più influenti del 2019.

Linda Raimondo

Linda Raimondo

Quando hai capito che la passione per lo spazio sarebbe potuta diventare il tuo lavoro?

Da quando ho memoria il cielo, le stelle e lo spazio sono stati sempre nel mio pensiero. Ancora oggi, che sono più grande, passo molte delle mie serate a scrutare il cielo con il mio telescopio. Non so se questa sarà la mia professione, perché nella vita tutto muta rapidamente, ma sono convinta che resterà la mia passione.

Nel 2017 sei arrivata in finale al concorso Odysseus Space Contest dell’ESA con il progetto di una base su Marte. In che consisteva? E come è nato per te, il “mito” di Marte?

Marte è la nostra nuova frontiera come penso sia stata la Luna per la generazione dei ragazzi cresciuti negli anni Sessanta. Il genere umano è caratterizzato da una naturale curiosità e voglia di spingersi oltre quelli che sono i propri limiti, da una costante spinta alla scoperta, a superare le frontiere e anche io, in una certa misura, sento questa “spinta”. Lavorare al progetto Odysseus e studiare come costruire un insediamento “marziano” è stato uno modo per iniziare questo percorso di esplorazione. Forse non sarò tra le donne che metteranno piede sul pianeta rosso, ma se così non fosse mi piacerebbe contribuire a portare una ragazza con i miei stessi sogni a realizzare il suo.

Hai vinto il concorso “Space Exploration Master” dell'ESA per aver progettato, insieme a Mattia Barbarossa, un modulo in grado di trasportare campioni di asteroidi e di Luna sulla Terra. Ci puoi spiegare più nel dettaglio questo vostro progetto? E quanto è stato importante collaborare con un’altra persona?

Il concorso chiedeva di trovare un utilizzo alternativo del Dream Chaser. Il Dream Chaser è uno spazioplano progettato dall’americana Sierra Nevada Corporation, il cui compito sarà quello di trasportare equipaggi e/o cargo in orbita bassa terrestre. In alternativa, io e Mattia abbiamo pensato di utilizzarlo come “ponte” tra la Terra e le missioni nello spazio profondo per l’asteroid mining e il sample return. In poche parole abbiamo pensato di costruire un lander che durante il lancio da Terra sia custodito nella pancia del Dream Chaser, poi, una volta che il Dream Chaser raggiunge la LEO, il lander esce dalla pancia dello spazioplano verso il deep space, atterrando così sulla Luna o su qualche asteroide, raccogliendo campioni di materiale e riportandoli al Dream Chaser che poi li riporterà sulla Terra per essere studiati. Collaborare con un’altra persona, invece, credo sia sempre una delle cose più belle perché hai modo di avere uno scambio continuo di idee e opinioni e, per questo, diventa motivo di crescita personale e professionale.

La vittoria del concorso prevedeva anche uno stage al Marshall Space Flight Center della NASA. Come è stata l’esperienza americana? Quali differenze hai notato con l’approccio italiano?

È stato a dir poco entusiasmante. Abbiamo potuto girare all’interno dello Space Center, abbiamo parlato con specialisti, ricercatori e scienziati e abbiamo potuto presentare, in riunioni ristrette, i nostri progetti. Quello che mi ha colpito è che questo è un mondo in fermento, non solo dal punto di vista dell’industria e della ricerca ma anche dal punto di vista umano, in cui i giovani trovano le porte spalancate. In Italia abbiamo Università eccellenti e docenti di alto livello ma forse dovremmo imparare a dare più fiducia e più spazio ai ragazzi non solo nel mondo del lavoro ma già dalle scuole dell’obbligo perché non si sa mai dove e quando può nascere una idea rivoluzionaria.

Marshall Space Flight Center

Marshall Space Flight Center

Studi Fisica all’università di Torino. Su cosa ti piacerebbe concentrare le tue future ricerche? Hai già un’idea?

Mi sono sempre vista come una futura astrofisica fin da quando avevo sette anni. Oggi l’astrofisica e la cosmologia rimangono le mie grandi passioni, ma proseguendo con i miei studi mi sto appassionando sempre di più anche a quello che è il mondo dell’infinitamente piccolo e quindi della meccanica quantistica. Forse in futuro mi piacerebbe seguire le orme di Stephen Hawking e continuare a cercare la “teoria del tutto”, ossia una teoria fisica che unifichi la relatività generale di Einstein e la meccanica quantistica. Trovare un’unica equazione matematica che contenga in sé la descrizione dell’intera vita dell’universo e, conseguentemente, della nostra esistenza. Forse è così che oggi vedo il mio futuro.

Hai condotto su Rai Gulp il programma di divulgazione scientifica Missione Spazio Reloaded e, prossimamente, Space to Ground, una serie di otto puntate a cui ha contribuito con delle “pillole” video dallo spazio Luca Parmitano. La comunicazione a un pubblico sempre più ampio degli esperimenti e delle attività che si svolgono sulla Stazione Spaziale Internazionale, è diventata, mi sembra, parte integrante del lavoro dell’astronauta. Quanto contano le capacità comunicative, oggi, nel lavoro dell’astronauta? Con l’esperienza televisiva, ti stai “allenando” anche per questo?

Gli astronauti sono il “punto finale”, quello che ha maggiore evidenza anche mediatica, di una lunga catena di persone che rendono possibili le missioni umane e robotiche ed hanno il compito, grazie alla loro visibilità, di raccontare questo mondo così complesso. Avere doti comunicative è importante perché lo spazio non è solo tecnologia ma anche passione e senza la passione, come sappiamo, si va lontano ma non lontanissimo. Missione Spazio Reloaded prima e Space to Ground sono stati per me un bel banco di prova perché sono passata da poter “improvvisare” parlando liberamente e raccontandomi, al dover seguire un copione, ascoltare gli autori e pensare a chi mi avrebbe poi visto in TV…una responsabilità che in alcuni momenti mi ha emozionato molto ma che sto imparando a gestire.

Ci puoi raccontare del breve addestramento a cui sei stata sottoposta in Islanda durante il primo Geospace Astronaut Training? Quali attività avete svolto?

Eravamo un equipaggio tutto al femminile, in contrapposizione agli equipaggi delle missioni Apollo che, invece, erano tutti maschili. In quattro giorni abbiamo fatto speleologia nei lava tubes, abbiamo frequentato lezioni di geologia, abbiamo fatto astrobiologia tra i geyser di un vulcano, abbiamo analizzato campioni di rocce in laboratorio. È stata un’esperienza davvero molto bella in cui il lavoro di squadra è stato fondamentale.

La Stazione Spaziale Internazionale è l’avamposto dell’umanità nello spazio. Durante una puntata di Missione Spazio Reloaded, hai visitato una sua riproduzione in scala uno a uno, conservata nel Centro Astronauti Europei di Colonia. Mi sembravi visibilmente emozionata. Che cosa ti ha impressionato di più?

Entrare nel sito di Colonia è stata una vera, grande emozione. Lì si sono addestrati molti degli astronauti che ho seguito durante le loro missioni, e si addestrano quelli che voleranno nei prossimi anni fino a quando la ISS resterà in “servizio”. La cosa più interessante è stata quella di aver avuto Luca Parmitano come guida alla quale ho potuto fare tantissime domande su come ci si addestra e su quali emozioni si provano. Credo sia stata una delle esperienze più belle che abbia mai fatto e, nonostante all’inizio fossi un po’ intimorita, alla fine mi sono divertita tantissimo.

Importanti per te, sono stati i libri di Margherita Hack. Ci sono stati altri libri, riviste o programmi di divulgazione scientifica che ritieni abbiano alimentato la tua curiosità e la tua passione? Nel fare divulgazione scientifica, cosa hai imparato tu?

Margherita Hack è stata il mio primo idolo in assoluto, ma dopo di lei ho iniziato a leggere i libri di Stephen Hawking. E forse è stato proprio grazie ai libri di quest’ultimo che la mia passione per il cosmo è letteralmente “esplosa”: la sua capacità di raccontare al grande pubblico concetti estremamente complessi con una semplicità inaudita è un qualcosa che mi ha sempre lasciata senza parole. Facendo divulgazione, invece, imparo realmente ciò che sta dietro i concetti di cui parlo: prima di poter spiegare qualcosa a qualcuno è necessario che tu quella cosa che spieghi l’abbia fatta davvero tua. Solo in questo modo riesci a rendere interessante il discorso e a trasmettere davvero qualcosa agli altri che ti ascoltano.

Margherita Hack

Margherita Hack

Che importanza ha avuto – se ce l’ha avuta – l’immaginario fantascientifico o comunque quello legato alle esplorazioni spaziali nella tua esperienza?

A essere sincera non sono mai stata una appassionata di fantascienza: alla fantascienza ho sempre preferito la scienza vera, perché a volte si rivela più fantascienza della fantascienza vera. La storia delle esplorazioni spaziali, invece, è una cosa che mi ha sempre affascinato. Credo che l’esplorazione spaziale sia l’apice massimo della nostra volontà in quanto esseri umani a spingerci oltre tutti quelli che sono i nostri limiti e vedere oggi quanto siamo riusciti ad andare lontano è un qualcosa che mi mette i brividi solo a pensarci.

Se andassi nello spazio, quale sarebbe la tua playlist musicale?

Sono una fan degli Imagine Dragons e dei Two Steps from Hell, però credo che in un viaggio tra le stelle non potrebbero mancare i grandi classici come David Bowie o Alan Parsons con la sua Eye in the sky.

La stampa nazionale ti ha indicata tra gli otto ragazzi e ragazze a cui dedicare il 2018, e tra le cinquanta donne più influenti del 2019. Che cosa ti aspetti a questo punto dal 2020?

Mi aspetto che i giovani e le donne possano avere sempre più spazio nella società civile, nell’industria e nella ricerca: non perché vengono considerati in base a “quote” di minoranza ma perché il loro contributo è importante e spero, ovviamente, di poter far parte di questo “cambiamento”.

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