29 March 2020

Cingolani "Ripartire trasformandosi"

Ora dobbiamo preoccuparci di mettere a punto un nuovo modello di vita, lavoro, servizi, relazioni, che toccherà davvero tutti quanti.

Lavora da casa, anche se potrebbe andare in ufficio, visto il ruolo di direttore dell’Information & Communication Techology di un colosso come Leonardo. «Ma dobbiamo dare l’esempio. E poi qui ora ho una fibra da 0,2 giga al secondo» spiega Roberto Cingolani dalla sua casa genovese. Lo scienziato-manager che ha fatto grande l’Iit in 15 anni da direttore scientifico e che oggi è ai vertici di una delle prime realtà industriali del Paese, riflette su un presente complesso, che deve però già diventare laboratorio di idee per il futuro prossimo.


Come reagire a ciò che stiamo vivendo, direttore Cingolani?
«L’imperativo è trasformare le difficoltà in opportunità, altrimenti non ci saranno alternative al decadimento».

Bel programma. come si realizza?
«Pensando al dopo, già oggi. Vede, noi italiani siamo scarsamente pianificatori, anche se la pandemia non puoi certo prevederla. Ora dobbiamo preoccuparci di mettere a punto un nuovo modello di vita, lavoro, servizi, relazioni, che toccherà tutti quanti. Nessuno pensi al “liberi tutti” una volta che la situazione si potrà considerare superata. Ci ritroveremmo al punto di partenza. Ci vuole però la giusta pianificazione, perché non si può nemmeno pensare al “tutti a casa” in eterno».

E quindi, da cosa partire?
«Sarà necessario un nuovo modello di organizzazione del lavoro. Auspico che si possa pensare a lavorare su tre turni da 7 ore nell’arco delle 24 ore. A parità di lavoro dovremo essere molto più distanziati. Dovremo mettere meno persone per unità di area e quindi ci vorrà una turnazione diversa rispetto a quella odierna».

Vale solo per le fabbriche?
«Ma no, anche per i negozi dovremo ragionare sulle 24 ore. Se mi dicono che posso andare a fare la spesa di notte ci vado, se necessario».

C’è chi teme che si intensifichino anche i controlli sui singoli, a discapito della privacy. Che ne pensa?
«Penso che la pelle sia più importante della privacy. Sicuramente serviranno tecnologie di controllo e di tracciabilità che si possono rivelare vitali e vivremo una fase più critica.

Ma siamo in un Paese civile e non saranno norme permanenti. Bisogna comunque arrivare a un patto chiaro con lo Stato, su questa materia».
Con lo smart working abbiamo aperto una frontiera che si rivelerà utile anche in futuro. È d’accordo?

«Assolutamente sì, lo smart working è una cosa seria, dobbiamo prendere tutto ciò che di buono questa esperienza ci sta lasciando e ne avremo benefici in termini di impatto ambientale. Vale lo stesso per la scuola e l’università, con le lezioni on line che stanno seguendo i nostri figli. Mi permetta invece di considerare un po’ stucchevole in una fase come quella che stiamo vivendo il dibattito sullo sport. Se avremo stadi vuoti, supereremo il problema riaprendo comunque le gare, quando questo sarà possibile».

Che idea si è fatto. Quando finirà questa emergenza Covid?
«Quando ci sarà il vaccino, ipotizziamo nel primo trimestre del 2021. Fino ad allora dobbiamo agire con le norme. Il lockdown si è rivelato necessario, lo Stato italiano ha fatto un buon lavoro, ora ci serve un piano a lungo termine».

La spesa che lo Stato dovrà affrontare sarà enorme.
«Siamo di fronte a una prospettiva di debito che aumenta, con l’Europa che non si mostra molto collaborativa, e il Pil che si abbassa. Ci sono milioni di persone che con le loro attività, soprattutto negozi e piccole imprese, rischiano di non rialzarsi più. E allora cerchiamo di uscirne facendo un grande sforzo e abbattendo errori decennali».

Roberto Cingolani, Chief Technology & Innovation Officer di Leonardo

Roberto Cingolani, Chief Technology & Innovation Officer di Leonardo

Da dove comincerebbe?
«Darei la botta finale alla burocrazia, il vero male di questo Paese. Guardiamo alla Liguria e alle sue infrastrutturali crollate, fisiche e digitali. Ora grazie a persone come Renzo Piano, ma anche il sindaco Marco Bucci e il governatore Giovanni Toti, noi ricostruiremo un ponte con tempi cinesi. Ma il vero problema è subito a fianco e si chiama burocrazia, quella che dilata i tempi all’infinito e che va combattuta. Nessuno quantifica mai il tempo, se lo si facesse saremmo sconvolti dai costi bruciati a causa della burocrazia».

Quindi, burocrazia primo nemico. E poi?
«Poi è necessario che la finanza rientri nel ruolo che le compete. Se le lasciamo fare anche le strategie, si occuperà solo del suo core business, fare soldi. Invece dev’essere protagonista, ma non facendo il driver della situazione, ruolo che compete ad altri».

Il virus ci farà capire fino a che punto ci siamo spinti, fino a dove abbiamo forzato la situazione?
«È essenziale che sia cosi. Leggetevi il rapporto Onu GEO6, ci spiega che abbiamo creato un modello di sviluppo tutto basato su produrre e vendere, rimandando il debito di sostenibilità alle generazioni successive. Ma questo ha generato catastrofi e cambiamenti climatici che ci sono costati 1.700 miliardi di dollari. Quanto conteggiamo il Pil dovremmo metterci anche questo dato e allora la crescita avrebbe altri numeri. Forse è meglio pensare di produrre mille pezzi, ma senza debito di sostenibilità, che tremila in queste condizioni. Abbiamo spostato intere produzioni solo perché la manodopera costava meno e ora ci accorgiamo che non si sono più mascherine. Per fortuna l’Italia è anche un paese in cui ci si riconverte in un attimo, ma ripensiamo davvero al nostro modello di crescita e facciamolo seguendo la conoscenza, la cultura, le scienze umane. Trasformarsi è un messaggio poderoso. Ne usciremo tutti, ma solo chi vede lungo adesso avrà un grande recupero».

Articolo pubblicato su la Repubblica Genova del 29 marzo 2020

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