06 marzo 2020

Comunisti sulle ali di Verne e di Ciolkovskij

  • Di Oriano Giovanelli

Avete presente quando, seduti comodamente, state guardando per l’ennesima volta il film “Apollo 13” di Ron Howard?

Voi sapete esattamente come andrà a finire. Eppure quando il modulo lunare usato dagli astronauti per tentare il rientro sulla Terra, entra in un lungo blackout, 86 interminabili secondi in più del consueto, e poi il ronzio dei terminali spezza il silenzio e anticipa la voce di Tom Hanks, ecco in quel momento non c’è storia. Voi siete lì, all’interno del Kennedy Space Center, il vostro cuore batte forte e l’emozione vi chiude la gola. C’è sempre qualcosa di emotivamente profondo nel volo, che va oltre la vertigine dell’altezza e ha a che fare con quella idea di libertà che cerchiamo e che nello stesso tempo ci fa paura. Volare oltre il punto in cui la terra ti richiama fortemente a sé, dove non c’è peso, non c’è orizzonte, non c’è neppure Dio, come disse Jurij Gagarin il cosmonauta dell’URSS (Союз Советских Социалистических Республик) primo uomo a volare nello spazio, affascina e fa paura. L’uomo e l’infinito. Quel rapporto che astronomi, filosofi, poeti, religiosi, sognatori coltivano da sempre, ma che solo un pugno di scienziati ostinati ha reso possibile passando per incomprensioni, derisioni e fallimenti. Ora fate un salto indietro di tredici lunghi anni rispetto al volo dell’Apollo 13. Gli americani hanno già passeggiato sulla Luna ben due volte. È il giorno di San Francesco del 1957, mia madre ha il ventre a palla di una donna incinta oltre il settimo mese e nel frattempo cuce e stira, mia sorella ha fame e si lamenta con i suoi tredici mesi di vita, mio padre è in qualche cantiere autostradale a scavare gallerie e dopo poco lo licenzieranno, come fanno sempre a novembre. È una casa di comunisti (le tessere sono in una tazza nella vetrinetta, assieme alle ricette mediche e alle medicine che passa la mutua), su un mobile a fianco della macchina per cucire, c’è una radio a valvole che darà anche a loro una notizia sensazionale. È una casa di comunisti italiani, perché la guerra partigiana per liberare l’Italia dai fascisti e dai nazisti l’hanno fatta soprattutto i comunisti e poi c’è l’URSS e la speranza di un cantiere per creare un mondo più giusto, un uomo nuovo. Poco sanno di Nikita Chruščëv, del rapporto segreto presentato al XX Congresso del Kommunističeskaja partija Sovetskogo Sojuza con cui aveva avviato la demolizione del mito di Iosif Stalin e poco di più del fatto che lo stesso Chruščëv nel 1956 era intervenuto in Ungheria. Anzi, su questo il partito di Palmiro Togliatti era stato chiarissimo e anche Pietro Ingrao su “l’Unità”, che entrava in casa la domenica. Fatto sta che l’immagine dell’Unione Sovietica nel mondo, in quel 1957 è in forte decadenza. Quel 4 ottobre un gruppo di tecnici e scienziati guidati da Sergej Pavlovič Korolëv lancia un razzo che trasporta una palla di alluminio di 83,6 kg di peso e 58 cm di diametro, poco più del ventre di mia madre. La palla si fionda oltre l’atmosfera terrestre e comincia a orbitare lanciando un grazioso «biiip».

È la prima volta, un salto straordinario nel futuro, il trionfo della fiducia nella scienza contro l’oscurantismo bigotto. Poi le poche antenne collocate sul territorio dell’URSS che dovevano monitorare la radiolina che lo Sputnik 1 incorpora, smettono di captare il segnale. Comincia una lunga attesa con il fiato sospeso. Si sarà persa? Averla lanciata è già un successo enorme da annaffiare con tanta vodka, ma se continuasse a orbitare…ed eccola che ripassa sopra Bajkonur da dove era partita e saluta con il suo simpatico «biiip». Un trionfo. Il mondo non può che parlarne come un successo del paese del socialismo. Gli americani cercano di sminuire, «un inutile pezzo di ferro» dissero, ma come dopo Pearl Harbor capiscono che devono inseguire e darci dentro. E lo faranno alla grande, soprattutto grazie al geniale Wernher von Braun, già nazista, già SS, che si consegnò agli americani nel 1945 proprio perché i suoi studi sul volo finissero in un paese «dove si legge la Bibbia». C’è chi ne parla il meno possibile. Amintore Fanfani nei suoi diari gli dedica un cenno sia il giorno 5 che il giorno 6 ottobre, a riprova di una sorpresa vera ma trattenuta. Nei diari di Pietro Nenni non se ne fa cenno. Togliatti ne trae spunto per un importante discorso alla Camera sulla politica estera. Chi sa capisce che è una svolta, o meglio l’inizio di una svolta destinata a cambiare il mondo. La supremazia globale che già la seconda guerra mondiale ha dimostrato si giocasse in cielo si sposta ancora più in alto nel cosmo. La prova di forza americana manifestata cinicamente con le bombe su Hiroshima e Nagasaki è stata eguagliata se non superata. Il paese del socialismo non è (solo) arretratezza, terrore e brutte donne (questa poi!), come la propaganda occidentale lo descrive con tanto scorno dei comunisti sparsi in tutti i paesi.

Quel volo dello Sputnik, seguito dopo un mese dal lancio in orbita della cagnetta Laika con un volo chiamato Luna Rossa e poi dalle imprese di Jurij Gagarin e Valentina Tereškova, portò in orbita con sé milioni di donne e di uomini di tutto il mondo. Le anagrafi comunali, umane e canine, impazzirono di Jurij, Valentina e Laika. Il paese più lontano ideologicamente dalla cultura pop aveva messo in moto un fenomeno popolare planetario. I fumetti, tanto criticati dai comunisti, moltiplicarono il messaggio ai giovani. Per il popolo comunista si trattava di un messaggio di pace universale. Un sentimento positivo e di speranza che la stessa parola cosmonauta conteneva: una idea del cosmo in cui navigare con l’apertura e la fiducia nella scienza, nella intelligenza umana. Gli astronauti americani, invece, con il loro geocentrismo erano accompagnati da una letteratura e da film di fantascienza, che vedevano negli altri pianeti solo pericoli e mostri. Questa era sommariamente la lettura che dava del fenomeno un attento osservatore come Guido Piovene.

A proposito. Io nacqui due mesi e venti giorni dopo il lancio dello Sputnik 1, quando aprii gli occhi vidi che attorno a me non c’erano solo mamma, babbo e mia sorella ma anche una cagnetta meticcia nera ottima per la caccia. Il suo nome? Laika. E se in quel tempo la competizione per la conquista dello spazio fosse stata fra Italia e URSS, ne sono certo, sulla bacheca di una casa del popolo sarebbe apparso certamente quello che lessi in un cartello alla fine degli anni Ottanta, in occasione di una partita della nazionale di calcio degli azzurri contro i rossi della CCCP: comunque vada noi vinciamo.

L’oggi è un cosmo popolato di satelliti, il loro utilizzo guida i nostri passi e le nostre scelte quotidiane. Il loro controllo e la possibilità di accecarli è il terreno di una nuova sfida per la supremazia globale, cui Trump dedica il varo della United States Space Force; Putin annuncia che il super missile a motore nucleare è pronto e la Cina non sta certo a guardare. Ma questa è davvero un’altra storia.

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