29 ottobre 2019

L'intelligenza tutta artificiale di Marjørie Prime

    A cura di

  • Amelia Cartia

Testo finalista del premio Pulitzer 2015, esplora il rapporto tra memoria e identità in un futuro prossimo in cui l’umanità convive con l’IA. In scena al Teatro Franco Parenti di Milano

C’è una falla nel sistema delle intelligenze artificiali. C’è una falla, ed è l’uomo.

La creatura s’è fatta creatore, e progetta suoi simili per archiviare le proprie risposte, nella speranza impossibile che queste bastino a sostituire le domande.

S’interroga sulla memoria, e su un futuro non lontano in cui questa verrà demandata a macchine dal sembiante umano, lo spettacolo Marjørie Prime, che ha debuttato in anteprima nazionale al teatro Franco Parenti di Milano giovedì 24. Il testo di Jordan Harrison, finalista al premio Pulitzer nel 2015, è un viaggio in un mondo molto vicino in cui uomini e cyborg, stesse sembianze e stessi nomi, convivono in una tutt’altro che armonica quotidianità. Un viaggio che non si muove dalla poltrona dove l’anziana Marjørie trascorre le sue giornate tra le dimenticanze dell’Alzheimer e le cure della figlia Tess e del genero John. Con loro un trentenne di gomma, l’immagine che lei ha voluto replicare del marito Walter: è un prime, un robot riempito di ricordi manipolati dai familiari perché renda serena la vecchiaia della vedova. Un replicante in senso stretto, perché non fa che ripetere aneddoti registrati. I cyborg si moltiplicheranno sulla scena fino a riempirla, sottendendo l’ipotesi che dell’umano non ci sia più bisogno. Finché non emerge la crepa del ricordo.

In questo futuro probabilissimo in cui i mali del secolo saranno vecchiaia e solitudine diventano, i cyborg, un hard disk dove riporre la versione del passato che ciascuno vuole che gli venga ripetuta. In eterno. Cancellando ciò che della vita ha fatto più male. “E’ mia madre - si dispera Tess - ma quante cose dovrà ancora dimenticare perché non lo sia più?”. La memoria come identità, dunque, e la memoria meccanica come rimedio all’oblio. L’effetto più che straniante, è straziante. Perché pone interrogativi sulla libertà: si va così oltre le utopie di Asimov e i cyborg di Blade Runner, immaginando un robot che sia solo funzionale. Una correzione all’esistenza. Robot progettati come cerotti, pensati per coprire le cicatrici. Non vogliono prendere il sopravvento, non minacciano: a minacciare se stesso ci pensa l’uomo. Ed è un dettaglio a rivelare l’identità robot di un personaggio che nella scena precedente era di carne: il replicante sorride sempre. Perché è fatta di sole certezze l’intelligenza artificiale. Il dubbio - la crepa - quella è la cifra dello sguardo di un uomo.

In un mondo di replicanti è tutto perfetto. Quindi spaventoso.

È l’umano, il tema, sempre. L’umano che alza la testa al cielo e lo dice vuoto, e trova rimedio da sé. Un dubbio coglie Marjørie, un attimo prima della fine. “É tutto qui, vero?”, chiede all’immagine caricaturalmente giovane del suo vecchio marito. È tutto qui, non c’è niente dopo? La macchina è chiamata a sostituire l’anima. La mutazione è compiuta. Ma c’è, appunto, una falla, e sta nel creatore. Servirebbe citare Nietzsche, qui, e il suo “uomo più brutto”, quello che avendo negato Dio si trova a dover fare i conti con la mancanza di uno scopo, di un fine dopo la fine. L’anima non serve più. E questo è l’inferno.

Trama

L’ottantenne Marjørie (interpretata da Ivana Monti) passa le sue giornate a conversare con il Prime, una copia digitale e ringiovanita del defunto marito che condivide con lei i ricordi per supportarne la memoria incerta, perché affetta da Alzheimer. In questo senso si affida ai ricordi che il Prime di suo marito Walter ha ormai interiorizzato e costruito dopo varie conversazioni intercorse con lei, la figlia e il genero.

L’intelligenza artificiale può essere utilizzata per sconfiggere la solitudine o aiutare l’essere umano a conoscersi meglio? Può soddisfare i nostri più chiari bisogni e i nostri più intimi desideri? Lo spettacolo mette in scena vite in carne ed ossa che finiscono e vite virtuali che prendono possesso dei nostri spazi e dei nostri ricordi. Ma che cosa sono questi ricordi? A chi appartengono? Cosa ci stanno raccontando davvero Marjorie, Walter e la figlia Tess?

In scena al 24 Ottobre al 17 Novembre 2019

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