29 June 2020

Lineamenti di una teoria dell’Insieme

  • Di Marco Casu

Considerazioni a partire da Luciano Floridi, Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica (Raffaello Cortina, Milano 2020)

La scommessa di Luciano Floridi è l’azzardo di questo capovolgimento: la tecnologia sta distruggendo il pianeta, la tecnologia lo salverà. Salveremo il verde della natura con il blu elettrico del lampo e della lampadina, per abbracciare la Terra con il mare della rete.

La Terra è un sistema dinamico. Potremmo figurarci un time-lapse di milioni di anni. Vedremmo il moto perenne di montagne e fondali marini, deserti e praterie, ma anche la migrazione dei loro abitanti. La deriva di un’ecosistema è sempre un evento, anzi un processo, traumatico. Anche i nostri antenati arboricoli si trovarono in una situazione delicata. Alcuni seguirono la foresta, e i loro nipoti, nostri cugini, ci vivono ancora. Altri perirono. Altri ancora si adattarono alla savana: sole cocente e pericoli, da ogni direzione, senza l’abituale protezione, senza la dotazione affinata in innumerevoli generazioni. Eppure hanno superato la prova. Hanno imparato, e dimostrato, che uno scoglio è un’opportunità. I loro discendenti devono ora adattarsi ad un altro ambiente, quello digitale, l’infosfera. L’estinzione è di nuovo una possibilità, ma questa volta non c’è alcun habitat da seguire. Il richiamo della foresta è una sirena, una chimera, una tentazione che non possiamo più permetterci: occorre rovesciare i problemi in soluzioni. Salvare la natura con la tecnica, il verde con il blu. L’operazione è possibile, ed è possibile soltanto adesso. Sia perchè non abbiamo molto tempo a disposizione, sia perché l’adesso è il frutto di una rivoluzione che ha già inesorabilmente incrinato il confine tra il verde ed il blu. Prendiamo i termini “cibernetica” e “rete”. Per i Greci, cibernetica era la tecnica della navigazione, l’arte del pilota, un’arte umana. Oggi si riferisce ad enti artificiali che simulano le funzioni del nostro cervello. È solo una simulazione, si tratta di prestazioni, e non di autentica intelligenza (e anzi proprio di prestazioni scollate dall’intelligenza) ma è indicativo il fatto che parliamo delle macchine con termini nati per noi. E accade anche il contrario. Parliamo di rete sociale, tessuto sociale. Il telaio e l’uncinetto, la nassa e internet, i prodotti tecnici ci offrono i nomi per comprendere la nostra società, luogo di nascita (natura) e generazione (physis). Aristotele separava gli enti naturali dagli enti tecnici, artificiali. I primi hanno in sè il principio, l’origine del movimento; negli altri il principio del movimento è esterno, è l’artefice. La rivoluzione digitale complica, e insieme rivela, la realtà delle cose, e delle comunità. Da millenni abbiamo navi per solcare il mare, cioè enti che si frappongono e mediano tra l’uomo e il mare, tra uomo e natura (tecnologia di primo ordine), e ci sono ormai da tempo anche altri strumenti che mediano ulteriormente tra l’uomo e la stessa imbarcazione, ad esempio il motore (tecnologia di secondo ordine).

Ma la rivoluzione digitale genera un’inedito grado di mediazione, enti artificiali in una relazione reciproca che può fare a meno, o sembra poter fare a meno, dell’umano (tecnologia di terzo ordine), un computer che aziona il motore che muove il veicolo: un auto-pilota. C’è stato un salto qualitativo, un divario forse da sempre latente, di certo oramai dispiegato. La tecnica non è più, in senso letterale, un mezzo in mano all’uomo, ma solo l’uomo può donare un senso, un significato, al percorso. Il prossimo grande balzo tecnico non sarà la progettazione di un’astronave intelligente, ma il governo della nave su cui già siamo, una direzione intelligente per l’arca che già ci ospita; non questione di ulteriori scoperte, ma di governance. La filosofia digitale si fa dunque riflessione politica, per necessità. Perché la politica è essa stessa cibernetica:capacità di virare, scegliere e mantenere la rotta, a dispetto dei venti e di ogni corrente, sfruttrare le condizioni avverse. L’intelligenza artificiale è insomma un ossimoro, ma è un ossimoro che ci rivela l’essenza della politica. E detta la nostra agenda. Pone problemi e offre soluzioni, ma le offre al pensiero, al sapere, alla riflessione. L’essenza cibernetica della politica rivela dunque anche la natura non solo politica, ma anche e soprattutto epistemologica, della partecipazione. Occorrono tutte le componenti sociali e tutte le componenti sociali devono, e possono, crescere, maturare. È una torsione e un rilancio dell’utopia platonica: non dobbiamo costruire una città governata da filosofi, ma una città di filosofi, una comunità di saggi, una società dell’informazione, in cui ogni informazione sia rimando e rinvio ad ulteriori ricerche, e non più mero surrogato di conoscenza. La mostruosa proliferazione dei dati del nostro presente rivela il primo punto all’ordine del giorno, la gestione dei dati, minaccia e chance insieme, pericolo e salvezza della civiltà; il problema della privacy rivela la dignità della persona; la possibilità tecnica di una democrazia diretta rivela la struttura della democrazia e la necessità della democrazia rappresentativa, la fondamentale distinzione tra sovranità e governance. Non si tratta di immaginare una politica libera dal marketing, né di ripiegare verso un ambientalismo anticapitalistico e antitecnico, ma di integrare ogni strategia retorica, economica e computazionale in un progetto umano di salvaguardia dell’ambiente – di ogni ambiente, anche quello urbano, sociale, virtuale. Dal matrimonio del verde e del blu può nascere un colore di mezzo, un semitono, una vita, naturale e tecnica insieme, che protegge se stessa, che ha cura di sè. Ed è una mutazione indotta dall’ambiente, un salto antropologico suggerito all’essere umano dai prodotti del suo fare. Viviamo già nel digitale, ma una fatale latenza ci presenta ancora la società nei termini di un borgo, costruito mattone su mattone, individuo su individuo. È una società che è un meta-progetto a tutela e garanzia dei progetti individuali. La società della rete ci insegna invece che la società è una rete: le linee precedono i nodi, le relazioni precedono i relata, la comunità precede ed eccede l’individuo. La speranza di quest’unico progetto comune supera il mio interesse, perché il mio centro non è in me, ma nella cura che mi lega agli altri e al mondo. Se la natura umana si riflette nello specchio della tecnica, allora la società può farsi più matura e smettere una buona volta di giocare coi mattoncini dell’Ego; per accedere finalmente ad una visione d’insieme.

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Quali saranno le conseguenze economiche, politiche e sociali della pandemia? È questo il focus del nuovo numero della rivista che vede gli interventi, tra gli altri, di Chiara Saraceno, Michele Fusco,Emanuele Felice e Francesco Grilllo. In apertura, inoltre, l’intervista al premio Nobel della fisica 2019 Didier Queloz.

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