07 April 2021

Il mercato della Cryptoarte e la transizione energetica: l'alba dentro l'imbrunire o viceversa?

  • Di Dario Artale

Conversazione con Angelo Crespi

Angelo Crespi è l’autore del freschissimo saggio “Nostalgia della bellezza”, edito da Giubilei Regnani, in cui si interroga sul “perché l’arte contemporanea ama il brutto e il mercato ci specula sopra”. Giornalista e scrittore, Angelo Crespi si occupa di arte contemporanea e di cultura, teatro, poesia, letteratura. Non si sottrae a una lunga telefonata, un po’ cyber un po’ punk, per parlare di Cryptoarte, Token non fungibili e transizione energetica.

Isaac Asimov nella sua divertentissima “Nostalgia del futuro” guardava il Duemila visto dall’Ottocento, lei in “Nostalgia della bellezza” fa un’operazione a tratti molto simile e senz’altro lungimirante: anche lei ha nostalgia della bellezza, proiettata però non nel passato, quanto - appunto - nel futuro. Sarei curioso di chiederle come la immagina, la bellezza, tra 50 anni in Italia...

Ho tutto il tempo anche per stare in silenzio?

Anche i 50 anni ancora mancanti se vuole, ma sono certo si sia già fatto più di un’idea su quali saranno i capolavori del 2070 e se la bellezza in Italia sgorgherà dall’architettura, piuttosto che dal cinema o dalla letteratura...

Dal punto di vista architettonico io credo ci siano molteplici potenzialità, perché l’architettura ha uno “share” paragonabile a quello dei social o delle televisioni: un palazzo, un edificio è visto tutti giorni da centinaia di migliaia di persone, milioni se è una metropoli come Milano, tanto che lo “share” è paragonabile a quello di una trasmissione televisiva: basti pensare al Bosco Verticale, a quanto influenzi in mezzo a tanti palazzi contemporanei bruttissimi...

Non vede altre avanguardie?

Nell’arte non saprei: probabilmente l’unica avanguardia sarà la pittura, per il suo modo di creare qualcosa senza avere costrizioni, senza nemmeno avere, come il design, una funzione; e mentre crei, come quando scrivi una poesia, questa libertà la erodi: parafrasando Eliot “le parole che hai servono solo a dire quello che sai già, non quello che non sai”. Poi è ovvio che il digitale sarà inevitabilmente l’arte del futuro, ma tenendo sempre presente un assioma fondamentale...

Quale?

L’opera d’arte contemporanea è un oggetto qualsiasi, come può esserlo una banana, dopodiché ci sono due fattori che contribuiscono a rendere la banana un’opera d’arte: da una parte gli addetti ai lavori, artista compreso, che dicono che quell’oggetto è un’opera d’arte; dall’altra i non addetti ai lavori che sostengono puntualmente il contrario. Ecco, è grazie a loro, alla loro puntualità, che quell’oggetto diventa un’opera d’arte. Perché nell’arte contemporanea è così che funziona: se tutti dicono che un’opera d’arte non è un’opera d’arte, lo è a fortiori...

Angelo Crespi

Angelo Crespi

Celebrare Dante, ricostruire Notre Dame, e pensare che questo contributo sia sufficiente alla sopravvivenza della bellezza, non crede sia un rischio?

Guardi, magari io non so per certo che cosa sarà della bellezza nel 2070, ma so che la nostra potrebbe essere la prima civiltà a non crearne, di bellezza. Noi stiamo di fatto solo sgretolandola la bellezza, stiamo utilizzando e finendo la bellezza passata, tanto che la “musealizziamo” non avendone di nuova. Teniamo presente, a futura memoria, che noi possiamo ammirare le pause di Cage solo perché prima abbiamo avuto la musica di Bach...

E se l’arte d’ora in poi la creasse il web oppure – più nel dettaglio – un social network? Il primo tweet di Jack Dorsey, capo di Twitter, raffigurante il suo nome, una chiocciola e la data, è stato venduto per 3 milioni (poi destinati in beneficenza per l’Africa). Un collage di 5 mila immagini firmato da Beeple, invece, è stato battuto all'asta per 69 milioni di dollari, divenendo la terza opera più pagata di tutta la storia mondiale dell'arte. Non le chiedo se la Cryptoarte sia arte o se metterla da parte, ma se dalla Cryptoarte può o meno derivare bellezza.

Partendo dall’assioma che l’arte contemporanea vale perché costa, mentre l’arte antica costava perché valeva, dobbiamo dire che l’opera di Beeple è un’opera d’arte. Il “non addetto ai lavori” magari non capisce che cos’è la merda d’artista, ma se gli dico che costa 1.000.000 di euro lui dice senz’altro che è un’opera d’arte. E’ ovvio, detto questo, che la bellezza nasce da una metamorfosi perenne, e quindi ne troverò inevitabilmente anche nell’arte digitale, attingendo per esempio, dalla dimensione dell’onirico, dell’impressione. La stessa arte antica, d’altra parte, mirava a impressionare proprio come può fare il digitale, creando dimensioni fantastiche: La sala dei giganti era un “fumettone” ma impressionava; l’arte digitale può fare propria questa forza e produrre bellezza in una forma “immersiva”, capace di stravolgere completamente il nostro modo di confrontarci con l’opera...

Le rivolgo una domanda che in molti si sono pongono: cosa porta un tweet a valere 3 milioni di dollari?

Premesso che il tweet non è un’opera d’arte, a muovere 3 milioni di dollari per il tweet di Dorsey non può che essere una speculazione; prima le opere d’arte passavano in asta generalmente quando moriva il proprietario, e chi entrava nelle gallerie non comprava un opera per guadagnarci sopra; ora l’arte viene acquistata - a volte come acquisti uno yacht, altre volte come acquisti un divano - per produrre dei ricavi a breve termine e - perché no - per propiziare una “comoda” ascesa sociale...

Interessante, sarebbe a dire?

Se la scalata sociale dovesse avvenire attraverso la letteratura ci vorrebbero mesi per leggere Proust, probabilmente anni per capire Tolstoj; mentre l’ascesa sociale attraverso l’acquisto di uno yacht o di un tweet è immediata: nel caso di un tweet meglio ancora, perché a differenza di chi compra uno yacht, comprare un tweet ti fa come entrare in una cerchia di iniziati, composta generalmente da tutti quelli che nemmeno hanno capito che cosa hanno acquistato...

Dovremo pertanto rassegnarci a sostituire l’emozione con la speculazione?

Posto che ci sono ancora artisti veri che hanno prezzi alti, tendenzialmente il mercato dice questo: pensi che oggi ci sono moltissime opere che vengono acquistate, ma non vengono mai ritirate e rimangono nei depositi, nei caveau in Svizzera. D’altra parte molta dell’arte contemporanea è talmente brutta che uno - ragionevolmente - in casa non la mette nemmeno: figurati come dormiresti con un emoritratto appeso alla parete...

Lei si è rassegnato?

Direi di no, per questo consiglio sempre di acquistare un’opera o bella o che piace, un’opera che possiede, cioè, quello che gli economisti chiamano il “dividendo estetico”; una di quelle opere che – per intendersi - le appendi e sei felice: se non varrà niente tra un anno o tra due anni chi se ne frega, avrai pur sempre guadagnato il tuo “dividendo estetico”. Per questo, d’altra parte, aborro l’arte concettuale: perché l’arte deve appagarti attraverso la vista, vale a dire piacendoti. Il fatto che ti appaghi attraverso il concetto, ti espone a un rischio che io non ho nessuna intenzione di correre: laddove la bellezza non invecchia, invece un concetto invecchia; e una volta che la sorpresa l’hai già capita – sia essa un orinatoio o la merda d’artista - non ricevi più appagamento dall’arte; mentre la Primavera del Botticelli, ogni volta che vado a Firenze, ho voglia di rivederla...

C’è una cosa che mi ha colpito approfondendo il mercato della Cryptoarte, e cioè - come osserva Valentina Tanni, docente di Digital Art al Politecnico di Milano - che “pochi pixel di Nft equivalgono a un viaggio in aereo da Roma a Londra”. Questi costi energetici potrebbero rappresentare un problema insuperabile nell’ottica della transizione energetica: il mercato della Cryptoarte potrebbe essere già al tramonto?

Io lo spero, e questa volta inneggio al politicamente corretto degli ecologisti; anche se - a dire il vero - sono molto più costose energeticamente le Cryptocare, mentre per gli Nft si sta facendo il possibile in modo tale da renderli meno costosi: se tu “tokenizzi” un’opera d’arte, e sotto il Token hai una stringa che funge unicamente da passaggio di proprietà e da certificazione di originalità, questo sistema costa pochissimo; ben diverso è un sistema in cui sotto l’opera non hai una stringa, ma un Bitcoin: perché il Bitcoin dev’essere unico, non fungibile e produrlo costa moltissimo. Tuttavia è davvero difficile, al momento, dire se questa per la Cryptoarte sia l’alba o il tramonto...

Almeno quanto è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire...


In copertina:

Il Giardino di Maresa – Maresa’s Garden di Maria Grazie Pontorno è un'opera del 2007 e da oggi entra nella blockchain dell'arte come Non Fungible Token, acquisendo così quell’unicità sinora negata dallo stesso statuto del digitale. La video animazione 3d appartiene a un corpus di video ispirati al Triclinio di Livia – affresco di epoca romana custodito a Palazzo Massimo – e al giardino della collezionista di rose Maresa del Bufalo. Per il primo NFT Mariagrazia ha scelto l'opera in cui tutti gli elementi della sua poetica – il pathosformel delle fronde mosse dal vento, la caducità del tempo congelato dall’eterno loop digitale, la natura come forma simbolica – si incontrano, per la prima volta, in un giardino per sempre vivo e verde.

Clicca qui per vedere l’nft del Giardino di Maresa – Maresa’s garden sulla piattaforma rarible

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