13 February 2020

Riavvia il sistema

  • Di Marco Casu

Considerazioni a partire da Luciano Floridi, Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale.

Ur, quarto millennio a. C. La rivoluzione agricola ha ormai cambiato il volto della Mesopotamia, e finalmente nascono lo stoccaggio e la registrazione delle risorse accumulate. Sorge la storia, ma anche qualcosa di molto simile al capitale. Tavolette di argilla recano incisioni cuneiformi. Prima di aprire il vaso, so già quanto grano contiene. Qui parola e numero sono ancora insieme. L’etimologia greca del termine “matematica” dice di questa unità, suggerisce di un sapere condensato in un segno, un valore non solo numerico ma anche semantico. Di fronte a tre mele, prima ancora di assaggiarle, e di sapere dunque se sono buone o meno, so già qualcosa: che sono tre, ma anche che sono mele. Ecco ta mathemata, le cose date in anticipo, i primi dati. Queste informazioni, che derivano da informazioni e da esperienze del passato, predigeriscono di volta in volta la mia attualità. La digestione inizia dalla lingua.

Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) scandiscono la nostra storia, ne segnano il limite d’origine, il salto dalla preistoria, ma anche il limite finale, l’ingresso nell’iperstoria. Una trasformazione capitale, e forse anche la trasformazione del capitale. Non la sua fine, ma una sua risemantizzazione. L’economia di Ur dipendeva dall’agricoltura, le tavolette si limitavano alla registrazione. Oggi, almeno per una parte del mondo, l’economia dipende da tavolette (talvolta proprio tablets) in grado di registrare, trasmettere, ma anche e soprattutto di processare informazioni in modo sempre più autonomo e sempre più decisivo per le sorti della comunità. Da informazioni che replicavano il contenuto siamo passati a informazioni quasi creatrici. Dalla mimesis alla poiesis.

Una nuova era, nella quale in realtà già siamo e per la quale dobbiamo dunque premurarci di rivisitare il nostro armamentario linguistico e concettuale. In questo compito, sommamente storico, o meglio iper-storico, ci aiuta Luciano Floridi, filosofo italiano ma inglese d’adozione, prototipo di quell’antropo-eccentrismo che del resto non fa che divulgare. Il suo ultimo testo condensa il vertice propriamente filosofico di un lungo itinerario di pensiero dedicato al presente e alla sua sfida principale: nuove parole per un tempo nuovo, un tempo in cui l’umano ha ormai perso molte certezze e rischia pertanto di ammutolire. La storia del moderno è una lunga autodemolizione in varie tappe – Galileo, Darwin, Freud (per non parlare degli ultimi sviluppi in campo neuroscientifico): “non siamo immobili al centro dell’universo, né innaturalmente separati e diversi dal resto del regno animale, e siamo ben lungi dall’essere menti interamente trasparenti a se stesse, al centro della sfera mentale”. Con Turing, infine, “abbiamo scoperto che non siamo entità isolate, quanto piuttosto agenti informazionali interconnessi, che condividono con altri agenti biologici e artefatti ingegneristici un ambiente globale”. E dunque, una volta perso anche il centro dell’infosfera, cosa ci resta?

Alan Turing

Alan Turing

La risposta di Floridi è, sulle prime, sconvolgente: ci resta la filosofia. Dopo una secolare distruzione di ogni sistema, dobbiamo appunto “riavviare il sistema”. Ma occorre ripartire dalle basi, risalire alle fonti, muoversi controcorrente, fino a rovesciare lo stesso Platone. Riaffermare la necessità della risposta, mediante un’accurata selezione delle domande e dei campi in cui coltivarle. Ora: la reinterpretazione del passato in chiave epocale comporta sempre un effetto in qualche modo redentivo: non negare, ma trasformare il già stato per inserirlo in un progetto a venire, un disegno, un design. Se l’unicità dell’umano consiste nel capitale semantico che è in grado di produrre, e cioé nella nostra capacità di dare significato e senso alle cose – nell’arte, nella scienza, nella letteratura –, se questa è insomma la nostra principale risorsa, allora dobbiamo proteggerne il valore, imparando dall’istintiva ma calcolata protezione riservata al capitale economico, ma distinguendo nettamente, gerarchicamente, i due domini, consapevoli del fatto che a un ritorno economico in pubblicità, fake news e cultura popolare può corrispondere un tracollo in campo semantico. Nel tempo interconnesso dell’infosfera, ogni interazione svalutante può crescere esponenzialmente ed esplodere in pandemia.

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