Un nuovo intreccio tra umanesimo e scienze

    A cura di

  • Luciano Violante

La “Civiltà delle macchine” fondata da Leonardo Sinisgalli nel 1953, e da lui diretta sino al 1958, per 31 numeri, costituisce ancora oggi un modello non superato di rivista delle “due culture”.

Fu ammirata anche per l’eleganza, che era frutto di una idea unitaria della cultura e della civiltà umana. «Scienza e poesia non possono camminare su strade divergenti» aveva scritto Leonardo Sinisgalli nel 1951. La sua rivista fu la strada sulla quale, in quella fase straordinaria della trasformazione industriale dell’Italia, per la prima volta, poesia e tecnica camminarono strettamente intrecciate.

Non abbiamo l’ambizione di competere con la “Civiltà delle macchine” di Leonardo Sinisgalli. Ogni rivista ha un inizio e una fine. Se quella rivista ha avuto una fine, riesumarla passivamente potrebbe solo condurre a offensivi processi di mummificazione. Altra cosa è riprenderne lo spirito, la visione del mondo, la linea di civiltà, integrando umanesimo e tecnologia con gli occhi di oggi. Questa è la ragione per la quale Leonardo Company ha costituito la Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine assegnandole, tra l’altro, il compito di rieditare la rivista. Ed è questo che intendiamo fare.

Siamo in un cambiamento d’epoca. Non è la prima volta che il mondo cambia. Agostino d’Ippona scrisse il “De Civitate Dei”, preoccupato per la caduta di Roma, dopo la devastazione dell’esercito di Alarico. La tragedia segnava, per Agostino, la fine della città eterna e l’avvento di una nuova, sconosciuta civiltà. La scoperta dell’America, quando l’asse delle politiche e dei commerci si spostò dal Mediterraneo all’Oceano Atlantico, a beneficio dei paesi che avevano l’affaccio su quel mare, avviò un radicale cambiamento della civiltà occidentale.

Altri profondi mutamenti hanno prodotto nella vita delle generazioni, in ogni parte del mondo, il vapore e l’elettricità. Tuttavia l’attuale cambiamento d’epoca ha caratteri diversi dal passato e attraversa ancora più profondamente la vita degli uomini. Oggi per la prima volta la vita dell’umanità è scossa non da un solo fattore, ma da una pluralità di fattori, tutti inediti, che si intrecciano tra loro e alimentano contenuti del vivere e del pensare assolutamente nuovi. Più della metà degli esseri umani sono interconnessi. Il 70% del PIL dei paesi del G7 deriva da beni immateriali che a loro volta dipendono dalle tecnologie della informazione e della comunicazione. Le grandi migrazioni coinvolgono milioni di esseri umani in tutti i continenti.

Uno spazio colto e libero, aperto ai pensieri e ai soggetti che possono aiutarci a capire, conoscere e interpretare la modernità

L’origine della trama, Davide Dormino, 2012, ferro, dimensioni ambientali, disponibilità dell’artista

L’origine della trama, Davide Dormino, 2012, ferro, dimensioni ambientali, disponibilità dell’artista

Fernand Braudel ci ha insegnato che a ogni decisivo mutamento della struttura produttiva, a ogni profonda innovazione nell’habitat in cui si svolge la vita delle comunità corrispondono pensieri nuovi e soggetti nuovi. La nuova “Civiltà delle Macchine” è uno spazio colto e libero, aperto ai pensieri e ai soggetti che possono aiutarci a capire, conoscere e interpretare la modernità. Vogliamo parlare degli intrecci tra tecnologia e filosofia, intelligenza artificiale e arte contemporanea, robotica e lavoro umano. Vogliamo riflettere sugli intrecci tra passato, presente, futuro. I tempi sono separati solo nella nostra intelligenza. Ogni passato è stato presente e futuro; ogni futuro sarà prima presente e poi passato. Riproponiamo l’intreccio tra umanesimo e nuove tecnologie per sollecitare lo sguardo di ciascuno dei due mondi sull’altro, per rendere più ricchi i valori umani e più consapevoli gli sviluppi tecnologici.

Il primo numero dell’antica rivista aveva l’editoriale di Giuseppe Ungaretti, che chiedeva, alla fine: «Come farà l’uomo per non essere disumanizzato dalla macchina, per dominarla, per renderla moralmente arma di progresso?». Nei 66 anni che ci separano da quell’interrogativo, l’uomo è stato disumanizzato dall’altro uomo, non dalla macchina. Il prigioniero ridotto a coniglio elettrico nel carcere di Abū Ghraib è il simbolo di questa più generale tragedia. Tuttavia rimane il messaggio: è l’uomo che non deve disumanizzarsi. Riflettere in modo non occasionale sulle nuove frontiere della sua capacità creativa potrà forse aiutarlo a difendere la propria essenza.

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