31 ottobre 2019

Lo spazio è la nostra casa. Intervista a Valentina Sumini

    A cura di

  • Amelia Cartia

“Dobbiamo imparare dagli astronauti, e replicare il modello della Spaceship Earth. L’astronave Terra”. La voce, di là dall’Atlantico, ride. E si dice convinta che l’esperienza dello spazio possa essere a portata di “democratizzazione”, forse già al 2025: sulla sua scrivania, il progetto di un gran hotel tra le stelle.

Valentina Sumini, piemontese dell’85, ci raggiunge al telefono da Boston, dove è ricercatrice per il Massachusetts Institute of Technology. Lontanissima dalla retorica del cervello in fuga, dell’Italia - e dell’Europa - registra una mancanza di investimenti nella ricerca scientifica, ma senza polemica. Laurea, specializzazione e dottorato tra Torino e Milano, presso l’Alta scuola Politecnica, la sua avventura americana al MIT inizia con una Postdoctoral Fellowship nel 2016. Da lì segue una via per lo spazio apertasi, racconta, con le astronavi di Star Wars ricevute in regalo da bambina. Tra i suoi progetti, un albergo su una stazione orbitante e insediamenti umani sulla Luna e su Marte. In mezzo: studi sulla realtà virtuale, sull’architettura, il design, le strutture resilienti. Da ultimo, un “teleport” in grado di ricreare in tempo reale un contesto geografico per poterlo esplorare a distanza. “La realtà virtuale non basta - assicura - physical e digital saranno proiettati insieme. E sempre in tema di esplorazione, uno dei miei prossimi progetti si svolgerà in un analog marziano HI-SEAS, sulle pendici del vulcano Mauna Loa alle Hawaii, dove simulerò le condizioni degli astronauti sul Pianeta Rosso, dall’isolamento alle “spacewalks” con tute spaziali. Per due settimane sarò l’unica europea insieme ad altre cinque ricercatrici, non ancora incontrate”.

Come un reality.

“Sì, ma monitorato dalla Nasa”.

Ripartiamo dall’inizio: in questi anni ha vinto diversi contest della Nasa con studi relativi insediamenti su Marte e sulla Luna, e un albergo su una stazione orbitante. Utopie o progetti che vedremo realizzati?

“Su Marte andranno gli astronauti esperti: è uno studio per un primo insediamento. Il progetto Redwood Forest è nato nel 2017 per un contest, e procede per step: il primo è quello delle risorse. Abbiamo studiato come estrarre il ghiaccio e la regolite, che è il materiale di cui è fatto il pianeta, per capire quali materiali possiamo ricavarne ai fini delle costruzioni. Poi ci siamo focalizzati sull’agricoltura, per capire come realizzare coltivazioni idroponiche. Resta infine la necessità di tutelare gli astronauti dalle radiazioni cosmiche, di farli arrivare vivi a destinazione e di capire, con simulazioni matematiche, in quali ambienti dell’habitat potranno stare più a lungo. Ci si potrebbe lavorare ancora per vent’anni. Il Moon Village è invece studiato per essere realizzato nei prossimi decenni, a partire dal 2030: è un progetto dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea. La stazione orbitante MARINA infine nasce con l’intento di democratizzare l’esperienza del viaggio spaziale”.

Democratico fino a un certo punto: una struttura “alberghiera” costruita riutilizzando stazioni in disuso, nemmeno dieci stanze e immaginiamo un costo astronomico.

“Contiamo che con la concorrenza tra le compagnie aerospaziali si possano abbattere i costi di lancio: per dieci giorni di esperienza in orbita serviranno due milioni di dollari. Iniziando nel 2024, i costi potranno già dimezzarsi nel 2030. Ma vale la pena: la vista della Terra dallo spazio è spettacolare”.

Valentina Sumini - foto di Steve Boxall

Valentina Sumini - foto di Steve Boxall

Se si può pensare di abitare lo spazio, si potranno applicare le stesse tecnologie per affrontare i temuti cambiamenti climatici della Terra?

“E’ uno degli obiettivi. Mi sono occupata molto di architettura resiliente, di zone sismiche, ambienti inospitali: tutti gli algoritmi che sto progettando per lo spazio possono essere applicati sul Pianeta Terra. Fondamentale è anche l’uso dei materiali: cambiare l’approccio, integrando anche il design e il fashion. L’architettura stessa è estensione del corpo: tutto può essere un dispositivo indossabile. L’incremento della popolazione ci pone poi un’altra sfida: anziché costruire ancora grattacieli dovremo studiare un’architettura flessibile, che si sposti, che stia in una luggage, o galleggi. È tutto da costruire. Dobbiamo imparare dagli astronauti”.

Cosa insegnano?

“Sanno razionare spazi e risorse, e resistere a enormi stress: il nodo più difficile di un viaggio spaziale è sempre quello psicologico. Certe missioni falliscono perché gli astronauti non reggono”.

Si viaggia tra le stelle e il problema è ancora l’uomo?

“Sì. Anche per questo occorre ricreare un habitat che richiami la Spaceship Earth, la nostra casa”.

Quanto all’Italia, invece: intende rientrare, lo spera?

“Certo, vorrei aprire un centro di ricerca, portando con me esperienze e collaborazioni con MIT e NASA. Al momento però il mio campo di ricerca ha finanziamenti estremamente ridotti: in Italia, ma anche in Europa. Forse, oltre ai fondi manca l’attitudine. Progetti così complessi richiedono nuove metodologie di ricerca, multi-disciplinari. Ce la faremo. Ma forse faremo prima a insediarci sulla Luna”.

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