30 novembre 2020

Il 5G nel grande gioco delle potenze

  • Di Alessandro Aresu

L’uomo più importante per comprendere la geopolitica del 5G è un milite quasi ignoto. Si chiama Dai Xizeng. A lui è affidato il capitolo sulla standardizzazione nei volumi aziendali, a metà tra la propaganda e la testimonianza, fatti pubblicare da Huawei. Cosa ci racconta Dai Xizeng? Mentre nel 2008 sui due lati dell’Atlantico eravamo impegnati a entusiasmarci per Barack Obama e a subire l’onda della grande recessione, il nostro “eroe” prendeva il dottorato alla Tsinghua University e iniziava a lavorare per il gigante tecnologico di Shenzhen fondato da Ren Zhengfei, ancora poco noto da noi. A Dai Xizeng viene affidato il compito di presidiare uno spazio, quello dei corpi della standardizzazione. Un elemento cardine del sistema multilaterale delle telecomunicazioni che coinvolge i governi e le realtà aziendali, a partire da

corpi come la International Telecommunication Union, nata nell’Ottocento per corrispondere alla vorticosa espansione del telegrafo. Huawei parte da zero. Nelle organizzazioni degli standard non li rappresenta nessuno. Nessuno avanza le loro esigenze. Dai Xizeng racconta questo investimento progressivo, che porta a risultati impressionanti: presidenze, vicepresidenze, segreterie generali. E riassume con infinito orgoglio la storia di un decennio: «Negli standard 2G, eravamo solo un osservatore.

Nel 3G, eravamo un follower. Al tempo del 4G/4.5G, eravamo un partecipante attivo e un leader. Questo progresso è stato possibile perché abbiamo mantenuto la nostra attenzione e ci siamo impegnati a investire il tempo e le risorse necessarie. Ora è cominciata l’era del 5G. Le squadre di Huawei si stanno gettando nel grande progetto del 5G con più entusiasmo e fiducia che mai. Huawei oggi è un attore fondamentale degli standard globali».

Questa è la chiave di lettura per leggere il posizionamento cinese nel 5G, con Huawei e, in misura limitata, ZTE e altre aziende. Un processo che non è avvenuto per caso, ma è figlio di un investimento del Partito Comunista Cinese e dei privati, della loro interazione per uno scopo comune: recuperare, anche nell’ambito degli standard di telecomunicazioni, una posizione adeguata alla Cina, che per loro è il centro del mondo. Attraverso l’intersezione di una serie di strumenti: credito agevolato, investimenti in ricerca e sviluppo, crescita vorticosa del mercato interno, conquista attraverso i vantaggi competitivi acquistati in patria di altre geografie, enorme considerazione per il multilateralismo degli standard e dunque capacità di giocare meglio degli altri a un gioco nel quale Pechino si inserisce in corsa. Un progetto economico, ma anche geopolitico: d’altra parte, la propaganda del gigante di Shenzhen ha buon gioco a ricordare che sui paesi in cui l’azienda è presente viene collocata una bandierina, come a dire “noi siamo arrivati anche qui e intendiamo restarci”.

L’offensiva statunitense verso Huawei è la presa d’atto di questa realtà a lungo sottovalutata. Ce ne rendiamo conto facilmente esaminando la documentazione prodotta dal Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS), l’apparato collocato presso il dipartimento del Tesoro col compito di monitorare gli investimenti esteri. Il CFIUS coinvolge anche gli operatori di intelligence e lavora in un regime classificato, ma uno dei documenti disponibili della sua attività (perché consegnato alla SEC in relazione a un’azienda quotata) mostra la posta in gioco. Riguarda un possibile mega-accordo nei semiconduttori, l’acquisizione della storica azienda degli Stati Uniti Qualcomm da parte di Broadcom. In una lettera del 5 marzo 2018 Aimen Mir, al tempo vicesottosegretario al Tesoro per la sicurezza degli investimenti, scrive: «Un indebolimento della posizione di Qualcomm lascerebbe alla Cina spazio per espandere la sua influenza nel processo di costruzione degli standard 5G. Le aziende cinesi, tra cui Huawei, hanno aumentato il loro coinvolgimento nella standardizzazione». Nell’autorizzazione o nel blocco di una transazione commerciale rientrano quindi considerazioni geopolitiche: relative alla sicurezza, ai processi di standardizzazione globale e alla competizione in corso su ricerca e sviluppo. E tali considerazioni portano al blocco della transazione da parte del presidente Trump. Nello sguardo del governo statunitense, il 5G rappresenta un settore “winner-take-all”, in cui il controllo dell’infrastruttura abilita il controllo dei dati, e i dati risultano essenziali a esigenze di ricerca e di sicurezza nazionale. Lo sviluppo del 5G, domestico e altrui, è quindi questione di sicurezza nazionale complessiva, in cui si inserisce la controversia più che decennale degli Stati Uniti con Huawei, attraverso le indagini del Congresso e delle Corti.

In questi termini, la geopolitica del 5G incontra il “capitalismo politico”, il sistema che governa il mondo attraverso la varietà cinese e la varietà statunitense. Negli Stati Uniti, ciò si riflette in una strategia di resistenza e di attacco, di cui vediamo già alcuni tasselli. Tra di essi, l’ordine esecutivo presidenziale del 15 maggio 2019 sulla supply chain delle tecnologie di informazione e comunicazione. In quell’atto, il termine “resilienza” esce dai fumosi convegni sulla sostenibilità e acquista concretezza: incarna «la sicurezza o la resilienza dell’infrastruttura critica e dell’economia digitale degli Stati Uniti». E identifica un obiettivo, “emergenza nazionale” per Washington: interrompere il flusso di fornitura verso Huawei, e così frenare l’ascesa costruita e sognata dagli Dai Xizeng, togliendo loro l’ossigeno.

La geopolitica del 5G incontra il “capitalismo politico”, il sistema che governa il mondo attraverso la varietà cinese e la varietà statunitense. Negli USA ciò si riflette in una strategia di resistenza e di attacco; sull’altra sponda, il problema cinese è l’eccessiva fiducia con cui è stato affrontato il secondo tempo della straordinaria ascesa tecnologica

(Copertina) Planisfero, Urbano Monte, 1587, David Rumsey Map Center, Stanford University. (Sopra) We Are All Astronauts, Julian Charrière, 2014, globi in vetro, plastica, carta e legno, base in acciaio con pannelli in MDF

(Copertina) Planisfero, Urbano Monte, 1587, David Rumsey Map Center, Stanford University. (Sopra) We Are All Astronauts, Julian Charrière, 2014, globi in vetro, plastica, carta e legno, base in acciaio con pannelli in MDF

L’indebolimento di Huawei è perseguito dagli Stati Uniti rinserrando i ranghi degli alleati: dalle diramazioni dell’Anglosfera alla Germania, per giungere all’Italia, la presenza nella sfera di sicurezza e nell’ombrello militare di Washington richiede un distanziamento dal gigante cinese. Distanziamento progressivo, perché Huawei ha in mano contratti di fornitura di lungo termine. E la forza cinese in molte aree del Sud-Est asiatico e in Africa non è in discussione.

Tuttavia, la strategia degli Stati Uniti rimane incompleta dal punto di vista industriale. Pesa il crollo dei campioni nazionali delle telecomunicazioni, che hanno portato a perdere treni tecnologici di standardizzazione. Una task force dedicata del Reagan Institute ha proposto la costituzione di un fondo per supportare i paesi in via di sviluppo che scelgono di distanziarsi da Huawei, oltre a un consorzio per supportare le alternative. Gli Stati Uniti non hanno ancora chiarito la loro vera offerta, e in questo sta la debolezza della loro offensiva, che non può limitarsi ad “abbasso Huawei”.

Sull’altra sponda, il problema cinese è l’eccessiva fiducia con cui è stato affrontato il secondo tempo della straordinaria ascesa tecnologica. A seguito della grande recessione, la forza cinese si è consolidata anche perché gli altri attori erano distratti: ancora intenti ad affrontare la crisi economica, oppure portati a sottovalutare i cinesi. Oggi viene accentuata, anche strumentalmente, l’idea della “minaccia cinese” o l’idea che le tecnologie cinesi ci consegnino tutti a un destino di “assimilazione”, per dirla con David P. Goldman. Washington ha mostrato che la corsa tecnologica di Pechino può essere colpita, identificando i suoi punti di debolezza e dipendenza, a partire dalla filiera dei semiconduttori. Poche critiche interne al sistema cinese sono state lungimiranti come quella al piano Made in China 2025 di Lou Jiwei, protetto di Zhu Rongji, già guida del fondo sovrano China Investment Corporation (CIC) e ministro delle Finanze dal 2013 al 2016. Il piano, strombazzato ovunque fino a far svegliare i sonnolenti americani, a suo avviso si sarebbe rivelato uno spreco di soldi, una serie di chiacchiere senza risultati, per l’illusoria volontà di prevedere le industrie del futuro e la data del 2025, scadenza ravvicinata e azzardata che fomenta l’ostilità altrui. Per via di questa descrizione perfetta, Lou Jiwei ha perso il posto al fondo per la sicurezza sociale, dove era stato paracadutato dopo la fine del mandato da ministro.

Al di là di queste considerazioni geopolitiche, non bisogna mai dimenticare il forte legame della tecnologia con il fattore umano. Ogni rivoluzione tecnologica ha a che fare con l’investimento sulle persone, con la capacità di formare e attirare ricercatori, di essere protagonisti e non vittime all’interno di una corsa ai talenti internazionali.

Il crittografo Bruce Schneier ha proposto la formazione di “tecnologi dell’interesse pubblico”, figure che hanno la responsabilità di agire da traduttori tra le politiche pubbliche e le competenze tecnologiche, per cercare di colmare i divari tra una formazione sempre più forte e pervasiva all’interno delle realtà aziendali e l’impoverimento delle capacità dei governi, soprattutto in Occidente. Non sappiamo se questi “traduttori” tra tecnologia e politica saranno in grado di attingere alla “pura lingua” che Walter Benjamin indicava nel compito del traduttore. Di certo sappiamo che di loro c’è bisogno: i paesi europei (a partire da quelli in cui l’investimento è stato più ridotto, come l’Italia) devono rapidamente prendere esempio dagli apparati, come quello britannico, che hanno compreso la necessità di rafforzare la macchina pubblica e l’intelligence per le nuove sfide di monitoraggio della tecnologia e di cybersicurezza. Sarà cruciale, quindi, formare e assumere persone adeguate a questi compiti: il costo di non farlo potrebbe tradursi in maggiori pericoli di infiltrazione, sabotaggio o comunque di eterodirezione. A prescindere dalle esigenze delle alleanze internazionali, non si può essere privi di “teste autonome” in grado di valutare.

Nella geopolitica del 5G emergerà sempre di più anche la questione infrastrutturale e dei divari territoriali. I costi sostenuti per le aste da parte delle aziende sono ingenti e questo, assieme alle incertezze normative e ai monitoraggi, potrebbe rallentare gli investimenti. Soprattutto nelle aree meno profittevoli. Competizione internazionale, rapporto con la sicurezza e necessità che la tecnologia non sia una “grande divaricatrice”, moltiplicatrice di diseguaglianze oltre che di (inevitabili?) conflitti: queste sono le grandi questioni che il 5G porta con sé e che ci accompagneranno ancora a lungo.

Ogni rivoluzione tecnologica ha a che fare con l’investimento sulle persone, con la capacità di formare e attirare ricercatori, di essere protagonisti e non vittime all’interno di una corsa ai talenti internazionali

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