27 April 2020

Cingolani: "Siamo tornati alla preistoria, dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere"

Roberto Cingolani, Chief Technology & Innovation Officer di Leonardo, è membro della task force del governo Conte guidata da Vittorio Colao, riflette su ciò che stiamo vivendo e su ciò che ci aspetta per la ripartenza a tappe in un mondo che comunque non sarà più quello di prima.

Roberto Cingolani, fisico, membro della task force del governo Conte guidata da Vittorio Colao: "Riparametrarsi è in fondo una opportunità, se non ci fosse stato questo scossone avremmo continuato questa corsa un po' insensata dentro un certo modello economico, invece siamo chiamati a cambiare. E se sprecheremo questa opportunità, sarà un grande errore storico"

"Questo tsunami che si è abbattuto su di noi, ci mette di fronte a una sfida epocale. Qui non si tratta solo di uscire da una situazione di emergenza gravissima, ma anche di rivedere la nostra visione del mondo per il futuro e dobbiamo iniziare a farlo a partire dalle scuole, perché è lì che si costruiscono le prossime generazioni, è lì che ci sono i nostri figli, che tra poco dovranno vivere da adulti in questo mondo".

Roberto Cingolani, fisico, per 14 anni direttore scientifico dell'Istituto italiano di Tecnologia, ora responsabile dell'innovazione tecnologica di Leonardo, oltre che membro della task force del governo Conte guidata da Vittorio Colao, riflette su ciò che stiamo vivendo e su ciò che ci aspetta per la ripartenza a tappe in un mondo che comunque non sarà più quello di prima.

Dottor Cingolani, quanto sarà importante in questa fase e poi anche dopo l'innovazione tecnologica il più possibile non diseguale?

"Noi siamo vissuti sino a due mesi fa con una certa scala di valori per noi fondamentali, poi è arrivato uno tsunami che ci riporta drammaticamente come a uno stato di preistoria. Il Covid è una cosa estremamente seria, che tuttavia ci ha indicato che dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro modo di vivere. Ora che siamo ancora dentro l'epidemia dobbiamo minimizzare i rischi e controllare il danno, bisogna cercare dei compromessi, stando attenti alla evoluzione della malattia".

Poi?

"Speriamo che la fase due duri meno di un anno ma la vera sfida è come ci vogliamo riparametrare, è un argomento sociale, antropologico organizzativo. E riparametrarsi è in fondo una opportunità, se non ci fosse stato questo scossone avremmo continuato questa corsa un po' insensata dentro un certo modello economico, invece siamo chiamati a cambiare. E se sprecheremo questa opportunità, sarà un grande errore storico. Questo è un avvertimento importante"

Da cosa partire?

"Ora servirà una accelerazione enorme sulla gestione del dato e delle infrastrutture digitali. Se la gente lavorerà sempre di più da casa, se la Medicina e la pubblica amministrazione saranno anche molto digitali, da un lato occorrerà avere infrastrutture più complete, dall'altro trasformare in valore questa tecnologia, che sarà ovunque come una ruota in tutti i mezzi di trasporto".

Siamo pronti?

"Bisognerà riqualificare molte persone su tematiche che evolvono veloci. Serve un patto pubblico-privato per aggiornare i lavoratori, ma questo deve partire dalla scuola, che in questo momento di crisi drammatica deve essere oggetto di investimento, di crescita importante. Parliamo del futuro che non è una cosa nostra, lo abbiamo in comodato, lo dobbiamo consegnare alle nuove generazioni, e dev'essere un futuro sostenibile, perché se non investiamo ora, consegneremo ai nostri figli un futuro in cui loro saranno deboli. Bisogna essere molto attenti, alcuni Paesi a mio parere hanno visione un po' più lunga della nostra".

I problemi sono già emersi in questo periodo di lockdown. Digital divide nella scuola a distanza, cyber bulli che si intromettono nelle lezioni, fake news, violazione della privacy.

"Questo flusso immenso di dati necessita di sistemi di analisi e di gestione opportuni, di algoritmi efficaci. Su questo gli Stati Uniti, Cina, Giappone e Corea del Sud hanno fatto investimenti, in parte anche Francia, Germania, Inghilterra e Svizzera, ma non c'è un gap pazzesco a nostro svantaggio. Però, è fondamentale, mentre si producono dati, analizzarli e proteggerli, per rendere efficaci e sicuri smart working, teledidattica e telemedicina. E con investimenti adeguati garantire la privacy, proteggere lezioni a distanza, cartelle cliniche, sistemi bancari. Ecco, tutto questo va oltre il presente. Noi dobbiamo chiederci cosa vogliamo che sia l'Italia nel 2040. Questo a mio parere sarà il primo livello della grande opportunità che abbiamo davanti. E servirà una acculturazione digitale la più ampia possibile, altrimenti si genereranno diseguaglianze".

Come conciliare ora salute e ripresa?

"Noi tutti abbiamo capito che il nostro sistema economico è un sistema artificiale, ci siamo resi conto che se la gente muore la scala di priorità va rivista col massimo pragmatismo e capisco anche che non si deve morire di fame. Allora bisogna fare fatica, non illudersi che ci siano scorciatoie e soluzioni magiche e immediate. Io dico sempre che ogni nostra azione ha una conseguenza. Bisogna ammettere che è importante studiare, non temere ciò che si non conosce, una società basata sulla conoscenza è fondamentale. Ad esempio, io i 'no vax' non li sento più, sarebbe interessante sapere dove sono finiti. Non aver investito in medicina e ricerca in questo caso specifico ha dimostrato l'indebolimento di una società. Le soluzioni che cerchiamo sono frutto di compromessi tra la conoscenza e il rischio. E mitigare il rischio è quello che si chiede alla politica. Vorrei fare solo un esempio che riguarda l'azienda per la quale opero, cioè Leonardo".

Cioè?

"Leonardo in questo periodo è riuscita a tenere in piedi le sue infrastrutture tecnologiche e di servizio (satelliti, velivoli e cyber) mantenendo strutture operative in Italia dove abbiamo circa 30 mila addetti, riscontrando un numero molto piccolo di casi di contagio. Questo dimostra che impegnandosi tutti insieme, dalle parti sociali all'azienda, si è riusciti a tenere sotto controllo una situazione pericolosa. La soluzione ideale e più facile sarebbe stata fermiamo tutto, ma nei sistemi complessi non c'è mai una soluzione ideale".

Cosa pensa dell'idea di cambiare gli orari delle città?

"Che è un principio corretto. Poiché dobbiamo distanziare le persone, delle due l'una: o raddoppi gli spazi o diluisci le persone nel tempo. Mi sembra che la prima soluzione sia difficilmente praticabile. Poi, alla fine alcune cose resteranno e altre casomai no, perché si potrà tornare alle attività di prima. Ma con una svolta antropologica indispensabile, cioè aver imparato che tutti noi abbiamo una responsabilità sociale che è quella che in queste settimane ci ha portato a stare chiusi in casa per non contagiarci l'uno con l'altro, ma che dovrebbe essere il nostro fondamento del vivere sempre insieme e non solo in emergenza".

Articolo pubblicato su la Repubblica.it del 27 aprile 2020

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