18 November 2020

Abbiamo perso duemila anni

  • Di Barbara Frandino

Se solo mi avessero ascoltato, la storia sarebbe andata più veloce e ci sarebbero meno scellerati in giro. Se mi avessero dato retta, invece di fissarsi con questa faccenda delle prove, ci saremmo risparmiati quasi duemila anni.

«Ehi – sussurravano invece al mio passaggio – quello non è Aristarco? », si davano di gomito e distoglievano lo sguardo come si fa con i menagramo. «Non è lui: il pazzo? L’empio? Il senzadio? Ehi, guastatore, cambia strada – urlava qualcuno – hai offeso gli dei, hai turbato il riposo di Estia, hai scatenato la sua ira e la terra vomiterà fuoco e seminerà morte, per causa tua».

Avevano menti piccole. Credevano solo a quello che potevano toccare con mano. Facevano la coda per le invenzioni di Ctesibio: il suo organo a canne, che nemmeno sapevano cosa farsene. O il suo orologio: come se fosse un fatto eccezionale rendersi conto che il tempo passava. O la pompa dell’acqua. Be’, quella, lo ammetto, è stata una bella invenzione.

Andiamo, però, io avevo fatto di meglio: avevo visto l’universo e l’avrei mostrato a tutti se i loro occhi non fossero stati miopi. Le stelle fisse e il Sole, immobili. E la Terra che ruotava attorno al Sole e contemporaneamente su sé stessa. Avrei mostrato la distanza tra gli astri e la loro disposizione, avrei spiegato l’alternarsi delle stagioni. Invece, eccoli a dire che ero un nemico dello Stato, un corruttore di giovani menti. Eccoli a denunciarmi, pronti a dimostrare la mia empietà. Ci sono voluti quasi duemila anni prima che Niccolò Copernico mi desse ragione. Duemila anni a sentirvi dire che eravate il centro dell’universo, il pezzo più importante della scacchiera, non vi ha reso persone migliori, credetemi. Ci saremmo evitati un bel po’ di guerre e violenze e soprusi, se vi avessero raccontato chi siete veramente: un dettaglio irrilevante nell’enormità dell’universo.

Ma mettiamo ordine nella storia: troppi di voi mi hanno dimenticato. Il mio nome è Aristarco di Samo, sono nato in Grecia, trecento anni prima di Cristo, e sono stato un matematico e un astronomo. Studiavo ad Alessandria, chiuso nell’osservatorio della biblioteca, e il mio maestro, Stratone di Lampsaco, mi diceva: «Non potresti uscire ogni tanto? Trovati una brava ragazza, qualche buon amico con cui bere del vino, con moderazione si intende, non più di tre coppe, una per il brindisi, una per l’amore e una per il sonno, perché la quarta appartiene alla violenza, la quinta al chiasso, la sesta all’allegria dell’ubriachezza, la settima alla rissa e al tribunale».

Io, però, avevo i miei numeri. Avevo l’astronomia, che le altre scienze supera e sublima. Avevo sopra di me l’immensa volta celeste e il sommo mistero dell’universo da svelare. Fuori da quella biblioteca, il mondo andava veloce: i filosofi, i medici e i poeti si azzuffavano nei simposi, si mescolavano le religioni e le invenzioni, dalla Grecia all’Oriente, dall’Egitto a Babilonia. Ad Alessandria si stava costruendo il faro, alto più di cento metri, una torre di pietra con in cima un grande specchio, che rifletteva i raggi del Sole durante il giorno e una fornace che ardeva la notte. Volevano qualcosa di altissimo e magnifico, che segnalasse l’isola alle navi e che elevasse i suoi abitanti verso Dio. Avrei voluto gridare: «Piccole, insignificanti, ottuse creature, lo volete capire che niente più dell’astronomia avvicina a Dio?», ma io che ero audace con la scienza, ero pavido con le parole.

(Copertina) Orbit 04, Jeremy Rumas, schizzo a penna e pennarello. (Sopra) Heliocentric 2, Michaelalonzo Kominsky, 2010, acrilico e collage su tela

(Copertina) Orbit 04, Jeremy Rumas, schizzo a penna e pennarello. (Sopra) Heliocentric 2, Michaelalonzo Kominsky, 2010, acrilico e collage su tela

Così, in solitudine, passavo le giornate – e i mesi e gli anni – misurando la volta celeste. Ho compreso che al centro dell’universo non v’era la Terra, ma il Sole. E che le stelle fisse erano a distanza enormemente maggiore del diametro dell’orbita terrestre. Ho calcolato le dimensioni di Sole e Luna e la loro distanza, misurando l’angolo tra i due astri nell’istante esatto in cui la Luna si trovava in quadratura con il Sole. Ho stabilito che il diametro della Luna era un terzo di quello della Terra e che il diametro del Sole era sette volte maggiore di quello terrestre. Come vedete, non ho commesso nessun delitto, a meno che non giudichiate tale il bene supremo della verità. Seppure con qualche imprecisione, di verità stiamo infatti parlando.

Ma loro continuavano ad andare pazzi per Platone. E poi per Aristotele: «Provate a lanciare in aria una dracma – diceva lui – non vedete che finisce a terra? E siccome tutto cade verso il centro dell’universo, non è ovvio che il centro sia la Terra?». Poi sono diventati pazzi per Diogene di Sinope, Epicuro e per Zenone di Cizio riempiendosi la testa di strane idee su come si doveva vivere e morire; e dicevano che il pazzo ero io.

Si erano fissati con le prove. Spiavano i miei scritti. Dicevano: «Questi calcoli non esistono, maledetto zuccone di un greco». Alzavo le spalle: era trigonometria e nessuno l’aveva ancora inventata. Avrei dovuto dire: «Portatele voi le prove. Dimostratelo voi, che l’uomo è il centro e lo scopo dell’universo. Portatemelo, il vostro logos: lo voglio proprio vedere coi miei occhi, posatelo sulla mia bilancia, vediamo di quanti cubiti è fatto. Se ogni essere umano è un mondo in miniatura, un riflesso del macrocosmo, allora aprite il corpo di un defunto e dimostratemelo. Fatemi osservare l’anima del mondo, permettetemi di calcolarne il peso e la circonferenza. Badate, sono anche un eccelso geometra, lasciate che verifichi lo stato delle intime connessioni che uniscono l’universo».

È stato Cleante, il filosofo, a denunciarmi. Aizzava il popolo come a un combattimento di galli. Hanno gettato i miei libri ai porci – vi hanno detto che sono andati perduti, tutti tranne uno, ma vi hanno mentito – e sotto i loro sandali hanno demolito i miei strumenti. Si stringevano l’un l’altro i polsi e gli avambracci in segno di apprezzamento, come a dire che avevano fatto un buon lavoro. Mentre io restavo in silenzio. Soffiava il maestrale, quel giorno, e sentivo la pelle, sotto la lunga tunica di lino, accapponarsi per il freddo e lo strazio. Stavano distruggendo il mio genio e io non proferivo parola. Ed è forse l’unica ragione per cui sono rimasto in vita.

Ci saremmo evitati un bel po’ di guerre e violenze e soprusi, se vi avessero raccontato chi siete veramente: un dettaglio irrilevante nell’enormità dell’universo

Sun Ra Heliocentric Worlds, Kara D. Rusch, 2013, acrilico e olio su tela

Sun Ra Heliocentric Worlds, Kara D. Rusch, 2013, acrilico e olio su tela

Poi è arrivato Tolomeo, coi suoi calcoli perfetti, le sue regole indiscutibili per prevedere albe e tramonti, e i movimenti delle stelle che lui immaginava incastonati in sfere di cristallo. Un notaio della scienza, non uno scienziato: con le sue vecchie teorie della Terra al centro e i pianeti a girarle intorno e il suo insopportabile “Almagesto”, quel libro che sembrava avere una risposta per tutto. E per oltre mille anni non si è parlato d’altro. Ma chi dice la verità, come sostiene il vostro Oscar Wilde, prima o poi viene scoperto. E le poche righe ritrovate negli scritti di Archimede, di Vitruvio e di Plutarco sono stati gli indizi che hanno portato fino a me. Così Niccolò Copernico, nel 1543, ha dovuto riconoscere che la teoria sull’eliocentrismo era nata, per la prima volta, in questo mio ostinato zuccone greco. Troppo in anticipo sui tempi, hanno detto i posteri che, duemila anni dopo le mie scoperte, hanno visto Giordano Bruno al rogo, per aver creduto nell’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni, e Galileo costretto ad abiurare.

Potevo scegliere una morte grandiosa, è vero, ho preferito un misero oblio. Per Socrate, un uomo di valore non dovrebbe tenere in conto la vita e la morte. Ma se avessi accettato la morte, avrei disertato il campo, mentre avevo ancora troppe cose da capire prima di andarmene. Se sia stata la scelta di un temerario o di un codardo, decidetelo voi. A mia difesa, posso dirvi che molte altre meraviglie ho scoperto negli anni che mi sono rimasti, ma l’umanità non era pronta a conoscerle. Non era pronta a risvegliarsi nel mezzo del sonno.

Ora sono stanco, e vi devo invitare a lasciarmi. Sono anziano e ho pronunciato più parole in questo consesso, che in un’intera vita. Non sono mai stato bravo con le parole. E i millenni passati in solitudine: insomma, uno ci fa l’abitudine al silenzio. No, non preoccupatevi per me: ho solo bisogno di riposare e poi torno alla mia astronomia. Ci sono ancora tutti quei numeri, quelle idee e quelle formule che mi girano in testa. Sul serio, non preoccupatevi: non sapete quanta libertà si può trovare, a stare soli. Un’ultima cosa, prima di andarvene: chiudete bene la porta.

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