12 January 2021

Scuola: i giovani e quel silenzio insopportabile. Conversazione con Paolo Crepet

  • Di Camilla Povia

“Non bisogna avere paura di ascoltare i giovani perché non sono sudditi, sono un punto di riferimento. Anche quando nel ’68 sono stati a volte accusati, in realtà sono stati sempre ascoltati. Ora invece c’è un silenzio proprio insopportabile, soprattutto se pensiamo che giunge da governanti che mai nella storia sono stati così giovani. Ecco, penso sia una vergogna”. Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista e anche educatore non le manda a dire al Governo. Sin dall’inizio della ‘didattica a distanza’ come conseguenza della pandemia, Crepet ha preso posizione contro uno strumento che “produce danni in termini cognitivi comportamentali”.

Eppure siamo stati un Paese di grandi pedagogisti, pensiamo a Maria Montessori o a Don Milani.

“Non lo siamo più. La buona scuola, a proposito di pedagogisti, è tutto quello che non è nella quotidianità dei ragazzi. Insegnare a perder tempo per esempio. Dovremmo tornare a essere un Paese di grandi pedagogisti: la scuola di persona è un grande allenamento sensoriale. Un ragazzo ha bisogno di socialità, di essere lodato, sgridato. Bisogna soprattutto insegnare a riabilitare i bambini alla manualità. Penso che un bambino con il pongo sia di gran lunga più fortunato di un bambino con l’iPad”.

Nel pieno dell’epoca della digitalizzazione bisogna però porsi il tema di come tenere insieme innovazione ed educazione.

“Certamente ma allora scartiamo tutto ciò che rende la tecnologia e il digitale noioso e teniamo tutto ciò che è creativo e gioioso, tipo Google. Per insegnare a essere donne e uomini del futuro bisogna spiegare che Google è un bosco incantato, una meraviglia. Dentro c’è tutto, molto più dell’insegnamento del maestro. E’ un rimando alla realtà del mondo e del pianeta che ti permette di fare ricerca attraverso la tecnologia del digitale. Altra cosa sono i social che fanno vivere tutti i ragazzi in una bolla psicologica nella quale non esiste neanche il tempo. I giovani sono stufi e vogliono tornare a scuola perché sono annoiati da tutto quello che a inizio 2000 sembrava essere uno straordinario miraggio per generazioni che avevano attraversato il deserto. Ma l’elemento della noia, si sa, porta alla nausea. Ed ecco che la didattica a distanza ha fatto la fine che ha fatto”.

Con i ragazzi che sono scesi in piazza per manifestare a favore di un ritorno a scuola.

“Ma ci rendiamo conto? Una cosa mai vista. Un tempo far stare un ragazzo in casa con i genitori era una punizione esemplare. Adesso ci spiegano che è una condizione necessaria e a tratti auspicabile. Traiamone la morale: qualsiasi cosa che trasformo in quotidianità la rendo evidente. E dunque quando le cose si fanno al lungo, si ripetono, ne emerge sempre il difetto, raramente il pregio. Le ripetizioni ti portano all’annientamento del tempo. Non l’avevano calcolato e sono riusciti in un capolavoro: allontanare i giovani dagli strumenti digitali”.

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