28 aprile 2020

Cultura umanistica, diritti, Europa. Tre domande a Mauro Ceruti

  • Di Marco Casu

Un dialogo intorno ai mutamenti dei sistemi complessi alla luce dell’attuale emergenza coronavirus.

Mauro Ceruti, docente di logica e filosofia della scienza, autore di "Il tempo della complessità" (Cortina, 2018).

Mauro Ceruti, docente di logica e filosofia della scienza, autore di "Il tempo della complessità" (Cortina, 2018).

La comunità medica e scientifica, dalla prima linea ai laboratori di ricerca, si ritrova a riscrivere i caratteri dell’eroismo. Oltre alla crisi sanitaria e alla crisi economica dovremo però affrontare, presto se non subito, radicali trasformazioni in campo sociale, comunitario e culturale. Quale può essere il ruolo delle vecchie scienze dello spirito in un momento come questo?

La planetarizzazione, inaugurata con l’epoca moderna, è un fenomeno sempre più complesso, cioè che intreccia inestricabilmente molteplici dimensioni. Però è visto prevalentemente attraverso la lente parziale e monofocale della globalizzazione finanziaria e commerciale. Con questa lente era impossibile prevedere la crisi della pandemia. E questa lente si era mostrata già insufficiente nel prevedere la crisi economica del 2008.

L’ostacolo alla comprensione e alla formulazione stessa dei problemi non sta più solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra conoscenza. La specializzazione disciplinare ha portato numerose conoscenze. Ma queste conoscenze sono incapaci di cogliere i problemi globali, che sono multidimensionali, cioè complessi. Continuiamo a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. I modi di pensare che utilizziamo per trovare soluzioni ai problemi più gravi della nostra età globale costituiscono, tuttavia, essi stessi uno dei problemi più gravi che dobbiamo affrontare.

Le humanities servono a integrare il punto di vista delle scienze e in particolare dell’economia, ricomprendendo nella riflessione altre dimensioni dell’agire umano. Inoltre, la condizione umana va vista anche alla luce delle scienze ecologiche e della biologia evolutiva. Quindi, siamo lontani dal Methodenstreit ottocentesco tra “scienze dello spirito” e “scienze della natura”. Oggi, le nuove frontiere della conoscenza impongono la ricerca di una interdisciplinarità e transdisciplinarità, che metta a frutto il pluralismo metodologico che le “due” culture esprimono.

Un poeta a Lei caro, Paul Valéry, ne La crisi dello Spirito (1919), tra l’altro in piena crisi da influenza spagnola, aveva posto l’Europa di fronte ad un’alternativa cruciale: diventare una semplice propagine geografica del continente asiatico oppure tener fede ai principi di cui ha ospitato i natali. Ora: la risposta tecnico-scientifica all’emergenza rischia di erodere i margini della democrazia, tanto a livello pubblico quanto a livello privato. Crede che l’Europa riuscirà a trovare una mediazione tra le necessità imposte dalla pandemia e la tutela dei diritti politici e personali?

Mi lasci passare il gioco di parole: non credo che per affrontare il problema della salute di una popolazione, anche quando è innescato da un’epidemia grave, sia necessario un “governo di salute pubblica”. Ovvero, accantonare o sospendere i dispositivi e le procedure delle democrazie liberali e costituzionali a vantaggio di formule di “democrazia totalitaria” o di “stati di eccezione” prolungati. Né tantomeno credo che si stia correndo seriamente questo pericolo, adesso, come è stato paventato da qualcuno.

Poteri non trasparenti si rivelano alla lunga efficaci nel nascondere, non nel risolvere i problemi, proprio perché questi non hanno più soluzioni univoche e definitive, in un contesto caratterizzato da complessità e incertezza. E la Cina ne è la dimostrazione.

Questi mesi ci stanno ponendo un’altra sfida: come trovare forme trasparenti di sintesi tra il “dialogo degli uomini con i fatti” (la scienza) e il “dialogo tra gli uomini sul giusto” (la politica). L’opinione pubblica ha potuto constatare come pure la comunità degli scienziati si basa non solo su osservazione e sperimentazione, ma anche sul dibattito e sul confronto per arrivare alle sue conclusioni, peraltro sempre provvisorie e “falsificabili”.

Certamente, la gestione di crisi complesse, come quelle sanitarie e biologiche, espone le democrazie a una “contorsione” tecnocratica o, come è accaduto nell’Ungheria di Orban, a un’accentuazione dei caratteri populistici e illiberali.

La risposta dovrà essere quella di spostare e tenere mobile la linea di confine tra tecnocrazia e democrazia, tra sistemi esperti e deliberazione collettiva, sorveglianza e privacy, pubblico e privato... Per gestire “crisi complesse” occorrerà una “democrazia complessa”, una rinnovata fiducia tra governanti e governati, non la riduzione sic et simpliciter dei suoi spazi d’intervento a favore degli esperti o dei nuovi “Cesari” populisti.

Continuiamo a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. I modi di pensare che utilizziamo per trovare soluzioni ai problemi più gravi della nostra età globale costituiscono, tuttavia, essi stessi uno dei problemi più gravi che dobbiamo affrontare.

Paul Valéry

Paul Valéry

A proposito di politiche populiste. Valéry definiva l’Europa “una macchina per fare civiltà”. Intendendo però il Mediterraneo, recentemente teatro di barbarie. Che ne sarà del rapporto tra Europa e Mediterraneo nel prossimo futuro?

Per radici storico-culturali e per la sua propensione alla pluralità e al confronto, che oggi hanno nelle sedi comunitarie anche un luogo istituzionalizzato, l’Europa potrebbe essere il laboratorio politico e giuridico più avanzato, nella direzione della democrazia complessa. A una condizione: dovrà uscire dalla stagnazione degli ultimi anni, affrontare con determinazione questa crisi in modo solidale e riprendere il cammino dell’integrazione, che, a questo punto, può avere solo un orizzonte politico.

Ancora una volta, una Unione europea più decisa nel suo percorso di integrazione potrà scongiurare uno scenario mondiale ostaggio di potenze neo-imperiali (Cina, Stati Uniti, Russia), in competizione per la loro influenza sul resto del mondo, che alcuni forse troppo affrettatamente prevedono dopo questa crisi.

Oltre alla scelta tra la sorveglianza totalitaria e la responsabilizzazione dei cittadini, questa crisi ci impone, per il prossimo futuro, di fare la scelta tra l’isolamento nazionalista e la solidarietà globale. È l’occasione per accelerare verso una metamorfosi dell’umanità, un salto antropologico. Si profila, cioè, l’avvento di una nuova umanità, che rinuncia all’illusione, generata dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo tecnologico, che la specie umana si sarebbe un giorno definitivamente affrancata dalla natura.

Oggi, ci avviamo a comprendere, anche alla luce delle minacce globali e aleatorie che incombono su di noi, che la sopravvivenza dell’intera specie umana è strettamente dipendente dal buon funzionamento di un “unico immenso ecosistema globale”, nel quale sono decisive le relazioni cooperative e conflittuali fra innumerevoli specie animali, vegetali e batteriche.

Lavorare per questa sopravvivenza significherà scegliere necessariamente la via della solidarietà globale, della cooperazione internazionale, l’uscita dal paradigma dei giochi a somma zero, “vinco io, perdi tu”, che ha segnato il passato. Se i futuri equilibri geopolitici non si orienteranno in questo senso, si prepareranno altri tempi bui.

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