20 May 2020

Crisi globali, geografie e territori

  • Di Fabio Renzi

L’Italia può essere tra i protagonisti di questo nuovo tempo economico e sociale grazie ai tanti primati che ha nel campo della sostenibilità.

L’epidemia scatenata dal covid-19 come una nemesi della globalizzazione ha fatto riemergere l’esistenza delle geografie e il ruolo dei territori; dalle filiere produttive che tenderanno ad essere meno mondiali e più regionali (Europa, Mediterraneo, Usa e Canada...) alla rilocalizzazione di aziende che tornano a produrre in casa si condensano ed accelerano processi e dinamiche già in atto. Abbiamo così preso drammaticamente atto della necessità di tornare a produrre beni che pur essendo a basso valore aggiunto sono però indispensabili a salvarci la vita. Quegli stessi beni che in pochi giorni abbiamo iniziato a produrre per le riconversioni avviate spontaneamente e generosamente da imprese che hanno messo a disposizione il loro patrimonio di saper fare e creatività. Un tessuto produttivo composto per la maggior parte di imprese di piccole e medie dimensioni, spesso artigianali, espressione dei territori e delle comunità. Siamo oggi più consapevoli dell’importanza fondamentale dei presìdi di medicina territoriale che in alcune regioni hanno frenato e contenuto l’espandersi dell’epidemia. E abbiamo avuto conferma del ruolo fondamentale dei comuni e delle reti del volontariato nell’assistere le aree di disagio sociale tradizionali e quelle nuove, per individuare le quali più che gli algoritmi valgono empatia e prossimità. Sono emersi però anche i divari che segnano i territori, a partire da quello digitale con il 25% delle famiglie italiane che secondo i dati Istat non hanno l’accesso a Internet.

Una forma di disuguaglianza che ha impedito in queste settimane alle comunità e alle famiglie più deboli di accedere al telelavoro, di poter seguire le attività didattiche a distanza e anche di coltivare le relazioni affettive diventate virtuali ma non meno importanti. Per questo la ricostruzione post covid19 deve avere tra le sue priorità il rafforzamento dei territori a partire dalla costruzione di un nuovo e più equilibrato rapporto tra grandi aree urbane, città intermedie e piccoli comuni. Una prospettiva già emersa alla luce della crisi climatica diventata ancor più urgente con la pandemia, come dimostra il dibattito di queste settimane sulla dispersione abitativa dalle città verso le aree meno densamente popolate. Per contrastare gli effetti della crisi climatica avremo bisogno di città più abitabili e di territori più abitati. Se le due crisi sono le facce della stessa medaglia - come risulta evidente dai rischi di spillover favoriti dalla erosione dei grandi habitat che sono tra i grandi pozzi naturali di assorbimento della CO2 oltreché contenitori di biodiversità e di pericolosissimi virus, così come dal maggior impatto dell’epidemia laddove i livelli di inquinamento atmosferico sono più alti - dovremo essere capaci di utilizzare le ingenti risorse messe a disposizione dall’Europa per la ricostruzione post covid 19 con quelle del Green Deal (circa mille miliardi di euro nel prossimo decennio destinati ai paesi dell’Unione) con programmi coordinati e coerenti con l’obiettivo di azzerare entro il 2050 il contributo netto di emissione di gas serra. Per vincere questa sfida avremo bisogno di un rinnovato e qualificato intervento pubblico ma certamente non di politiche centraliste e stataliste che presumono di risolvere questioni complesse con semplicistiche soluzioni tecnocratiche. Non basterà riportare indietro le lancette dell’orologio rassicurandoci su come sarebbe andata se solo fossimo stati più previdenti ed efficienti, siamo chiamati, piuttosto, a pensare un cambio di tempo. C’è bisogno di valori, visioni, elaborazioni culturali, innovazioni sociali, scientifiche, tecnologiche ed estetiche capaci di rispondere alle nuove domande etiche orientate a sostenibilità e sobrietà. La crisi del covid19 rende così ancora più urgente il messaggio del Manifesto di Assisi - promosso da Symbola e dai francescani del Sacro Convento - della necessità di promuovere “un’economia a misura d’uomo” per vincere la sfida climatica. Una prova decisiva per la stessa Europa, un’occasione per rinnovare la sua missione (...uno spazio privilegiato delle speranze umane...come recitava la proposta di Costituzione europea), per ritrovare anima e forza.

E l’Italia può essere tra i protagonisti di questo nuovo tempo economico e sociale grazie ai tanti primati che ha nel campo della sostenibilità; con più di 1/3 delle sue imprese manifatturiere che in questi anni hanno investito in tecnologie e prodotti green aumentando, rispetto alle altre, quote di export, fatturato e contratti a tempo indeterminato e più qualificati; per essere prima in Europa nell’economia circolare e nell’efficienza; una delle sole cinque nazioni al mondo ad avere un surplus manifatturiero superiore ai 100mld di dollari, dopo Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud e per avere l’agricoltura più competitiva e a minor impatto ambientale dell’Unione. Una concezione umanistica dell’economia - ben più presente e diffusa in Italia che altrove - dove la sostenibilità si accompagna con la responsabilità sociale di imprese “coesive” grazie alla loro capacità di sviluppare relazioni positive con lavoratori, partner e fornitori, comunità, istituzioni, consumatori e con il terzo settore. La sfida è quindi quella di mettere in campo finalmente una programmazione pubblica strategica in grado di mobilitare le migliori energie della società, delle imprese, della cultura e della ricerca, del mondo del non profit e del volontariato e anche delle singole persone per allargare e dare forza alle tante esperienze che in questi anni hanno dimostrato che un’economia a misura d’uomo non solo è giusta ma anche conveniente e competitiva. Per cogliere le opportunità e le risorse straordinarie che saranno disponibili è però necessario avviare una profonda e decisa sburocratizzazione e semplificazione legislativa e amministrativa effettuando procedure, affidamenti e controlli sulla base delle norme stabilite dall’ordinamento comunitario. Faremo bene a tenere a mente il monito del Giulio Cesare di Shakespeare “C'è nelle cose umane una marea che colta al flusso mena alla fortuna: perduta, l'intero viaggio della nostra vita si arena su fondali di miserie. Ora noi navighiamo in un mare aperto. Dobbiamo dunque prendere la corrente finché è a favore, oppure fallire l'impresa avanti a noi”

Fabio Renzi è segretario generale di Symbola - Fondazione per le qualità italiane

Fabio Renzi è segretario generale di Symbola - Fondazione per le qualità italiane

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