24 novembre 2019

Palomonte, la futura scuola dell’ingegno

Siamo andati a Palomonte con la curiosità di chi non aveva mai, prima di allora, sentito parlare di questo paese del Salernitano.

Come ci siete capitati laggiù, mi ha chiesto un amico molto importante? Le cose, al solito , sono semplici.

Palomonte ha un sindaco attivissimo, e con un suo concittadino che vive a Roma, di cui mi fido ciecamente, hanno tirato fuori dal cilindro una idea geniale. Con l’Università di Architettura di Venezia e il lavoro di tre architetti/e è venuto fuori un bellissimo progetto di una scuola fuori dal comune, non solo scuola dove si studia nelle ore decise dal calendario ma che in altre ore diventa luogo della comunità.

A Palomonte, paese travolto dal terremoto che fece piangere l’Italia, e ancora oggi con i segni di quella tragedia, a cominciare dal fatto che il paese si è spostato a valle, c’è una comunità molto bella che si è riunita attorno al progetto. In una vecchia chiesa di fronte a una folla incredibile, amministratori locali, direttore e vicedirettore di "Civiltà delle Macchine", Antonello Caporale, il giornalista che ci ha portati qui, il sindaco del paese e il Rettore di Venezia abbiamo discusso con il Ministro del Mezzogiorno, Peppe Provenzano su cosa fare per la scuola di Palomonte e per le tante Palomonte del Sud.

Niente retorica, né parole roboanti, e tanta determinazione e tanta concretezza nel dire che la scuola si farà e che Leonardo attraverso la sua Fondazione e la rivista sarà al loro fianco. Ma c’è di più. Nel pomeriggio, poche ore prima che iniziasse il dibattito, introdotto da una splendida Claudia Fiasca, e con l’ausilio tecnologico di Federico D’Anna, il Sindaco di Palomonte ci ha mostrato una struttura completata ma vuota che potrebbe diventare luogo estivo per summer school. Lo facciamo insieme, mi ha detto. Lo facciamo insieme, gli ho risposto.

Tornato a Roma ho mandato un messaggio ad Alessandro Profumo, Amministratore Delegato di Leonardo, e lui è stato d’accordo sull’idea centrale, che Leonardo dia una mano a costruire la summer school indicando un temario e insegnanti che vengano dai ranghi di supertecnici della Azienda.

Grandi ambizioni per piccoli territori, ma cos’è questo se non lo schema di lavoro per restituire agli italiani l’idea di un paese riformabile, in cui nessuno resta solo.

Abbiamo pensato tornando a Roma che il nostro predecessore Leonardo Sinisgalli ci avrebbe approvato perché la sua missione continua ed è in buone e solide mani.

Peppino Caldarola, direttore "Civiltà delle Macchine"

Dipende da noi. Dalla voglia che mettiamo, da ciò che vogliamo, dalla determinazione che mostriamo, dalle scelte che facciamo.

E dunque la scuola cos’è? Può essere un muro: si entra a una certa età e se ne esce a una certa altra. E il muro separa gli altri e loro, anzi noi e loro. Oppure la scuola può essere il perno della rigenerazione sociale. Far funzionare la comunità attraverso la scuola, farla divenire la forza propulsiva, la difesa civile, il luogo dell’incontro, dello scambio. Il posto dove le esperienze, le mani e l’intelletto, si incontrano e si coniugano.

Il Sud ha il più alto tasso di evasione scolastica e anche il più alto tasso di disoccupazione intellettuale. Ha il livello maggiore dei debiti formativi curriculari intermedi e anche la più bassa intensità di centri di alta specializzazione.

La distanza tra il sud dell’Italia e il suo nord è tutta dentro questo enorme deficit di formazione. Che produce anzitutto la rassegnazione.

La rassegnazione è il nemico più crudele della speranza, è l’antagonista assoluto, il virus che si diffonde, transitando da un corpo all’altro fa di un popolo una massa di scoraggiati.

A Palomonte, in provincia di Salerno, si è svolto, sotto forma di convegno, il processo agli scoraggiatori di mestiere, ai profanatori della volontà, agli ignavi di complemento. Il tema era la scuola. Edificarla anzitutto. Farla bella e grande. Anzi più grande e bella che altrove. E non chiuderla, non costruire mura ma aprirla al paese. Farla attraversare dagli odori e dalla sapienza contadine, spingendola verso standard di eccellenza assoluti.

Perciò la serata si è aperta con un monologo sulla “Scuola dell’ingegno”, l’opera dove le mani e l’intelletto, nella loro dimensione di meccanica intelligente e selettiva, si completano. Claudia Fiasca della Fondazione Leonardo - Civiltà delle macchine ha percorso la storia di Leonardo, dunque dell’impresa. E’ possibile portare l’impresa nella scuola? E’ possibile tenere legata l’innovazione alla sperimentazione, il dritto al suo rovescio, la mano con l’altra mano?

Perché Palomonte, con l’aiuto dell’università Iuav di Venezia, sta progettando una scuola innovativa. Un modello di architettura e scienza della luce. Perciò è sceso al paesello il rettore dell’accademia: “Questo dobbiamo fare”, ha detto parlando di sé e dei suoi colleghi professori. Dare una mano a sollevare la società, rendere la competenza disponibile, e farlo gratis. E questo, dice Peppino Caldarola che dirige il trimestrale fondato da Leonardo Sinisgalli, il grande poeta-ingegnere, è anche il compito dell’impresa. Produrre ma anche istruire, avanzare nel fatturato e porre occhio alla coesione sociale, a quello che si chiama territorio. Coesione sociale, sì. E’ il nome del ministero che guida Giuseppe Provenzano, anch’egli intervenuto. E pure lui pensa che la scuola è la sfida, il traguardo, la possibilità che dobbiamo dare per non vedere i nostri figli fuggire altrove e non fare del Meridione un deserto.

Abbiamo bisogno di modelli noi del Sud? Certamente.

Ma abbiamo le carte in regola per donare al Paese anche il nostro? Sicuramente sì.

Palomonte, che è più a nord della Sicilia di Pietrangelo Buttafuoco e di Federico D’Anna, è più a sud di Eboli dove il Cristo si fermò.

Si parte da questo sud questa volta, e la salita è tutta davanti. Ma le gambe sono buone, lo sguardo è dritto, l’orizzonte si vede.

Antonello Caporale, caporedattore "Il Fatto Quotidiano"

Fabbriche sul Tamigi, George Lemmen

Fabbriche sul Tamigi, George Lemmen

La Scuola dell'Ingegno

Lo scorrere del fiume sembra non avere fine.

Porta lo sguardo là dove l’occhio non può arrivare.

L’acqua è il progresso tecnologico.

L’energia del suo moto alimenta le fabbriche adiacenti. Il paesaggio è illuminato dai suoi riflessi.

Una barca percorre il suo viaggio. Segue la corrente a vele spiegate.

Sulla destra, in prospettiva, lo sguardo è catturato immediatamente dal complesso di fabbriche.

Il fumo che esce dalle alte ciminiere disegna lunghe scie nel cielo al tramonto.

Eppure, nell’assenza totale di qualsiasi traccia umana, l’uomo è assodato in ogni elemento presente nel quadro.

Senza di lui, senza il suo ingegno, la barca non proseguirebbe il suo viaggio verso il futuro.

Le ciminiere smetterebbero di fumare.

Le fabbriche chiuderebbero i battenti per restare colossi architettonici vuoti.

Cosa può essere più rappresentativo di un paesaggio industriale puntinista, per raffigurare la lunga storia di Leonardo e disegnare nell’orizzonte del domani le prospettive della Fondazione Leonardo – Civiltà delle macchine?

Da un lato i settant’anni dell’azienda appena compiuti. Anni densi di vicende storiche, sociali ed economiche, di personaggi e di numerose imprese.

Dall’altro, i primi passi di una realtà al primo anno di vita, con un’eredità importante, che vuole rivolgersi al futuro.

Per avere una visione d’insieme di queste complesse realtà, avete osservato l’opera di Georges Lemmen, “Fabbriche sul Tamigi” del 1892.

Con uno sforzo d’immaginazione, le fabbriche potrebbero essere i nostri siti produttivi.

Ci sono i marchi più storici della Leonardo, le Officine Galileo vennero fondate nel 1866, circa trent’anni prima rispetto all’epoca del dipinto.

Vedete, per ammirare l’opera nel suo complesso, occorre mantenere quella distanza necessaria per mettere a fuoco la molteplicità dei tocchi cromatici sulla tela.

Le pennellate di colore, per proseguire una lettura metaforica, non sono altro che quella moltitudine di vicende, storie, marchi e produzioni di cui l’azienda è tutt’oggi protagonista.

Ciascuna cromia, come ciascuna realtà che vi fa parte, esprime quell’eccellenza industriale e tecnologica che Leonardo ha “dipinto” del corso della storia imprenditoriale italiana, e che ancora oggi rappresenta.

La cultura della civiltà è in quel bagliore di luce che attira lo sguardo, sublimando la bellezza del paesaggio industriale e il suo evolversi nella storia.

Con l’obiettivo di alimentare e sostenere il dialogo tra la cultura e il progresso dell’impresa, Leonardo e la sua Fondazione riprendono assieme questo viaggio, seguendo la direzione del vento che lì ha condotti fino a qui.

Il Museo del Radar di Bacoli, il Museo delle Officine Galileo, il Museo della Breda Meccanica Bresciana e il Museo Agusta sono diventati delle immaginarie ancore, realtà testimoni di una solidità storica e industriale.

Casolari, ex magazzini, siti produttivi custodiscono beni e collezioni, esplicativi di quel di sapere tecnico e tecnologico - e il passaggio tra questi due aspetti non è affatto scontato - frutto dell’ingegno umano.

Come tanti emissari, confluiti nel fiume del progresso, i musei risalgono la corrente al contrario ripercorrendo le storie di imprenditori, ingegneri, tecnici e operai che si intrecciano a vittorie motociclistiche, a storie di guerra, ai primi voli in elicottero, al viaggio dell’Andrea Doria, alle prime rilevazioni radaristiche, per poi finire nello spazio.

Il primo laboratorio scientifico a bordo di uno shuttle.

Il lancio del primo satellite italiano. Accadeva il 26 giugno del 1977.

In questi percorsi, si arriva fino agli albori del progresso: Guglielmo Marconi, Galileo Galilei e perfino i Medici. Loro, luminari e avanguardisti, fondarono nel 1657 l’Accademia del Cimento. Che oggi chiameremmo “dell’esperimento”.

Percepite quel senso di scoperta che si cela in questo viaggio?

Vi accorgete che questo passato, all’apparenza lontano e polveroso, ha una costante connessione con il nostro presente?

Senza questo la barca non potrebbe esplorare le acque dell’evoluzione tecnologica. Quella che ci regala la possibilità di dipingere nuovi paesaggi.

Nei panni di un “cantastorie della modernità” la Fondazione è all’incipit del racconto che ha come protagonisti l’uomo, il suo “ingegno” e la potenza risolutrice della macchina.

Sul terzo numero del primo anno della rivista Moravia scriveva in una lettera a Sinisgalli:

“Finalmente dobbiamo alle macchine la diffusione prodigiosa della cultura ai nostri giorni. Ma non si finirebbe mai di tessere l’elogio delle macchine ossia dell’uomo che con il suo ingegno le ha inventate.”

Come Gerardo Marotta - di cui Palomonte è custode di una parte dell’eredità culturale - invitava i giovani ad essere cittadini prima che filosofi, noi vorremmo essere uomini, prima che ingegneri.

E con lo stesso spirito, condiviso anche da Sinisgalli, vorremmo che questa scuola divenisse luogo in cui poter vivere - come diceva Luraghi - un “bagno d’innocenza”.

“vediamo il poeta stupirsi della caldaia a vapore, l’ingegnere godersi i meccanismi di vecchi catenacci, l’architetto escogitare alfabeti nuovi, il matematico creare topi elettrici, il pittore bambino raffigurare fate e angeli al posto di macchine e uomini”.

Era il senso di meraviglia di cui scriveva Giuseppe Luraghi, leggendo Leonardo Sinisgalli.

Si tornerà ad avere lo stesso disincanto.

“Guai se le macchine ordissero in modo perfetto ma l’uccellino non cantasse più sulla pianta del viale, guai se si inaridisse la geniale astrazione dell’uomo: la razza lucida delle macchine svuoterebbe il mondo.”

Così, allo stesso modo, se tramontasse la luce dietro le fabbriche del quadro di Lemmen, le barche perderebbero la rotta lungo il fiume e lo spettro d’acqua si incupirebbe.

Si chiamava “Civiltà delle Macchine” per affermare che la civiltà è premessa essenziale e imprescindibile di tutte le macchine.

Si chiama “Civiltà delle Macchine” per suggerire un nuovo senso della realtà odierna e accompagnare verso il futuro i progressi raggiunti dalla sua civiltà.

Con la sensibilità degli Umanisti e la determinazione dei Futuristi:

“Ritti sulla riva del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!

Claudia Fiasca, Project Manager Musei e Archivi della Fondazione Leonardo - Civiltà delle Macchine

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