23 febbraio 2021

Dante Nostro Padre. Il pensatore visionario che fondò l’Italia

  • Di Edoardo Dallari

L’antologia di testi danteschi a cura di Marcello Veneziani, pubblicata in occasione dei 700 anni dalla morte del padre della Divina Commedia.

Senza Dante non esisterebbe l’Italia, e dunque la cultura europea: dall’idantità italiana all’identità europea. Nessun poeta è “più europeo” e “più locale” di Dante, come ebbe a dire Ezra Pound. Così si potrebbe riassumere il saggio introduttivo di Marcello Veneziani nell’antologia di testi danteschi in prosa Dante Nostro Padre. Il pensatore visionario che fondò l’Italia (Vallecchi, Firenze 2020) da lui curata in occasione del Settecentenario della morte del fiorentino.

Nel suo confronto con Dante, Veneziani connette amore, sapienza, lingua, politica e madreterra, le sezioni in cui è divisa la raccolta. Più che il carattere a-moderno e anti-nichilistico di Dante, a interessare realmente è la sua “inattualità” politico-spirituale, il suo essere profeta inascoltato, padre dell’Italia e insieme degli anti-italiani, degli innamorati traditi dalle viltà e dai vizi del bel Paese dove ognuno fa società a sé, come dirà Leopardi.

L’Italia è nazione poetica: la sua identità è spirituale e culturale prima che politico-statale, un’identità plurima, un’italianità diffusa che assume coscienza di sé nella lingua, nel “volgare illustre” del “toscano Omero” (Vico), perché “non si abita un Paese, si abita una lingua” (Cioran). E questa Italia – l’Italia che non è Stato – è per Dante civitas universale che raccoglie in sé romanità e cristianità e che dunque come propria missione fa dono di sé al mondo e lo fa essere suo erede. In questo senso “Dante Alighieri è il nostro princeps, l’Inizio da cui discende l’unità geospirituale, culturale e linguistica della nostra civiltà. (…) E’ l’apice solitario in cui si incrocia il mondo classico, l’Imperium romano, il pensiero antico, la cristianità. In lui prende voce, anima e corpo, la civiltà italiana come paradigma della civiltà universale”.

L’Inizio cui politicamente ritornare è Roma, e il problema, che Dante raffigura in particolare nel De Monarchia, della legittimità del potere. Come i cieli sono guidati da Dio, così l’imperatore guida la terra: l’Impero, la gloria di Roma, è archetipo idel-eterno della potestas politica. La sua auctoritas è però da Dio: il potere civile e quello religioso non sono semplicemente distinti come nel Moderno, dove il Politico rivendica una sua assoluta autonomia mediante la positività del diritto, la forza delle leggi poste dalla Ragione, ma sono complementari.

Marcello Veneziani

Marcello Veneziani

Il famoso simbolo dei “due Soli” indica che solo grazie all’impero universale, che condurrà l’uomo alla felicità in questa vita, l’autorità religiosa, la Chiesa potrà indicare la via della beatitudine eterna. L’uomo è chiamato a essere felice in terra sotto l’egida imperiale, ma oltre l’eudaimonìa, il paradiso terrestre, esiste il gaudium paradisii, la felicità sovra-umana. I due fini sono entrambi posti dalla Provvidenza, dalla “fonte dell’universale autorità”: è dunque necessaria una “duplice guida”, e vanno esercitate tanto le virtù cardinali quanto quelle teologali. Entrambi i Soli brillano di luce propria, l’Impero non è la luna che brilla della luce riflessa della Chiesa-sole, come sostenne Innocenzo III. Chiesa e Impero sono Soli che si illuminano a vicenda: se è unicamente uno dei due a fare luce la civitas non funziona. E se il potere temporale è dell’Impero, da un lato Cesare dovrà avere riverenza verso Pietro, mai sottomissione, e dall’altro la Chiesa dovrà riformarsi e tornare povera secondo l’idea di Francesco, liberare il suo trono da quei “lupi rapaci” che l’hanno occupato.

Eppure, il Sole è uno! E se il potere politico ha fondamento sacrale, è legittimato da Dio, la beatitudine che questo promette sarà sempre subordinata a quella felicità eterna che eccede l’autorità politica. È Beatrice a condurre Dante in Paradiso, non Virgilio: la Teologia, non la Ragione filosofica. Il conflitto tra i poteri si riapre, non si chiude. Il simbolo dei due Soli non risolve affatto il problema della legittimità del potere, e anzi ne evidenzia al massimo quella contraddittorietà che costituisce la fatica dell’Occidente di trovare una pace impossibile. Su cui anche Dante non può che disperare.

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