16 novembre 2020

Diecimila Scrooge e i tre spiriti del Natale

  • Di Ginevra Leganza

Qualche giorno fa Giuseppe Conte, referente mediterraneo di Babbo Natale, ha risposto alla lettera di un bimbo brianzolo, Tommaso Z. Il fanciullino, già comparso in tivù, si era detto preoccupato per le renne bloccate in Lapponia. Angelica epifania televisiva e conseguente burrasca social hanno tonificato lo spirito del Natale imminente.

A proposito di spiriti e Natale, già nel 1843, in plumbeo sfondo londinese, Charles Dickens offrì il racconto di un vecchio avaro visitato da tre voci natalizie. Passato, presente e futuro vollero premurarsi di restaurare il cuore di Ebenezer Scrooge.

Le ombre intelligenti del tempo sussurrarono al gretto banchiere quel che fu, quel che era, quel che ancora doveva essere. Prima delle tre incursioni nel giorno santo, la pace di Scrooge sarebbe stata la sua vuota dimora, il più valido salva-penny, il posto giusto per isolarsi e non sprecare. In clausura, insomma, un po’ come sognano oggi azzimato premier e virologica famiglia. Scrooge, remoto dai parenti, si teneva socialmente distante dalle anime vive, e per contrappasso gli fece capata un’anima morta. Lo spettro del suo storico socio annunciò l’incombenza delle tre visite. E un attimo dopo, il taccagno si ritrovò addosso tutto il tempo della sua vita. Quanto avvenne è noto oltre che commovente: dopo aver seguito gli spiriti del Natale passato, presente e futuro, si precipitò – a cuore caldo di misericordia – da un ragazzino povero e malato, per sfamarlo di doni. Era il figlio del suo mal pagato commesso, cui il banchiere resipiscente diede un aumento e un tacchino per il pranzo di Natale. L’uomo che odiava feste, luci, spese, regali, desolato dalla magra vigilia di chi gli era prossimo, mutò l’egoismo in grandezza.

In ogni epoca il Natale è un’eco dell’età dell’oro, un sogno di gioia che qualcuno vuol sempre guastare. Quest’anno, però, non tocca ai cinici smontare l’entusiasmo. Non spetta a loro, che interpretano un ruolo comprensibile e innocuo, e di Scrooge hanno appena l’aria gotica. Non sono i dark malinconici, odiatori di luci a intermittenza, chiasso, raduni parentali, impegno dei regali, regali sbagliati. Nel 2020 i sabotatori sono nientemeno che autorevoli soloni, e il rischio che ci riescano è piuttosto serio. Nella cupa Londra dell’Ottocento, cornice di Christmas Carol, come nel corrente mondo pandemico, la ricetta è identica: esortare a lesinare su effusioni e spese. Con l’unica differenza che se uno Scrooge è uno Scrooge, diecimila Scrooge sono un partito scientifico. Quest’anno il Natale dev’essere un giorno come un altro: guanti e mascherine. In più: raccoglimento spirituale in luogo di consumo materiale e ascetismo igienizzato. Parola di epidemiologi, infettivologi, virologi, instagrammer, politici. Parola di bimbi d’asilo ben ligi al katechon-Conte. Parola di Babbo Natale.

Altro che spiritualismo sanitario, ci vorrebbero gli spiriti, quelli veri, per ricordarsi della materia: della sua bellezza, della sua necessità, della sua verità. Ci vorrebbero loro, suasivi nei bisbigli agli orecchi di Scrooge, per ribadire che al regalo non si addicono rampogne sul consumismo, più confacenti ai devoti di Giuda Iscariota che a quelli di Padre Pio (Marco 14, 3-9; Giovanni 12, 1-8).

Tanto per cominciare ci vorrebbe lo spirito dei Natali passati, così lontano dall’eccesso di giorni nefasti. Servirebbe un lieto ricordo che schiodi gli Scrooge dal lutto perpetuo. Poi sarebbe l’ora del presente. Lo spirito disegnato da Dickens era un omone non rosso, come il Babbo Natale di Tommaso Z., ma verde (colore assai più promettente) e corpulento. Esprimeva la bontà della festa. Dickens aveva capito che perfino un’ombra, a Natale, diventa carnosa. Se quell’ombra tornasse, il suo invito sarebbe oggi come allora di godere di ogni frutto, di donarsi e donare. In spirito e materia. Del resto se esiste l’uno esiste l’altra, e il dono non accetta monofisismi dozzinali: partecipa di entrambe le nature. Infine ci vorrebbe il silenzio del futuro. Una spietata ombra nera che solo accenni al cammino sinistro già abbozzato da Seneca: “chi non vuole morire si rifiuta di vivere”. Ed è solo una vita spesa e vissuta che strappa al baratro.

Solo resuscitando la necessità di vivere, produrre, spendere, amare: solo così gli immusoniti capirebbero che dietro ogni sguaiata spesa natalizia si cela un’economia dell’essere oltre che una promessa. Un’eco dell’età dell’oro che l’ombra di un lockdown minaccia di freddare. Solo un ravvedimento operoso degli autorevoli Scrooge potrebbe strapparci al futuro burrone. Pia illusione.

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