30 settembre 2020

L’irrinunciabile ricchezza della scienza

  • Di Giuseppe Conte

Nel 1990 ebbi l’occasione di leggere un pregevole numero di “Civiltà delle macchine” intitolato “La verità nella scienza”: insigni epistemologi vi delineavano alcuni mutamenti concettuali nell’evoluzione di diverse discipline scientifiche. È anche per le suggestioni suscitate in me da questa lettura che ho accettato il gradito invito a intervenire su questa rivista che, sin dai tempi dell’“ingegnere-poeta” Leonardo Sinisgalli, ha il merito di aver gettato ponti, nella cultura italiana, tra sapere scientifico e sapere umanistico, in nome della sostanziale unità della conoscenza.

Ogni volta che nel nostro paese, con chiarezza d’intenti e solide basi, si è perseguito questo obiettivo sono stati raggiunti risultati mirabili: penso, ad esempio, all’esperimento della Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile, nella redazione della quale dialogarono scienziati e letterati in un clima di reciproco, fecondo rispetto.

Il dialogo tra scienza e cultura umanistica non può prescindere, nei giorni che viviamo, da una riflessione sulla dolorosa pandemia che ci ha travolti e che, ancora una volta, ha messo l’umanità alla prova, stravolgendo aspetti profondi della vita di ciascuno. La pandemia ha imposto nuove priorità e ha ingenerato un repentino mutamento delle coordinate concettuali con cui interpretiamo il mondo e le diverse dimensioni dell’esistenza. D’altro canto, questa emergenza ha inevitabilmente reso l’opinione pubblica più attenta e sensibile alla complessità dei rapporti tra scienza e società, tra scienza e saperi tecnicamente non scientifici.

Vorrei a questo proposito toccare due punti che mi paiono cruciali: da un lato, la benefica, salvifica direi, presenza di controversie entro il perimetro della scienza stessa; dall’altra, la ricchezza imperdibile e irrinunciabile che la cultura umanistica può e deve continuare a rappresentare per la civiltà occidentale, in un’epoca in cui i modelli culturali imperanti mostrano un sempre più declinante interesse per la tradizione classica e per le discipline che la eleggono a proprio oggetto di studio. Sono questioni che mostrano manifeste zone di convergenza e che, mi auguro, possano attrarre pensatori di orientamento diverso a intervenire su queste pagine dopo di me.

In merito al primo dei due aspetti che ho evocato, mi sembra di poter rilevare la difficoltà – o la resistenza – a conciliare due aspetti fondamentali della scienza, erroneamente percepiti in contraddizione tra loro: la natura oggettiva dell’indagine scientifica e il suo essere, al tempo stesso, campo di controversie e di conflitti che acuiscono la sua esposizione al dubbio. Malgrado questa contraddizione costituisca un’illusione, essa è suscettibile di distorcere la corretta visione dell’impresa scientifica.

L’esito è un senso di smarrimento in una parte cospicua dell’opinione pubblica, che identifica il dubbio della scienza come un segnale di debolezza e non di maturità, e che tende a sospettare che i processi di produzione scientifica siano sempre soggetti a influenze esogene. Una tale visione scorretta della scienza finisce col generare una disillusione verso le sue stesse pretese conoscitive. Nel caso peggiore, questa disillusione è in grado di alimentare vere e proprie pulsioni antiscientifiche, talvolta accompagnate da una radicale diffidenza nei confronti degli esperti.

Di fronte a questa disillusione verso la scienza, la parola della cultura umanistica e della filosofia, dai suoi albori in costante dialogo con il sapere scientifico, può rivelarsi fruttuosa. La scienza è un’attività pienamente umana e, per questa ragione, fallibile. La sua oggettività – come ci ha insegnato la filosofia della scienza del Novecento – non è il risultato dell’assenza di conflitti scientifici e di dubbi, ma l’esito di conflitti e di dubbi risolti e superati attraverso metodi, procedure, argomenti, sperimenti e osservazioni riproducibili da tutti in ogni parte del mondo. È in questo senso che la scienza, in ogni sua articolazione concettuale, si configura come un’impresa intrinsecamente democratica, e le controversie che, all’interno del suo perimetro, si sviluppano e si alimentano talvolta con particolare vigore argomentativo sono un indizio di razionalità, anziché del suo contrario.

Vengo ora al secondo dei due punti che menzionavo in precedenza: l’irrinunciabile ricchezza di un’autentica educazione umanistica, disponibile e diffusa, adeguatamente coltivata e offerta alle nuove generazioni in una catena ininterrotta di trasmissione del sapere. L’educazione umanistica non è mai, come talvolta traspare nelle sue più ridicole rappresentazioni caricaturali, pedanteria retorica fine a sé stessa; essa ha piuttosto come obiettivo la formazione di una piena e matura coscienza umana, sorretta dalla consapevolezza della tradizione. Sono convinto che un panegirico della cultura umanistica quale guida dell’esistenza appaia oggi tremendamente inattuale, abituati come siamo all’obsolescenza programmata delle conoscenze, all’immediatezza dell’immagine, a un’espressione impoverita e sciatta, che rifugge le forme di apprendimento lento, tradizionale, intensivo, ripetitivo. La cultura umanistica, se vera e profonda, è, al pari di un’impresa scientifica, una ars longa, che richiede tempo e dedizione, e che però ripaga chi la persegue con il frutto della scoperta e col piacere della conoscenza.

I grandi maestri dell’Umanesimo e del Rinascimento, da Leonardo a Erasmo, ci hanno insegnato che lo studio dilata il pensiero, e dunque la personalità di un essere umano, di là dalle contingenze, spesso anguste, in cui si trova a vivere. Lo studio serve all’uomo come vincastro nella solitudine dell’esistenza; la coscienza delle humane cose (per citare l’umanista Boccaccio) che proviene dalla lettura delle grandi opere

d’arte è un salvagente nei momenti travagliati dell’individuo e della collettività. La filologia e la storia diventano allora dimensioni dello spirito, e autentiche maestre di vita.

Anche l’Umanesimo – come ha mostrato Eugenio Garin – nasce non già come passatempo idilliaco di eruditi amanti delle belle lettere, ma come esigenza critica di ridare spessore diacronico, profondità storico-filologica e fondatezza ecdotica ai testi degli antichi. Dunque, si configura da subito e recisamente come un’impresa intellettualmente faticosa che accetta lo scacco, il fallimento e la falsificazione, e proprio per questo, sorretta da un dibattito alto, raggiunge vertici che ancora oggi ci lasciano ammirati. In questo, non vi è differenza tra l’habitus di un rigoroso scienziato e quello di un rigoroso umanista.

Rispetto alle circostanze complesse che viviamo, le quali condizionano qualsiasi riflessione contingente, l’auspicabile contributo di un nuovo, consapevole umanesimo – di cui spesso, nei miei interventi, cerco di lumeggiare il senso e i tratti essenziali – consiste proprio nel ricomporre, nello spazio pubblico, uno sguardo unitario e una visione prospettica, che la cultura umanistica e la cultura scientifica, isolatamente considerate, non possono restituirci compiutamente.

Solo il costante e fecondo dialogo tra le due culture, del quale la rivista “Civiltà delle Macchine”, fin dalla sua nascita, si è fatta interprete, può offrire quello sguardo di sintesi del quale tanto ha bisogno la politica, chiamata a prendere decisioni fondamentali per il bene comune, avendo cura del destino dell’uomo colto nella concretezza della sua esistenza, nella consapevolezza della sua unicità, della sua straordinaria grandezza.

(In copertina) Face-to-Facebook, Paolo Cirio, 2011, mixed media

L’auspicabile contributo di un nuovo, consapevole umanesimo consiste nel ricomporre, nello spazio pubblico, uno sguardo unitario e una visione prospettica, che la cultura umanistica e la cultura scientifica, isolatamente considerate, non possono restituirci compiutamente

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