13 novembre 2019

Taranto, la strana quiete senza tempesta

  • Di Peppino Caldarola

Sono da poche ore a Taranto e la città mi appare spenta prima ancora che si spenga definitivamente l’altoforno del siderurgico. “No, non è cosi, sono tutti a casa per il cattivo tempo”, mi dice l’amico che è venuto a prendermi all’aeroporto di Brindisi.

Forse ha ragione lui. Ma io vado indietro nella memoria, mettendo in circolo la metà del mio sangue tarantino, e mi vengono in mente serate, anche invernali, con le strade illuminate e piene di gente. Qui c’è quiete. Posso dire? Troppa quiete.

Se pensiamo che appena pochi anni fa Taranto fu travolta da una rivolta politica di un masaniello che fu fermato solo dalla magistratura, c’è poco da stare tranquilli. In verità io sono fra quelli che non vuole stare tranquillo. Non è questa la sede per dire quello che penso politicamente, ma spero che la città si ribelli.

Quello che si può dire è invece che attorno a Taranto si sta svolgendo una rappresentazione non bella. Fra le tv che contrappongono operi e madri addolorate e esperti (esperti?) che propongono la fabbrica alla città de-industrializzata.

Non credo a questa discussione. Le contraddizioni di Taranto non sono figlie di un errore di natura, cioè aver messo un “fabbricone” a ridosso della Valle d’Itria, dell’uva da cui nasce lo spumante piemontese. L’errore è stato semmai il raddoppio del siderurgico negli anni in cui fallì l’impresa per Gioia Tauro e con un governo, non so neppure chi ci fosse, che impose i nuovi impianti e, solo dopo averli fatti, chiese le necessarie autorizzazioni.

Vigneto della Valle d'Itria

Vigneto della Valle d'Itria

Oggi comunque questo errore, che è stato il primo di una serie, non può dare alibi all’errore fondamentale, cioè all’idea, che sta diventando realtà concreta, che Taranto diventi un parco giochi e un grande ristorante di cozze, magari “pelose”, e gli operai e le loro famiglie si trasformino in assistiti di stato.

Rischia di affermarsi l’idea che negli anni della nuova straordinaria rivoluzione tecnologica le vecchie imprese devono morire. Ecologia e robot potranno guideranno al mondo? È una nuova ubriacatura di modernità.

La strada migliore è che ecologia e robot aiutino anche il vecchio fabbrichismo a modernizzarsi, a produrre senza danni collaterali, a non illudere le persone che al loro mantenimento ci penserà il sussidio statale e la loro vita si svolgerà in un parco divertimenti, fra birra Raffo e mitili.

Noi siamo uno strano paese, con risorse umane e imprenditoriali eccezionali, in cui però domina un dibattito quasi luddista fra cantori della modernità a qualunque prezzo e distruttori di macchine.

Si capisce così perché la testata della nostra rivista, così antica e prestigiosa, si riveli, invece, modernissima.

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