07 June 2021

“Il cimitero della civiltà”, Totò e 'A Livella delle macchine

  • Di Giovanni Vasso

Oltre alla morte degli uomini, cantata ne ‘A Livella, Totò si è dedicato alla morte delle macchine. Nella raccolta delle sue poesie ci si imbatte in una sorta di Spoon River della tecnica che si intitola “Il cimitero della civiltà”. E si scopre, che la morte, per le cose, non esiste.

Più che una poesia, un manifesto filosofico e ideale importante che va ben oltre la prima, e più immediata e dunque percorsa, interpretazione dell’egualitarismo tout court. De Curtis poeta non poteva non investigare la morte, altrimenti non sarebbe stato il genio che fu.

È ancora una volta attardandosi, ma stavolta non adornando il loculo marmoreo ‘e zì Vicenza, bensì dopo un ottimo pranzo e godendosi una passeggiata con un mezzo sigaro toscano tra le labbra (“m’ ‘o zucavo comme ’o biberò”), che l’io poetico s’imbatte nel meraviglioso. Finisce in una piccola radura dove trova uno “scasso”, un deposito di rottami. Magicamente, come accade ogni qualvolta si abbandona il luogo conosciuto incamminandosi nei sentieri del bosco fiabesco, succede qualcosa: queste carcasse di veicoli iniziano a parlare tra di loro. Sbigottito, il poeta assiste e prende pure parte al dialogo tra una Alfa Romeo Giulietta e niente poco di meno che un mastodontico (ma ormai malmesso) carro armato tedesco, il temibile Tigre.

L’automobile giace adagiata su quattro mattoni che fanno le veci delle ruote, ormai involatesi chissà dove. Il tank sospira nella sua frustrazione: era il terrore dei popoli, adesso non riesce a difendersi nemmeno dai cani sfacciati che fanno pipì sui suoi cingoli. La virginale Giulietta ha avuto in sorte un destino da traviata, il poderoso Tigre fa i conti con il peso del destino dei vinti. Il carro, dopo aver redarguito Totò per essersi seduto senza chiedere permesso sullo chassis, gli racconta la sua storia: avrebbe dovuto conquistare il mondo, scese da Berlino “per far la guerra contro l’Inghilterra” ma finì male proprio a Napoli: “’e mazzate ll’avette proprio ccà”. Si riferisce, il Tigre, alle quattro giornate al termine delle quali, evidentemente battuto e irreparabile, venne abbandonato dai “commilitoni” umani in ritirata verso il Nord.

Eppure, il suo non è destino peggiore di quello che è toccato alla povera Giulietta che ha provato la dura realtà dello sfasciacarrozze da giovanissima e dopo le promesse di un’infanzia felice e amorevole : “Come sapete sono milanese\ son figlia d’Alfa e di papà Romeo \ per fare me papà non badò a spese;\ mi volle fare bella “comme il fo”!”. E qui il Principe si concede un’evidente licenza poetica. Giulietta non è “solo” milanese ma è figlia d’Italia. Se il Biscione visconteo testimonia senza fallo la milanesità di “mamma” Alfa, ebbene fu papà Nicola Romeo, ingegnere e grandissimo imprenditore tra fine ‘800 e primissimo Novecento che amava sfoggiare dei baffoni a manubrio, a salvarla dal fallimento ormai imminente e a fondarne il mito che brilla oggi ancora. L’ingegner Romeo non era milanese ma nacque a Sant’Antimo e si formò all’allora Politecnico. Genio napoletanissimo, papà Romeo, da cui rampollò quella figlia stupenda che unì, nello stupore della bellezza, tutta l'Italia.

Alfa Romeo Giulietta 3ª serie del 1961

Alfa Romeo Giulietta 3ª serie del 1961

Tanta bellezza è miele folgorante. Che attira anche chi, poi, si rivelerà, “cretino, senza gusto; \ apparteneva ‘a “giuventù bruciata”\ Diceva a tutti quanti: ‘Io sono un fusto; \ ‘e ffemmene cu mico hanna cadè”. Per avere Giulietta – figlia splendida di una famiglia orgogliosa - gli basterà, al giovanotto, un “paccotto ‘e cambiale”. Sembra scorgersi quasi un parallelo inconfessabile tra le promesse d’amore eterno del seduttore (“ti sposerò” e quelle di pagamento del playboy (il più prosaico “pagherò”...) che portano, inevitabilmente, alla stessa conclusione: lo smarrirsi, il perdersi definitivo della “bella”.

Avranno vita breve, insieme. Lei, l’auto, sarà costretta a fungere da alcova mobile per le avventure galanti e le smargiassate del ragazzo che, da par suo, non ne risparmia una: “la signorina di buona famiglia, \ ‘a vedova, ‘a zetella, ‘a mmaretata..\ E quanno succedette ‘o parapiglia, \ stavamo proprio cu’ una ‘e chesti ccà”. L’ultima avventura, dunque, sarà fatale a entrambi: “In una curva, questo gran cretino\ volle fare un sorpasso proibito\ di fronte a noi veniva un camioncino,\ un cozzo, svenni, e mo mme trovo ccà”.

Dalla vetrina scintillante in cui è simbolo di desiderio, allo sfasciacarrozze dove diventa memento mori della tecnica. Un destino infame dal quale, forse, solo il genio di Giuseppe Verdi avrebbe potuto tirare fuori un’opera in cui risplendesse – seppur traslata alla vicenda “meccanica” – la metafora d’amore paterno che pure sembra incontrarsi in questa poesia di Totò. Che, infatti, si accalora: darebbe addosso a quelli che troppo facilmente regalano patenti e vendono auto al primo cretino che passa, irresponsabile e superficiale.

La confidenza di Giulietta trova conforto nell’ultimo colpo di bombarda (filosofica) del Tigre che la invita alla rassegnazione pur di fronte alla tragica prospettiva dell’imminente “squaglio”. Il carrarmato, da parte sua, ha già fatto i conti con quanto accadrà al suo corpo di metallo: sa che di lui se ne faranno ferri da stiro, coperchi di casseruole, rubinetti, incudini e martelli. Il “cimitero della civiltà” non ospita dei morti ma solo delle cose in attesa di diventare altre cose.

E ciò suggerisce a Totò una riflessione dai toni ironici eppure terribilmente tragica sulla tragedia dell’esperienza e della vita umana, forse addirittura sul senso dell’esistenza, che ci sembra sfuggire sempre: “Io vi capisco...sono dispiaciuto...\ ma p’ ‘e metalli ‘a morte nun esiste;\ invece ‘e n’ommo, quanno se n’è ghiuto,\ manco ‘na cafettera se po’ ffa’!”.

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