22 January 2021

Salvatore Satta e la Sardegna elettrica (e metafisica)

  • Di Luciano Carta

Alcuni libri, quelli della vita e per la vita, raccontano molto di noi. A noi stessi, innanzitutto. Letti e riletti, anche a distanza di tempo, sono un filo d’Arianna che si snoda fino a toccare nuovi e diversi luoghi dell’animo, pur nell’immutabilità di parole e pagine. Tale è stato e resta per me “Il Giorno del giudizio” di Salvatore Satta. Da giovane universitario avevo faticato non poco sui testi di procedura civile del grande giurista. Ma il suo romanzo, rinvenuto casualmente dai familiari dopo la morte di Satta nel 1975 e pubblicato postumo, ha rappresentato per me una rivelazione: un viaggio – per certi versi metafisico – nell’animo sardo.

La mia amata Sardegna, con il suo senso nell’ineluttabile e dell’immutabile, dura ma capace di cedere alla dolcezza, l’ho ritrovata tutta nelle pagine di Satta. Perché in quella Nuoro in cui le vite del notaio don Sebastiano Sanna Carboni e di sua moglie donna Vincenza si mescolano a quelle di pastori, contadini, vescovi, prostitute e maestri, in quella Nuoro dei primi anni del Novecento la gente “sembra un corpo di guardia di un castello malfamato: cupi, chiusi, uomini e donne, in un costume severo, che cede appena quanto basta alla lusinga del colore, l’occhio vigile per l’offesa e per la difesa (…)”. La città è un “nido di corvi” in cui servi e padroni “tutti sono soggetti allo stesso destino”. E anche la modernità, arrivata con la luce elettrica “incredibilmente presto” in “una sera gelida di ottobre”, oppure con quelle frotte di notai o avvocati che avevano studiato fuori città e che una volta tornati esercitavano raramente la professione ma “sapevano, anche se essi non capivano quel che dicevano, ma sapevano perché erano nuoresi” – la modernità non aveva contaminato né scalfito quell’ancestrale animo sardo severo, rigoroso, taciturno. Ma anche violento, come la più sprezzante delle frasi con la quale don Sebastiano usava troncare qualsiasi discussione con donna Vincenza: “Tu stai al mondo soltanto perché c’è posto”.

Nel 1915 Nuoro, illuminata dalla corrente elettrica, era come una “nave nelle tenebre dell’oceano”. E da allora le frecce dell’orologio non hanno smesso di girare invano: “il tempo – scrive Satta – sovrapponeva l’una all’altra le generazioni, e le nuove sentivano quel che non percepivano le vecchie, cioè la vibrazione dell’ignoto mondo lontano”. Io stesso ho un ricordo vivissimo dei carri trainati dai buoi che da ragazzo vedevo circolare per il mio villaggio più frequentemente delle rare autovetture. La mia Isola, la mia Terra, ha sì conosciuto l’industrializzazione degli anni Sessanta, la nascita del polo chimico di Porto Torres, successivamente il miraggio dello stabilimento di Ottana e infine il fallimento di quei modelli industriali, ma il “fattore umano” – come lo avrebbe chiamato Graham Greene – nei sardi è rimasto immutato. Anzi, rispetto alla mia, che ha vissuto il boom economico, l’attuale generazione sembra per certi versi volgersi indietro: la “balentia”, il mito dell’uomo barbaricino coraggioso e forte, torna ad attrarre quei giovani che nell’orgoglio della sfida spesso nascondono incertezze e fragilità, soprattutto se paragonate alla dura corazza di uomini e donne di una generazione che aveva vissuto due conflitti mondiali.

L’essenza di questo “fattore umano” Salvatore Satta la trasfonde nelle vite di don Sebastiano, di donna Vincenza, dei loro sette figli maschi, del vendicativo don Ricciotti, del suicida Pietro Catte, del demente Fileddu, della zia Gonaria che tutto-sapeva-di-Dio-ma-nulla-della-vita. Tutti attraversano la Grande Guerra e il diffondersi in città delle idee socialiste come se la Storia non esistesse. Questa moltitudine di personaggi, complessa e al contempo essenziale, sembra muovere verso un solo e unico appuntamento: col giorno del giudizio.

È a metà libro che la Nuoro di Satta diventa metafisica. Lo scrittore si incammina verso il cimitero nel tentativo di mettere un po’ di ordine nella sua vita: “In questo remotissimo angolo del mondo, da tutti ignorato fuori che da me, sento che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi meno che da uno solo, quello di essere stati vivi (…) Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente (…). E forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria”. Non c’è pace nella morte e la vita è vissuta con senso di colpa. Vagando per il cimitero di Nuoro, tra quei fantasmi che lo hanno scongiurato di liberarli dalla loro vita, Satta avverte l’approssimarsi della propria fine. La memoria va ai momenti felici dell’infanzia, quando si era felici “perché non ci conoscevamo”. Il romanzo, che considero un capolavoro della nostra letteratura moderna, si conclude con una frase che ritengo un ‘memento’: “Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti resusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale”. Come si renderà conto anche don Sebastiano, “per tutti giunge il momento in cui si sta al mondo perché c’è posto”. Conoscersi è altro.

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