29 July 2020

Pandesign

  • Di Mario Fois

Tracce invisibili per stare insieme

La pandemia ci ha costretto a rivedere il nostro concetto di ‘normalità’. Tanti aspetti della nostra vita e del nostro modo di socializzare, sono stati improvvisamente messi in discussione, considerati ‘insostenibili’ o addirittura vietati per un lungo periodo.

Tutto ciò nell’incertezza provocata da un virus imprevedibile che beffardamente rende superati, e spesso fa sembrare assurdi, provvedimenti e proposte fino al giorno prima considerati ragionevoli.

Il tentativo di riscrivere le regole dello stare ‘fisicamente’ insieme, ha prodotto nel design come nell’architettura interessanti intuizioni e cortocircuiti poco convincenti, ma ha fatto spesso emergere tematiche e nuovi modi di affrontare la prossemica.

Se la prossemica nel design “studia il rapporto tra l’individuo e il suo ambiente, le situazioni di contatto o di non contatto tra le persone” (Munari, Da cosa nasce cosa, 1981), partendo da questo concetto può essere interessante esaminare tracce e suggestioni che ci facciano capire come i progettisti cerchino di tenere insieme esigenze opposte: salute e libertà.

Here Comes The Sun, Paul Cocksedge Studio

Here Comes The Sun, Paul Cocksedge Studio

Distanziare non troppo

Vicini ma distanti (ad almeno un metro), distanti ma vicini (se connessi on-line). Questo ossimoro si è trasformato in una sfida, nella quale l’immaginazione può talvolta colmare un vuoto. Tra file più o meno ordinate e locali più o meno affollati il tentativo, forse impossibile, è quello di segnalare ‘barriere invisibili’ e nello stesso tempo elastiche, accompagnando i cambiamenti dei comportamenti interpersonali con tracce visive che ridefiniscano gli spazi pubblici.

Paul Cocksedge Studio con il concept Here Comes the Sun, suggerisce di tracciare segni circolari sui prati nei parchi per segnalare, senza invasività, la corretta distanza tra le persone. Un concetto di ‘segnalazione’ e non di costrizione che dai nostri piedi si espande verso l’alto, presupponendo che tutti riescano a vedere l’invisibile per arrivare ad un comportamento collettivo responsabile.

Interessante anche l’allestimento Serres Séparées, letteralmente serre separate, pensato dal ristorante Mediamatic per Amsterdam e il suo clima freddo e costituito da serre trasparenti posizionate al di fuori del locale lungo la riva del canale. In questo caso il ‘distanziamento’ diventa il pretesto per una romantica cena a due, facendo dimenticare lo scopo originario e le difficoltà del momento per esaltare l’unicità di una vicinanza selettiva.

Serres Séparées, Mediamatic (Amsterdam)

Serres Séparées, Mediamatic (Amsterdam)

Ready-Made salvavita

Se il Ready-Made, l’assemblare oggetti comuni per ricavarne qualcosa di nuovo, da Duchamp in poi ha alimentato la polemica su cosa sia definibile ‘arte’, designer di fama, come Achille Castiglioni, con la stessa tecnica hanno realizzato oggetti per le nostre case divenuti oramai iconici.

La pandemia però ci ha fatto scoprire un altro tipo di Ready-Made che ci consente di trasformare un oggetto qualsiasi anche in dispositivo salvavita.

Nel momento più drammatico dell’epidemia, con i reparti di terapia intensiva del nord-Italia in difficoltà per la mancanza di ventilatori polmonari, il dottor Renato Favero, ex primario dell’Ospedale di Gardone Val Trompia e l’azienda bresciana Isinnova, hanno saputo ‘vedere’ in una maschera da snorkeling un respiratore di emergenza, immaginando che un oggetto sportivo e a basso costo, con una piccola modifica, potesse diventare un respiratore. Aggiungendo una valvola alla maschera integrale prodotta da Decathlon, è stato possibile collegare questi dispositivi all’ossigeno salvando così molti pazienti.

Quest’idea, proprio per la sua economicità ed efficacia, è stata ripresa in vari paesi ed è diventata il paradigma di un diverso modo di guardare al mondo degli oggetti, per scoprirvi connessioni funzionali inaspettate da cui partire per dare avvio a soluzioni innovative.

Maschera C-PAP (Continuous Positive Airway Pressure), Renato Favero e Isinnova

Maschera C-PAP (Continuous Positive Airway Pressure), Renato Favero e Isinnova

Colorare la paura

Camufflage, per rendere meno spaventosi, e non solo per i pazienti, i dispositivi medici di protezione utilizzati dal personale sanitario negli ospedali e oramai da molti nelle nostre città. In questo senso l’uso intelligente del colore va inteso principalmente per i suoi effetti positivi sulla psicologia umana, aspetto sul quale esiste una pratica consolidata quando si tratta di bimbi ricoverati negli ospedali, ma che non sempre sembra essere considerato importante per gli adulti.

Tra mascherine variopinte e soluzioni artigianali di vario genere spiccano le visiere progettate dai designer MARGstudio, Alessio Casciano Design e Angeletti Ruzza, un concept che coniuga esigenze di protezione, anche professionali, con l’obiettivo di rendere esteticamente e percettivamente più accettabili oggetti oramai entrati nelle nostre vite.

Il progetto si chiama Soffio ed è realizzato con una struttura gonfiabile in PVC, già di per sé morbida e dall’aspetto ludico che, realizzata in diversi e accattivanti colori, fa perdere a questo dispositivo l’immagine che associamo al pericolo e che alimenta la paura.

Anche la visiera di protezione, che è possibile inclinare verso l'alto per mangiare o bere qualcosa, suggerisce la possibilità di progettare oggetti più vicini all’uomo, da utilizzare in ogni contesto.

Quali cose siamo

Quando Alessandro Mendini, scomparso nel 2019, scriveva in Scritti di domenica, che “se mi sposto dieci metri c’è un altro sistema ancora, e poi un altro, e poi mille e mille in tutte le direzioni. Sistemi miei e degli altri, di tutti noi (…) l’insieme dei palcoscenici infiniti delle nostre menti e dei nostri corpi” a proposito della sua casa, già prefigurava l’esigenza di riprogettare il nostro habitat domestico con una forma più compatibile alla nuova dimensione esistenziale, ora sempre più digitale.

Lo “smart working” ha fatto crescere la necessità di nuove “istruzioni per abitare la casa”, per creare nuovi modi di gestire, in spazi limitati, lavoro e vita privata, immaginando divisioni invisibili e variabili che ci possano aiutare, a seconda dei momenti della giornata, ad entrare in luoghi mentali e virtuali da condividere con chi è distante.

E se, come scriveva Michele de Lucchi su Domus, “sono gli oggetti che fanno lo spazio e non lo spazio che fa gli oggetti” forse dovremmo ripartire dalla bellezza, selezionando le cose di cui ci circondiamo. Come scrive Mario Trimarchi “Forse abitare stanca. Facciamo il vuoto allora, e buttiamo tutti gli oggetti che non accarezziamo più, quelli che non sono partecipi delle nostre lacrime (…)”: quantomeno, avremmo fatto un po’ d’ordine.

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Ultimo numero Civilità della Macchine

La Rivista - Civiltà delle Macchine

Maggio 2020

Quali saranno le conseguenze economiche, politiche e sociali della pandemia? È questo il focus del nuovo numero della rivista che vede gli interventi, tra gli altri, di Chiara Saraceno, Michele Fusco,Emanuele Felice e Francesco Grilllo. In apertura, inoltre, l’intervista al premio Nobel della fisica 2019 Didier Queloz.

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The Leonardo museums bear exceptional witness to the technological and industrial memory and constitute an instrument of dialogue and constant sharing between the company and the territory. They were born out of the awareness that a large part of the industrial culture of our time is not only produced by the great cultural and educational institutions, but is also formed within companies. Living, dynamic structures, corporate museums represent a point of reference for communities and territories, centres of industrial culture open to visitors, researchers, students, economic and cultural operators.

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