03 May 2021

Draghi, l’uomo della previdenza

  • Di Paolo Armaroli

L’abbiamo scampata bella. Durante l’esplorazione di Roberto Fico, e non per colpa del presidente della Camera, la nostra Costituzione è stata violata più della vecchia di Voltaire. I partiti della vecchia maggioranza, orba di Matteo Renzi, hanno cercato di spartirsi programma di governo e ministeri in ossequio al peggior manuale Cencelli. Con nessun rispetto per le prerogative del futuro presidente del Consiglio. Il tentativo di Fico fallisce. A questo punto Sergio Mattarella, il 2 febbraio, prima rivolge un pressante appello a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica. E il giorno dopo, senza consultare di nuovo i partiti – come aveva fatto Luigi Einaudi con Giuseppe Pella – conferisce l’incarico a Mario Draghi.

Uomo della Provvidenza, come è stato salutato prima ancora che dicesse la sua, per il suo prestigioso curriculum? Diamo tempo al tempo. Dopo tutto, il budino va assaggiato per sapere com’è. Fatto sta che non aveva tutti i torti Ettore Petrolini quando affermava che se uno è bravo, anche se non dice niente è sempre bravo. In effetti, durante i giorni del suo incarico Draghi non è stato da meno di Mattarella per silenzi che hanno incantato i suoi interlocutori. Convinti, a loro rischio e pericolo, che chi tace acconsente. Non fosse che per questo, fin dalle prime battute Draghi si è rivelato non solo un supertecnico ma anche un politico navigato. Pronto ad ascoltare le ragioni degli altri, in maggioranza o all’opposizione che fossero, ma consapevole che in ogni caso sarà lui a fare la sintesi. A tenere dritta la barra.

La verità è che Draghi si sta dimostrando l’uomo della previdenza. Un decisore, certo, come si conviene a un politico di rango. Ma disponibile alle mediazioni, ove necessario, purché non mandino a monte gli obiettivi prefissati. Previdente, Draghi, perché in stretta intesa con il capo dello Stato si appella alla forza del diritto. Riesce a far cantare a dovere la Carta costituzionale. Finalmente l’inquilino del Colle nomina in autonomia il presidente del Consiglio e, su proposta di quest’ultimo, i ministri. Finalmente non assistiamo a una felliniana prova d’orchestra. E il presidente del Consiglio dirige sul serio la politica generale del governo e ne è responsabile. Inoltre, mantiene con guanto di velluto l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri.

Certo, la Costituzione non è manna piovuta dal cielo. Draghi deve adoperarsi in tal senso ogni giorno. Perché deve vedersela con le bandierine che i partiti della maggioranza ostentano per marcare la loro identità, con i presidenti delle Regioni che per prudenza fanno sentire alta e forte la loro voce, con una burocrazia a livello centrale e periferico che, salvo lodevoli eccezioni, lascia parecchio a desiderare. Ma, a poco a poco, le cose stanno cambiando. Il 26 febbraio Fabrizio Curcio sostituisce Angelo Borrelli alla Protezione civile e il 1° marzo il generale Francesco Paolo Figliuolo è nominato commissario straordinario anticovid al posto di Domenico Arcuri. E da cosa nasce cosa: dai vaccini al piano per la rinascita. Dove, come ha ben sottolineato Draghi a Montecitorio e a Palazzo Madama, dietro i numeri c’è il destino di una Nazione. Insomma, il motore diesel di Palazzo Chigi è in costante accelerazione. E poi, come ha ribadito la Corte costituzionale, la profilassi internazionale è competenza dello Stato.

Il governo in carica, sia chiaro, non è la causa bensì l’effetto della crisi dei partiti, che stanno subendo metamorfosi degne di nota. Enrico Letta è subentrato a Nicola Zingaretti alla segreteria del Pd e Giuseppe Conte è a un passo dalla guida del M5S proprio nel momento in cui il fondatore Beppe Grillo sembrerebbe intenzionato a gettare la spugna. Tutto è in movimento e gli aspetti positivi non mancano. Valga l’esempio della legge elettorale. Sembrava che la proporzionale dovesse essere approvata in tempi relativamente brevi. E invece è stata gettata alle ortiche a tutto vantaggio o della legge attuale, che ha un terzo di maggioritario con collegi uninominali a un turno come in Inghilterra, o di quel Mattarellum che piacerebbe al neo segretario del Pd. Così abbandoneremmo il triciclo, inforcheremmo la bicicletta sartoriana del bipolarismo e torneremmo alla democrazia dell’alternanza. Grazie alla quale gli elettori potrebbero scegliersi non solo i loro rappresentanti ma anche il governo.

Si obietterà: ma dietro l’angolo ci aspetta il 3 agosto, giorno in cui inizia il semestre bianco e Mattarella non potrà più sciogliere le Camere in caso di bisogno. Può ben darsi che, alla vigilia delle elezioni comunali in programma in autunno, qualche partito faccia le bizze e pretenda – come si diceva una volta – tutto e subito. Ma nessuno sarà così folle da provocare una crisi ministeriale al buio quando siamo ancora in mezzo al guado. In tale dannata ipotesi, l’uomo della previdenza sfoggerà tutte le sue doti diplomatiche. Forte del sostegno di Mattarella, sempre pronto a incoraggiare e a mettere in guardia.

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