10 June 2021

Carlo Rovelli, la "vile meccanica" oltre l'astruso specialismo

  • Di Ginevra Leganza

Carlo Rovelli, amante dei quanti e di Anassimandro, è un fisico e non un filosofo. Eppure nel dire di se stesso ricorre a un’espressione che tradisce: “io non sono un filosofo, sono un fisico: un vile meccanico”, scrive in “Helgoland”, suo ultimo libro (Adelphi, 2020). Non è un filosofo, d’accordo, ma l’eco dei Promessi sposi è un lasciapassare oltre l’astruso specialismo. L’uomo e lo scienziato nella sua scrittura fanno tutt’uno: il tremendo stupore della meccanica quantistica è addolcito dalle incursioni nella letteratura tedesca e nel buddhismo indiano. Il gatto di Schrödinger è ammansito dalle sinfonie di Bach, le sue onde si attenuano fluttuando insieme a citazioni shakespeariane fino ad arrivare alle tabelle di Heisenberg. E finalmente le menti indisciplinate – a patto di essere almeno un po’ curiose – riescono a guardare alla fisica senza boccheggiare. Non è detto che leggendo Rovelli proprio tutti capiscano tutto, e forse l’intento non è questo, ma certo la divulgazione inizia ai segreti della fisica moderna, che nella mente dei suoi artefici somiglia quasi alla mistica (somiglianza, questa, che ho già pensato un’altra volta intorno a un libro di Benjamín Labatut sulle biografie romanzate degli scienziati del Novecento).

Il merito dell’accademico bestsellerista è quello di trattare con tono leggiadro argomenti gravosi (è una regola di stile), ma anche di vedere la poesia nella scienza e viceversa. Non so se si possa parlare a pieno titolo, senza forzare la mano, dell’umanesimo scientifico che tanto ci sta a cuore. L’uomo di Rovelli sembra piuttosto un granello della sabbia incerta che è il cosmo. Tuttavia lo scienziato non è affatto insensibile al desiderio di totalità che a partire da quel granello si manifesta non solo nelle formule scientifiche, ma anche nei versi dei poeti, nelle congetture dei filosofi… Il suo sguardo è panoramico e poroso, come quello di un pascaliano che intreccia finezza e geometria. Alla fine, però, sia lo spirito geometrico sia lo spirito fine si scoprono piuttosto privi di cardini.

(Copertina) Fronteiras do Pensamento / Luiz Munhoz. (Sopra) Carlo Rovelli in una foto stata scattata all'Università La Sapienza di Roma. Dipartimento di Filosofia. Colloqui di scienza e filosofia 2015. Marco Tambara

(Copertina) Fronteiras do Pensamento / Luiz Munhoz. (Sopra) Carlo Rovelli in una foto stata scattata all'Università La Sapienza di Roma. Dipartimento di Filosofia. Colloqui di scienza e filosofia 2015. Marco Tambara

Il principio di indeterminazione, dice Rovelli, non è solo la teoria più convincente: è la stessa fonte di leggerezza che scaturisce dall’assenza di un fondamento. Da questo punto di vista, l’autore delle “Sette brevi lezioni di fisica” è vicino tanto a un mahāyāna illuminato quanto all’uomo del nostro tempo. Il mondo rovelliano è ostile alle solide sostanze: l’io è un pronome di superstizione che in verità dice il niente, e tutto questo non provoca sgomento ma dolce naufragio. Rovelli legge il monaco Nāgārjuna e si raccerta negli esiti esistenziali della lezione dei suoi Heisenberg e Bohr. Il giovane scienziato in ritiro sull’isola del Mare del Nord – parliamo di Heisenberg ventitreenne – concepisce teorie in qualche modo già in nuce negli scritti del buddhista indiano: la realtà è un reticolo, e quelle che chiamiamo sostanze altro non sono che figure retoriche, metafore che si affannano a individuare i nodi di un tessuto, i piccoli e misteriosi fulcri del cosmo che siamo anche noi che diciamo “noi” senza capire cosa siamo. Il mondo non è una somma di sostanze, dice: è la trama di relazioni difficilmente commensurabili. Tutto è rapporto, tutto sfugge, così come niente è substrato una volta che la scienza ha posto l’indeterminazione come base. Rovelli prosegue e aggiorna una linea che dalla concezione dell’impermanenza porta alla liquefazione della cosa ultima. In tal senso, possiamo ben dire che il fisico è l’uomo del nostro tempo: rassicurato dal nulla, esaltato dallo sfumare del confine. Chissà che non sogni un mondo simile a quello sognato dal bolscevico Bogdanov in “Stella Rossa”, e che Rovelli riprende nel suo libro sull’indeterminazione: un mondo marziano, con “un efficiente apparato statistico per elaborare dati economici capaci di indicare alle fabbriche cosa serve produrre”, un mondo di indifferentismo sessuale dove maschi e femmine si mescolano nella polvere del cosmo. C’è da dire che quest’allucinazione marziana non è poi così distante dal presente, e dunque Rovelli è uomo del momento. Quanto a noi, forse dovremmo convenire che il cosmo sia un pugno di sabbia senza fondamento. Ma è nostro dovere, per dirla con Borges, costruire come se la sabbia fosse pietra.

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