14 maggio 2020

“Ci siamo abituati alla tecnologia, ora facciamone buon uso”. Parla Roberto Cingolani

  • Di Amelia Cartia

Serve una grande operazione culturale, spiega Cingolani, siamo, tra i paesi avanzati, quello ancora meno digitalizzato.

“Finisco un lavoro per la task force e richiamo”.
Roberto Cingolani, docente universitario, scienziato, manager e direttore della Tecnologia e dell’Innovazione di Leonardo, fa parte della task force di esperti convocati per studiare strategie per la ripartenza post lockdown.

Professor Cingolani, lei si è espresso per una necessaria sburocratizzazione. Quale pensa che sia l’iter da seguire per la ricostruzione?

In Italia abbiamo due problemi enormi: il sommerso, che ha un valore superiore ai 100 miliardi, e le perdite connesse al sistema burocratico, stessa entità. Prima di tagliare in modo lineare, lo Stato dovrebbe fare una operazione credibile, poderosa e seria: il cittadino per potersi fidare deve vedere che anziché sanità e istruzione, a ricevere colpi pesanti è ciò che macroscopicamente non va bene, la malversazione. Ma questo sistema non si riesce a scardinare. Proprio nell’epoca dei Big-Data, poi, nella quale basterebbe incrociare i dati per scoprire l’evasione. Le regole sono fatte in modo tale che la cosa meno rischiosa che un burocrate possa fare è fermare tutto. Ma in un’economia di mercato il tempo ha un prezzo. Se blocco le carte rallento il sistema. Lancio una provocazione: se potessimo dare valutazione media dei tempi necessari per certe attività, potremmo stabilire che chi va oltre l’intervallo di tempo stimato provoca un danno all’erario. Un imprenditore lo capisce: il tempo sprecato è una perdita economica.

La pandemia ha scoperto un nervo: la distanza tra garantiti e precari.

Chi maneggia la burocrazia dovrebbe sperimentare questa forma mentis. Prendiamo il ponte di Genova, la mia città: è la dimostrazione che dando le questioni in mano a persone competenti e oneste possiamo fare ponti di 1,1 km più in fretta dei cinesi. In Italia si può fare. Non è però la cultura del controllo la soluzione, né la sequenza di regole. Probabilmente quando usciremo dall’emergenza un milione di persone avrà perso il lavoro. E il nostro Paese avrà perso ulteriore competitività. La crisi ci ha colti impreparati e già gravati da disinvestimenti: a ciò si sommano i molti errori fatti con le mascherine, i test, i protocolli. È un problema comune alle economie avanzate: la parte più scomoda del conto è demandata al futuro. Sulla sostenibilità ambientale è stato fatto lo stesso, creando un enorme debito alle generazioni future.

Lei si occupa anche di tecnologie digitali, tema caldo in mesi di smartworking. L’Italia s’è mostrata pronta?

Il futuro sarà sempre più digitale, non serviva il Covid per capirlo. Con le infrastrutture non ce la siamo cavata male, abbiamo avuto un’occasione per abituarci tutti alla tecnologia. Bisogna però vedere se la pubblica amministrazione saprà adeguarsi. E serve una grande operazione culturale. Siamo, tra i paesi avanzati, quello meno digitalizzato: abbiamo il maggior numero di smartphone e il minor numero di dati scambiati. Cioè, facciamo ancora un uso ignorante della tecnologia, la usiamo per sciocchezze. Una società consapevole sa farne buon uso. La popolazione non è fatta solo del 15% di nativi digitali: sarebbe giusto usare il tempo di stasi e ripartenza per aggiornare i lavoratori che ne hanno bisogno, e colmare il gap tra le zone povere e quelle ricche. Pensiamo, a emergenza passata, di far tornare tutto come prima? Non credo. Investiamo perché le cose che si sono rivelate utili siano messe a sistema. Accidenti, è un periodaccio per tutti. Sfruttiamone almeno le opportunità.

Torna il tema della fiducia.
La fiducia si ha in chi ha competenza. La gente capisce bene questa cosa con lo sport, sembra che invece non valga con le persone: se un giocatore segna tanti goal, va in nazionale. Stessa cosa per il lavoro: per guidare una grande azienda bisogna avere una storia credibile. Altra cosa importante è vedere che chi prende le decisioni sa incidere su cose fondamentali. Per fidarsi dello Stato serve vedere grandi iniziative che correggono gli errori. Io vivo a Genova, crolla un ponte, muoiono 43 persone, 600 famiglie sfollate. Posso fidarmi, sapendo che i responsabili non sono stati ancora identificati?

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