23 February 2021

Fotografia come Scienza, incontro col fotografo Enzo Ragazzini

  • Di Flaminia Bussotti


Sarteano, Siena - Parlare di fotografia con Enzo Ragazzini, uno dei nostri fotografi più famosi, e meno smaniosi di fama, significa anche parlare di scienza, antropologia, tecnologia, lavoro e industria. In oltre 50 anni, la carriera di Ragazzini - romano, classe 1934 - si proietta dalla camera oscura (dove in dieci anni di gavetta si è iniziato da solo ai segreti della stampa e dell’elaborazione fotografica), alla sperimentazione grafica, ai grandi reportage in giro per il mondo per le maggiori industrie italiane (Olivetti, Pirelli, Fiat, Iveco, Agip, Eni, Enel, Ferrovie dello Stato), alle astrazioni fotografiche in questi ultimi anni con tecnica digitale al computer. Di recente la Cassa Depositi e Prestiti ha donato a Papa Francesco un cofanetto con una sua foto di un altoforno alla Cornigliano di Genova degli anni ’60.

(Copertina) Dalla mostra Op-Art © Enzo Ragazzini. (Sopra) Enzo Ragazzini. Foto di Bettie Ras

(Copertina) Dalla mostra Op-Art © Enzo Ragazzini. (Sopra) Enzo Ragazzini. Foto di Bettie Ras

Una visita al suo studio nella campagna senese, a Sarteano, è anche un viaggio in un mondo che ne racchiude molti: è il rifugio di un inventore, di un artista, un pioniere, e un po’ anche di un monaco. Uno studio che è molte cose assieme: camera oscura, officina, laboratorio, bottega, ma anche gabinetto alchemico e Wunderkammer. È anche un modo per lui, a 86 compiuti da poco, per guardare a ritroso e riflettere sul futuro con l’attaccamento al lavoro e la stessa passione di un giovane. Ad esempio, come vede l’evoluzione della fotografia durante due secoli dal dagherrotipo al digitale?

La risposta viene con un aneddoto storico. Nel 1839, racconta, lo scienziato Françoios Arago presenta alla Società degli scienziati francesi l’invenzione di Daguerre e per impressionare sottolinea che per fare un ritratto a Parigi ci vuole una posa di 7-8 minuti, mentre in Egitto con quella luce basterebbe un minuto. “Con la mia macchina digitale migliore posso fare quella foto a un dodicimillesimo di secondo, e volendo anche con un tempo più veloce: questo significa che la mia macchina ha una sensibilità un milione di volte maggiore al dagherrotipo di quel tempo, senza contare che la sensibilità degli schermi sta per aumentare enormemente con l’uso del Grafene”.

L’interpretazione della luce da parte dei pittori è uno degli elementi decisivi per creare uno stile pittorico, ed è naturalmente il fattore dominante nella fotografia. “La fotografia arriva come una magia e in un sol colpo, prima su un supporto di pellicola sensibilizzata con i sali d’argento e poi su sensori digitali, riesce a catturare una dimensione inafferrabile e mutevole che non ha fisicità: quella realtà che per lungo tempo era stata la meta agognata di tanta pittura. Non a caso produce una crisi in quella pittura che crede nella riproduzione della realtà, e sicuramente contribuisce alla nascita dell’astratto”.

Nella sua lunga carriera Ragazzini ha attraversato diverse fasi e sperimentato molte tecniche: una lunga serie di successi ma anche delle disavventure che si diverte a raccontare.

“Credo di essere un’eccezione nel senso che i primi dieci anni ho praticato la fotografia senza fare una foto normale, il mio approccio nasce in camera oscura sperimentando sulla percezione ottica e quindi in gran parte su soggetti astratti. E questo provocò un equivoco perché si pensava che essendo così bravo in camera oscura, fossi anche un bravo reporter. E invece no: non andò bene quando la FAO mi commissionò un reportage nel Golfo Persico dopo uno tsunami che cancellò interi villaggi e fece molti morti. Mi sentii impreparato e scoprii per la prima volta le difficoltà di quando ti trovi da solo in un Paese straniero povero, colpito da un evento terribile come quello”.

Dalla camera oscura al digitale il passo è stato lungo e molto lento, ma poi decisamente convinto.

”Sono stato uno degli ultimi a decidere di passare al digitale. L’ho fatto solo quando mi sono convinto che offriva chiaramente una performance superiore della fotografia analogica. L’occasione mi si è offerta nel 2005 per un lavoro con gli americani, un libro dell’Università UCLA di Los Angeles. Mi mandavano immagini su dischetti digitali per una inchiesta antropologica, 22.000 foto, che dovevo selezionare. E infatti ne ricavai 150, 180: fui costretto a usare il digitale che divenne la mia nuova camera oscura”.

Cosa ha significato nella sua evoluzione artistica il passaggio dalla camera oscura alle elaborazioni al computer: lei resta fotografo o diventa ingegnere informatico?

”Bella domanda perché mai affrontata finora dalla critica e dagli esperti. Nel 1965 feci una mostra fotografica di OP-Art, la prima di Arte Ottica completamente fotografica. Prima di me il famoso Victor Vasarely ha fatto OP-Art ma dipingendola. Sono stato uno dei primissimi, se non il primo, a farla in maniera così totale tanto è vero che mi inventai per realizzarla anche dei marchingegni per tracciare linee perfette. Cosa non facile: infatti se vuoi tracciare una linea perfetta devi avere una penna perfetta e un supporto perfetto due cose che non esistono. Allora mi inventai quello che chiamai “Il pennello di luce” proiettando dei punti di luce su una pellicola in movimento in modo da ottenere una linea perfetta. In pratica proiettavo punti luce su un piano rotante per ottenere linee circolari o su un tamburo rotante per linee rette. Con la mostra di OP-Art del 1965 avrei potuto benissimo passare alle arti figurative e presentarmi come un pittore ultramoderno. Ma mi sono sempre rifiutato. Ci tengo a rimanere fotografo, anche se senza saperlo ho fiancheggiato dal ‘900 ad oggi tanti avvenimenti della pittura: la fotografia ha avuto un’influenza enorme su gran parte dell’arte dalla fine del ‘900 in poi”.

L’Intelligenza Artificiale (AI) sta incalzando lo sviluppo scientifico tecnologico ma anche il processo intellettuale, creativo e cognitivo dell’Uomo: come finirà la partita fra 20 anni?

“In realtà l’Intelligenza Artificiale già controlla un enorme capitolo della nostra vita. I grandi aerei di linea ad esempio sono pilotati da un programma molto complesso che permette di fare tutto il necessario, il pilota non è protagonista, somiglia di più a un controllore. Il razzo che ha portato gli astronauti sulla luna non è che era guidato da un umano come nei romanzi di Jules Verne. L’uomo verrà superato ad una velocità fulminea perché la AI è in contatto con tutte le fonti dell’informazione e con tutto quello che produce conoscenza e intelligenza. È una creatura che si aggiorna all’istante e che sta ‘imparando’ a imparare e a correggere i suoi errori. Dopo che Deep Blue ha sconfitto per la prima volta nel 1997 il campione mondiale di scacchi Kasparov, l’uomo ha smesso di sfidare la macchina; sono le macchine, i diversi programmi, a sfidarsi tra di loro. Il programma Alpha Zero ha imparato a giocare combattendo contro se stesso. Ha sperimentato in quattro ore milioni di partite riuscendo a battere Fish Stock (32 partite vinte e 68 pareggiate), un programma con un archivio gigantesco di partite considerato fino allora il più forte. Certo fa paura l’idea che una AI possa imparare, e a una velocità che noi umani non ci possiamo neanche immaginare”.

Come è messa l’Italia?

“L’Italia non affatto indietro scientificamente, a Genova c’è un grande centro di robotica, l’istituto Italiano di tecnologia e poi c’è il Politecnico di Torino, non siamo affatto indietro nella scienza. Siamo semmai indietro perché questa conoscenza non è diffusa; sono sicuro che la maggior parte degli intellettuali italiani consideri la possibilità che la AI superi l’intelligenza umana con totale scetticismo, anzi con lo stupore che ci si possa persino porre una simile domanda. Anche io quando faccio le mie astrazioni uso naturalmente tecnologie digitali che hanno molto in comune con la AI. Ottengo risultati che sorprendono anche me perché questi programmi sono molto potenti e accelerano enormemente i tempi della sperimentazione. Prima, per ottenere certe immagini in camera oscura, dovevo usare cilindri e trucchi prospettici (Fish Eye e deformazioni ottiche). La prospettiva e la ripetizione erano armi potentissime, creavano una grande complessità e stupore ottico. Nessuno, neanche i grafici più esperti, capisce come faccio a ottenere quelle immagini, ma non lo capivano neanche quando le ottenevo in camera oscura”.

Gli interrogativi, e i timori, sull’Intelligenza Artificiale sono tanti: “in un futuro neanche troppo lontano riuscirà a produrre qualsiasi tipo di arte, inclusa musica e letteratura: e noi che faremo? Riusciremo a controllare una tale potenza? Ora un pilota esperto controlla una macchina di formula 1, ma ancora per quanto”?

“Noi uomini riusciamo a provare felicità e gratificazione solo perché siamo imperfetti. “Se fossi Dio non vorrei essere magico ma normale”, diceva mio figlio Peppe da bambino, dopo aver ricevuto le prime nozioni di religione: diffidava della perfezione, e aveva assolutamente ragione”!

Tutte le foto presenti nell'articolo sono protette da copyright © Enzo Ragazzini

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