08 June 2021

Per un umanesimo digitale

  • Di Sergio Valzania

Biopolitica è un termine impiegato con sfumature diverse di significato da filosofi e politologi. Tra di essi spicca Michel Foucault, che lo utilizza per definire il complesso delle azioni del potere pubblico tese a condizionare in modo diretto lo stesso uso del corpo da parte di uomini e donne, o anche delle popolazioni nel loro insieme. Dobbiamo credere che a questo filone di pensiero si colleghino Alessandro Pajno e Luciano Violante quando scelgono il titoloBiopolitica, pandemia e democrazia, Rule of law nella società digitale per l’analisi della situazione italiana condotta nei mesi passati per la Fondazione Leonardo, della quale sono direttore scientifico e presidente, alla quale hanno collaborato 58 studiosi di 21 università e centri di ricerca. L’opera è edita dal Mulino (Bologna, 2021) in tre volumi dedicati rispettivamente a Problemi di governo, Etica, comunicazione e diritti, Pandemia e Tecnologie: l’impatto su processi, scuola e medicina.

Risulta sorprendente la capacità dei curatori di sviluppare una riflessione a caldo, in pratica mentre i fenomeni sono in corso, non ancora conclusi, e di presentarla con una consistente organicità così da farne non solo un apparato documentale, utile a livello storico, quanto uno strumento operativo, valido per indirizzare l’attività politica e la formazione del complesso di decisioni che sono necessarie nell’attuale fase di trasformazione del Paese.

Nell’introduzione Violante traccia i contorni della ricerca, partendo dalla considerazione in base alla quale «le politiche anti-covid sono naturalmente autoritarie perché, avendo a oggetto la vita biologica, sono biopolitiche: disciplinano il corpo». Ne seguono rischi, contraddizioni, tentazioni e timori, come la centralità non criticabile di saperi presentati come scientifici mentre sono solo specialistici, la permanenza in vigore oltre la durata dell’emergenza di iniziative autoritarie prese sotto la pressione della necessità, o ancora l’estensione del potere delle grandi compagnie del digitale dopo la dimostrazione che hanno fornito dell’importanza della loro presenza nel rendere alla comunità servizi ormai riconosciuti essenziali. Citando Marta Cartabia, Violante ricorda che le restrizioni emergenziali sono giustificate nell’ordinamento italiano dalla compresenza di cinque caratteristiche: necessità, proporzionalità, temporaneità, bilanciamento e possibilità di ricorso al giudice.

In questo contesto la Fondazione Leonardo propone come linea strategica l’umanesimo digitale, che vede la tecnica sempre subordinata ai valori della persona. La pandemia ha messo a nudo le criticità esistenti nella democrazia liberale di fronte all’evoluzione digitale occorsa negli ultimi decenni. Violante segnala la preoccupazione per un trasferimento dei poteri statuali ai grandi operatori privati che condizionano in modo sempre più incisivo la vita dei cittadini, al di là del controllo della comunicazione, pure decisivo. Di fronte a questa invadenza lo Stato rischia di dimostrarsi inadeguato: durante l’emergenza covid si è creato in Italia un regime caratterizzato dalla compresenza di molteplici istituzioni, che hanno operato con eccessiva frequenza in maniera conflittuale anziché coordinata. Tutto questo fa venire al pettine «la regina dei problemi, il funzionamento del nostro sistema decisionale, nel governo, nel parlamento, nelle magistrature, nella pubblica amministrazione».

Proprio del governo della pandemia, della fenomenologia giuridica che lo ha caratterizzato, si occupa nel suo saggio Paj-no, partendo da una considerazione allarmante quanto condivisa: «Nell’ultimo decennio i regimi democratici hanno subito una vera e propria recessione globale». L’espansione della forma di governo liberal democratica, in essere dal 1945, sembra essersi arrestata, mentre aumenta il ruolo internazionale di autocrazie quali Russia, Cina e Turchia. In questo contesto si situa l’analisi puntuale della strumentazione posta in essere dal potere politico italiano per rispondere all’emergenza pandemica. Il profilo scelto è quello amministrativo, non di legittimità costituzionale, e le incoerenze individuate in questo ambito sono numerose, prima fra tutte l’impiego di una strumentazione normativa centrata sulla protezione civile e indirizzata a effettuare interventi in situazioni critiche circoscritte nel tempo e nello spazio, tanto da notare che il dl n. 6/2020, provvedimento iniziale e fondamentale nella riposta alla crisi, «si presta a critiche radicali». Il problema appare di sistema, più che contingente, Pajno infatti nota che «siamo di fronte a una quantità di normative e regolazioni inversamente proporzionale alla capacità amministrativa del Paese».

Altri saggi mettono a fuoco aspetti puntuali della riflessione della quale Violante e Pajno tracciano il quadro. Tomaso Epidendio segnala la trasformazione in senso barocco della tecnica normativa. Il fenomeno viene descritto in questi termini «le frasi raggiungono così livelli di notevole complicazione sintattica, posto che il soggetto normativo è separato dal suo predicato da una notevole distanza testuale, spesso colmata da parentetiche e subordinate di ambigua coordinazione, di tal che, quasi paradossalmente, la parossistica rincorsa a colmare lacune, anziché accrescere la determinatezza e prevedibilità del precetto, ne aumenta l’opacità e l’imprevedibilità applicativa». Guido Melis scava invece nel passato, ricercando nella normativa conseguente al tremendo terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 le radici della legislazione emergenziale italiana in ambito di disastri naturali.

Uno sguardo d’insieme sulla ricerca fornisce la panoramica di una situazione in costante evoluzione, destinata a cambiare con velocità ancora maggiore, sotto la spinta di una tecnologia digitale, centrata sull’intelligenza artificiale, capace di modificarsi di continuo e anzi caratterizzata proprio da un’esigenza interna di costante rimodulazione delle conquiste raggiunte e subito superate. Uno dei caratteri della società liquida descritta da Bauman.

Articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano" l'8 giugno 2021

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