10 aprile 2020

Da lassù, siamo tutti uguali di fronte al virus?

  • Di Giacomo Gabbuti
  • Di Elisa Albanesi

Nei prossimi giorni, gli astronauti Meir e Morgan, e il cosmonauta Skripočka torneranno sulla Terra dopo nove mesi di permanenza sulla ISS. Torneranno su un pianeta completamente diverso da come l’hanno lasciato.

È il 25 marzo quando, tra le poche nubi nel cielo del Kashmir, appare un asteroide. Nei tanti video girati quella notte e pubblicati su twitter, l’oggetto luminescente viene avvolto dalle voci dei credenti che intonano il takbīr dai tetti delle loro case, mentre gli altoparlanti delle moschee invocano l’adhān, la chiamata islamica alla preghiera. Un orario insolito che mette immediatamente in allarme i fedeli e lascia presagire l’avvento di una terribile catastrofe. E infatti, una volta sollevato lo sguardo, si accorgono di un bagliore persistente e immobile, il segno evidente della fine del mondo. D’altronde, proprio in questi giorni, la NASA ha annunciato il passaggio ravvicinato dell’asteroide 1998 OR2, il cui perigeo è previsto per il 29 aprile. Una strana coincidenza.

L’orbita eliocentrica dell’asteroide NEA 2019 EA2 (in bianco) si trova per lo più all’interno dell’orbita terrestre (in azzurro) ed è inclinata di soli 6,5° sull’Eclittica (JPL Small-Body Database Browser).

L’orbita eliocentrica dell’asteroide NEA 2019 EA2 (in bianco) si trova per lo più all’interno dell’orbita terrestre (in azzurro) ed è inclinata di soli 6,5° sull’Eclittica (JPL Small-Body Database Browser).

Il giorno precedente, il 24 marzo, l’India aveva iniziato il suo lockdown, dopo i primi casi di coronavirus. Qualche ora più tardi, nel panico diffusosi praticamente in ogni paese colpito dalla misura, un’organizzazione islamica pakistana aveva invitato i fedeli a raccogliersi in preghiera proprio quel mercoledì 25 marzo alle ore 22.00. Il piccolo puntino luminoso, però, aveva attirato l’attenzione tanto da generare scene di disperazione di tale portata da rendere necessario l’intervento della polizia.

L’asteroide avvistato, ovviamente, non era 1998 OR2. Con tutta probabilità si trattava invece del pianeta Venere, la cui luce è stata trasfigurata al punto da incarnare l’effettiva minaccia, l’iper-mostro invisibile che serpeggia sulla terra e che è talmente alieno da ogni altra condizione conosciuta dalla nostra generazione, da ipotizzare un’origine celeste. È il Covid-19 l’asteroide; e lo strano tempismo dell’allucinazione collettiva nelle prime ore del lockdown, suggerisce che ci sia almeno una minima correlazione tra i due fenomeni. Si andrebbe inoltre a confermare la narrazione continua fatta sul virus: esso colpisce il pianeta, tutto; afferra e travolge l’umanità, senza distinzione. Un oggetto non identificato, imprevisto e imprevedibile.

Se gli scienziati avranno forse a che ridire sul fatto che una pandemia di questo tipo non potesse essere prevista, in questi giorni un’altra categoria, quella degli economisti (che sulle mancate o fallaci previsioni di crisi più o meno drammatiche si è giocata in questi anni un po’ del suo prestigio) inizia a speculare su quali possano essere le conseguenze distributive del Covid-19. Se, insomma, si tratti davvero di un asteroide – o usando un’altra metafora cara a Totò e portata in auge da un libro dell’archeologo di NYU Walter Scheidel, di una “grande livella”, che colpisce tutti allo stesso modo, poveri e ricchi. Mentre è ancora troppo presto per avere dati certi su cui basarsi, diverse voci tra le più autorevoli della disciplina suggeriscono che questa idea possa rivelarsi fallace.

A livella - La poesia di Totò, principe Antonio De Curtis

Sul Financial Times, Angus Deaton – economista a Princeton e premio Nobel nel 2015, autore tra l’altro di un libro, La grande fuga,dedicato proprio all’emancipazione dell’umanità dalla povertà e dalla morte precoce – sottolinea come, a differenza del Medioevo, i progressi scientifici sono oramai molto rapidi, tanto da aver permesso in ben poco tempo di tracciarne l’Rna e iniziare a lavorare a potenziali vaccini. E proprio come in passato, non è da escludere che le cure continuino a essere accessibili prima ai ricchi – soprattutto se, come sospetta Deaton, «una volta finita l’epidemia, le case farmaceutiche e gli ospedali [privati] statunitensi si ritroveranno più potenti e ricchi che mai». Riflessioni su questo tenore sono state avanzate pochi giorni dopo su Lavoce.info dall’epidemiologo Giuseppe Costa e dal sociologo Antonio Schizzerotto. Secondo gli autori, se «Covid-19 genera lutti ovunque (…) non è però vero che, a parità di età, i vari gruppi sociali siano esposti nella stessa misura all’epidemia (così come ad altre analoghe infezioni) e siano ugualmente vulnerabili alle sue conseguenze più letali». Questo dipende in primo luogo dalla diversa esposizione all’epidemia, determinata dalle differenze socio-occupazionali: mentre dirigenti e “colletti bianchi” (sanitari esclusi ovviamente) possono lavorare da casa o in ambienti protetti, «non è così per un numero non marginale di componenti delle classi operaie, soprattutto quelli con rapporti precari di impiego che lavorano in microimprese a basso livello di sindacalizzazione», dove più difficile è far arrivare controlli e controllare che si lavori in sicurezza. Ma, continuano gli autori, a essere disuguale è anche la vulnerabilità al virus, dato che la presenza di malattie croniche (dal diabete di tipo 2, a diverse malattie cardiovascolari) «cresce progressivamente all’abbassarsi della posizione sociale». Nel riorganizzarsi per tener testa a futuri potenziali pandemie, il nostro SSN dovrà dunque riorganizzarsi per tenere in maggior conto, e prevenire, queste disuguaglianze di salute.

Ma se il virus potrà aumentare le disuguaglianze all’interno dei paesi, o comunque non contrastarne l’aumento osservato negli ultimi decenni, potrebbe avere tutt’altri effetti se guardiamo alle disuguaglianze tra paesi e aree del mondo. Del resto, questa è una delle “lezioni” che ci affida la storia economica delle pandemie: come riassume su Voxeu.org Guido Alfani, storico economico della Bocconi che si occupa proprio di disuguaglianze e di pandemie nell’età moderna, anche la peste e simili calamità hanno avuto un impatto più “asimmetrico” di quanto siamo soliti ricordare. La peste nera colpì più duramente paesi scarsamente urbanizzati, come la Spagna e l’Egitto – dove anzi la perdita di popolazione danneggiò irreversibilmente la manutenzione del sistema di irrigazione legato alle piene del Nilo – ma anche un paese come l’Italia, all’epoca all’avanguardia proprio nell’introduzione di misure di contenimento e quarantena tuttora in uso. La lezione per oggi, secondo Alfani, è proprio che le pandemie possono avere conseguenze asimmetriche importanti, “potenzialmente permanenti”, e che la loro natura è “ingiusta”, visto che dipende solo in parte dalla capacità di reazione dei sistemi sanitari e delle istituzioni.

Tornando al presente, su Pro-Market, l’economista della CUNY Branko Milanovic, tra i massimi esperti di disuguaglianze globali, ha elencato le possibili tendenze in atto. Posto che fondamentale sarà il fattore tempo – ovvero, quanto dureranno la pandemia e le misure di rallentamento dell’economia – Milanovic prevede che, come nella crisi finanziaria globale del 2008, all’aumento delle disuguaglianze all’interno dei paesi ricchi occidentali farà eco una riduzione di quelle internazionali, accelerando il progressivo spostamento del “centro di gravità dell’attività economica” verso l’Asia. Resta da vedere quale sarà l’impatto della pandemia sull’India, ma la Cina è per molti versi già in ripresa, mentre il Covid-19 picchia più duro nei paesi avanzati. Se un rallentamento, e persino un arretramento della globalizzazione, come le restrizioni imposte alla libera circolazione di merci e persone, è inevitabile ma forse temporaneo, e dopo qualche anno senza turbolenze è «probabile che torneremo alle forme di globalizzazione in cui abbiamo vissuto prima della crisi del coronavirus», «ciò che potrebbe non tornare dov’era prima della crisi è il potere economico relativo dei diversi paesi, e la capacità attrattiva della modalità liberale (contro quella più autoritaria) di gestire le società». Crisi come questa infatti incoraggiano l’accentramento del potere, con conseguenze probabilmente durature, che fanno presagire come “la politica rimarrà turbolenta” come negli ultimi anni.

A corredo dell’articolo di Milanovic, curiosamente, c’è un’immagine che ci riporta all’associazione coronavirus-spazio da cui siamo partiti: la Terra vista dallo spazio è circondata da oggetti che ricordano degli sputnik dalle molteplici antenne. Sono dei “coronavirus orbitanti” che osservano dall’alto i sinistri cerchi di luce che simboleggiano i punti dei principali focolai – tanti e tali da rendere impossibile riuscire a individuare i confini delle frontiere, come nella famosa frase di Gagarin. Proprio nei prossimi giorni, il 17 aprile, gli astronauti Jessica Meir e Andrew Morgan, e il cosmonauta Oleg Skripočka torneranno sulla Terra dopo nove mesi di permanenza sulla Stazione Spaziale Internazionale. «It seems that we will be completely going back to a different planet» ha detto la Meir nel corso di una video intervista. Ma sarà così? È presto per dirlo, ma se la pandemia ci lascerà forse un mondo economicamente più “equilibrato”, sembra che i confini che quaggiù lo dividono, così come le differenze sociali al loro interno, continueranno a contare parecchio.

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