01 July 2020

Ambientalismo, forte in Europa, scheggia minore in Italia

  • Di Camilla Povia

L’analisi del politologo Marco Tarchi

Le recenti elezioni francesi consegnano un trionfo degli ambientalisti in moltissimi comuni tra cui Lione, Bordeaux e Strasburgo. Abbiamo chiesto al politologo Marco Tarchi, che insegna Scienza Politica, Comunicazione politica e Analisi e Teoria politica all’Università di Firenze, cosa pensa di questa nuova ‘ondata’ verde e come mai in Italia essa faccia fatica a trovare spazio elettorale.

Marco Tarchi

Marco Tarchi

Come sempre, dopo ogni vittoria di un partito ‘verde’, c’è chi l’accoglie come segno di una svolta verso il futuro. Perché secondo lei nel corso degli anni, nella nostra società che comunque rimane prettamente industriale, si è accentuata l’equazione che ‘ambientalismo’ voglia dire ‘futuro’?

Perché è cresciuto il disagio verso un presente in cui i difetti dell’industrializzazione – a partire dall’inquinamento e dal surriscaldamento globale – sono più evidenti e non sono più controbilanciati dai pregi che le erano attribuiti: i molti posti di lavoro e quindi maggiore ricchezza o minore povertà. La globalizzazione, con la diffusa delocalizzazione delle fabbriche, ha infranto molti sogni di un futuro migliore. Mentre si fa un gran parlare dei vantaggi dell’economia “verde”.

I Verdi sono la quarta forza politica del Parlamento europeo. Eppure in Italia a maggio del 2019 solo il 2.3% dei votanti hanno espresso la preferenza per quel partito. Sicuramente nel nostro Paese c’è un ‘sentimento’ ecologista ma perché allora questo fa fatica a tradursi elettoralmente?

Fino dalla metà degli anni Ottanta, dopo i primi successi di liste di Verdi autentici, in Italia l’ecologismo politico è diventato terreno di sfruttamento da parte di riciclati da partiti in via di fallimento o di estinzione: radicali, demoproletari, schegge disperse di una sinistra “minore”. E alle battaglie ambientaliste si sono preferite quelle per qualche poltrona da ministro o sottosegretario o per un posto di sottogoverno. Con alleanze che hanno svilito e spesso snaturato l’originalità del progetto Verde.

Certamente nei paesi che hanno una situazione socioeconomica migliore della nostra, è più facile dare spazio all’ambientalismo. Ma nell’ultimo anno abbiamo assistito a una vera e propria esplosione globale di questo tema, come se si volesse riempire un vuoto. Cosa è accaduto?

Prima di tutto, c’è stato il desiderio dei media mainstream di trovare un nuovo argomento per catturare l’interesse del pubblico: la nascita e il lancio del caso Greta Thunberg, assurto a fenomeno di moda, deve tutto a questa sponsorizzazione – senza la quale il tema della catastrofe ecologica sarebbe rimasta il solito argomento ricorrente ma secondario, liquidato nelle pagine di “cultura e società” dei quotidiani. Poi è venuto il covid a prendersi la scena, ma – nel progressivo tramonto delle forze politiche tradizionali – l’ecologismo è sembrato a qualcuno una nuova carta da giocare. Resta da vedere se la prova del governo nazionale (come in Austria, nella coalizione con i popolari) o delle amministrazioni locali (come in Francia e in qualche altro paese nordico) verrà superata con buoni voti o decreterà una bocciatura.

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