05 febbraio 2020

Prometeo ed Epimeteo, un mito ancora attuale

  • Di Edoardo Dallari

Quello di Prometeo ed Epimeteo è uno dei miti fondativi della civiltà occidentale, e probabilmente uno di quelli che la coscienza contemporanea riesce a sentire con più precisione e intensità, perché riguarda il rapporto essenziale dell’uomo con la Tecnica.

Può sembrare strano che si ricorra a un mito per spiegare l’origine di tale rapporto, proprio nell’epoca dell’affidamento totale alla tecno-scienza, nell’epoca in cui vige la pretesa dell’assoluta esattezza della logica. Non è d’altra parte così inusuale se si riflette su quella che Vico chiamava la “metafisica fantasticata”: non è il concetto a poter spiegare il mondo, ma è l’immaginazione a conferire senso al reale mitizzandolo. Di più: la parola greca mŷthos non indica affatto una contrapposizione radicale alla parola lògos (ragione, parola), perché significa sì racconto, ma costruito mediante una parola autorevole, veritiera, sacrale.

L’incontro tra mito e ragione avviene in modo straordinario in Platone e in particolare nel mito dei titani Prometeo ed Epimeteo narrato nel dialogo “Protagora”. L’atto che dà vita alla civiltà umana è il gesto di Prometeo che ruba il fuoco dalla fucina di Efesto per darlo agli uomini così da compensare gli squilibri naturali dell’essere umano in confronto agli animali. Epimeteo, incaricato dagli dèi di foggiare la natura dei viventi con i mezzi necessari a sopravvivere, era stato privo di lungimiranza e aveva lasciato la razza umana nuda, scalza e inerme. Prometeo, con il furto per cui sarà punito, come narra Eschilo nel “Prometeo Incatenato”, rende dunque possibile la vita: la sapienza tecnica è la conditio sine qua non dell’esistenza dell’umanità. Tuttavia tale sapienza, qualora sia senza misura, senza limite, comporta violenza e distruzione, il “bellum omnium contra omnes” di cui parla Thomas Hobbes. Tutti dovranno allora essere partecipi di aidòs (pudore, rispetto) e Dike (giustizia) donati da Zeus: non può esserci pòlis (città) senza sapienza politica, leggi, virtù, costumi comuni, che conferiscano un orizzonte di senso, di azione e di sviluppo della Tecnica medesima per la soddisfazione dei bisogni degli individui.

Il problema aperto dal mito è estremamente attuale. Se e poiché il nostro è il tempo della “mobilitazione tecnica universale” (Ernst Jünger), quale spazio ha l’uomo? Può dirsi davvero libero? Nell’orizzonte della Tecnica planetaria viene davvero meno il principio di responsabilità (Hans Jonas)? E quale dovrà essere il compito dell’azione politica?

Prometeo (“colui che conosce prima”) è il simbolo della potenza del sapere, della libertà della conoscenza, del progresso. È figura della tracotanza (ybris) dell’uomo. Epimeteo (“colui che conosce in ritardo”) indica l’impotenza della ragione. E nel nichilismo contemporaneo, in cui assenza della Verità e onnipotenza della tecno-scienza si intersecano indisgiungibilmente, Prometeo sembra ribaltarsi dialetticamente nel suo opposto. Proprio l’infinita potenza prometeica dell’Apparato tecnico-scientifico limita la libertà dell’uomo, rendendolo schiavo di una tecnologia che egli deve continuamente alimentare per poter vivere e di un mondo in cui abita pur non potendolo conoscere a fondo con verità.

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