18 aprile 2020

Contro la sopravvivenza

  • Di Ginevra Leganza

Cosa resterà di quest'anno venti?

La mantica instagrammiana prevede arcobaleni, da mesi dice che andrà tutto bene. Gli scienziati – tra la Pizia e Anfiarao – parlano sempre, ma forse parlano un po' obliquo, forse vogliono essere interpretati. Ma come? Non erano gli ermeneuti quelli? Se è vero che la natura ama nascondersi, questa volta se ne sta acquattata sotto veli di cassandrismi da strapazzo. Sì, la natura si nasconde, come il futuro. Invece, il carattere di ciascuno, quella punta di natura visibile, asfissiato nelle mura domestiche, strappa il velario. Si spertica di fronte allo specchio, e sovente si acutizza davanti allo schermo.

E così, i meravigliosi malinconici si trasformano in depressi: da materiale letterario diventano materiale psichiatrico; la banalissima pigrizia prende confidenza col tedium vitae, approdando alla più poetica accidia; gli iperattivi, uomini e donne di mondo, agognano l'autostrada, il binario, il gate; la famiglia è vieppiù nido o inferno, a seconda del caso e dei metri quadrati di casa; e poi l'amore: la tristezza coniugale non è stata mai tanto consorte quanto in malattia, e gli amanti – da sempre dissorti – nella lontananza della quarantena si sentono destino; i loquaci, dei veri Pangloss; i timidi tacciono; i professori di lettere, che al liceo si intortano in chiacchiere, hanno la scusa buona per evitare Manzoni e assegnare temi su covid&emozioni; i vanitosi concionano in diretta social, pregustando la tecnologia di quinta generazione che li affranchi dall'anticaglia 4g; gli invidiabili runner assurgono a girardiani capri espiatori; gli invidiosi alla finestra diventano delatori; i morti viventi, infine, varcano la soglia dell'ultimo stadio, lo zombismo, e #restanoacasa (cioè in tomba)... Insomma, la paura amplifica il carattere, e lo show che ne consegue è un succulento pandemonio, a detta di molti orwelliano. La natura, diciamo pure la verità, non si svela quasi mai. E noi, che più che sapere come sopravvivere vogliamo vivere, noi non osiamo forzare la verità consultando inutili oroscopi di Babilonia o guardando la tivù. Dobbiamo morire, noi lo sappiamo da sempre: mentre parliamo, googliamo, postiamo, fugge l'età. Ogni tanto però, senza chiedere nulla, la natura viene fuori, specialmente se pungolata dai dentelli di un coronavirus a prova di microscopio assai grazioso.

Una gioielleria leccese, con mesi d'anticipo sulla pandemia, si era ispirata al batterio Ideonella Sakaiensis per realizzare un'elegante collana a forma di morbo: per i pochi non virologi rimasti sulla Terra, il ciondolo somiglia molto a un coronavirus. Sembra proprio un invito a convivere col morbo facendone marmo, a prendere la sventura e trasformarla in meraviglia, tra Charles Baudelaire e Simone Weil. Un invito indeclinabile, a maggior ragione perché precedente lo sconquasso, a riparare nella bellezza per poi tornare a vivere. In fondo, cos'è la bellezza se non l'antica compagna di quella verità clandestina? Un appello a non temere "sora nostra morte corporale", e finalmente uscire, ingioiellarsi, rischiare. Prestare ascolto a quell'eterna profezia: di morte si muore, tanto vale vivere. Sarà che l'eterno ha sapore di giovanilismo come quest'articolo, eppure non scorda vecchi e custodi. I numeri, le bare, le storie, i volti e poi gli occhi lucidi degli anziani accartocciati dal terrore li conosce anche chi non guarda la tivù. Non si può irridere la paura di un vecchio, non si può liquidare il suo incubo. Non tanto per generico rispetto, piuttosto per vivo amore (di cui il rispetto, dice la mia Anna Karenina, è mero surrogato). Molti amano vecchi e vecchie ormai da mesi puntati dalla Nera Signora, molti amano quei volti segnati dal tempo, quegli occhi che tramontano, e di quel tramonto vorrebbero godere fino all'ultimo scampolo di luce. È giusto proteggere quella luce, sebbene la paura dei vegliardi lasci spesso il posto all'amor fati. Ma chi sta sorgendo, chi ha vigore e sangue vivo, dovrebbe sempre amare il fato, non dovrebbe mai convertirsi al catechismo della paura. Una settimana addietro, parlavo con una quarantenne convinta dell'urgenza di sopravvivere per poter, solo dopo, tornare a vivere.

Ecco: come si può, a quarant'anni, anteporre la "nuda vita" alla vita? Ogni volta che penso alla parola "sopravvivenza" ho in mente le bestie: dal macaco alla faloppa, vincitori e vinti, tutti solerti nella lotta per esistere. Il problema non sono le ambasce dei vecchi, messi all'angolo dall'ora certissima e sempre più prossima (a prescindere dalla sciagura collettiva di nome Covid19). È giusto proteggerli, quei vecchi, perché, come scriveva Albert Caraco, "le ombre della morte sono le spezie dell'amore". L'onta non è l'amore che sfida la morte e prende la forma di una quarantena mirata, l'onta è il terrore larvato di rispetto, il senso civico che fa da prestanome all'istinto di conservazione. Ed è traccia, questa paura per la propria pelle, di un male peggiore della morte. Peggiore perché a differenza della morte si poteva evitare: rivela che sul coraggio ha trionfato l'istino; sul Figlio dell'Uomo, l'Uomo di Giava; e su Socrate ha vinto Darwin. Ciao Darwin.

Giuliamaria Ginevra Leganza

Giuliamaria Ginevra Leganza

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