22 ottobre 2020

E se smettessimo di fingere? La sfida di Franzen contro il climatismo: declinare la speranza in amore

  • Di Daniela Sessa

Un aforisma di Kafka sulla speranza apre il manifesto contro il climatismo dello scrittore statunitense Jonathan Franzen. La domanda provocatoria del titolo “E se smettessimo di fingere?” è diretta a un voi che comprende Greta Thunberg, i ragazzi di Friday For Future, Al Gore e tutto il verde mainstream progressista, i climatologi dell’Ipcc (il gruppo voluto dall’Onu nel 1988) e pure “l’America di Trump… innamorata dei suoi pick-up”. A chi pensa all’aumento della percentuale di anidride carbonica come una nuova Little boy che a breve annienterà il pianeta, Franzen, sulla soglia delle elezioni presidenziali e nell’Anno della Biodiversità, scrive che è inattuabile salvare il pianeta ma occorre “combattere battaglie piú piccole e locali che avete qualche realistica speranza di vincere”.

Copertina "E se smettessimo di fingere?" - Jonathan Franzen

Copertina "E se smettessimo di fingere?" - Jonathan Franzen

Lo afferma in sessantacinque pagine, seguite dall’intervista a un giornale tedesco «Die Literarische Welt» e precedute da una prefazione in cui narra (lo scrittore si rivela più accattivante del polemista) lo shock provato di fronte alla strage di animali nell’incendio della foresta intorno Jüterbog in Germania. In particolare, lo colpisce la sorte della tottavilla, il passeriforme che stava osservando, trascurata dalle statistiche delle specie in via d’estinzione. C’è da dire che Franzen pratica il birdwatching come filosofia di vita più che come hobby, per cui si potrebbe benissimo obiettare che qualsiasi pratica elevata a ideale rischia di diventare fanatismo. Lo stesso degli attivisti del clima presi di mira nel suo manifesto (leggere Richard Lindzen o Mario Giaccio a proposito di isterie ambientaliste). Però, l’obiezione farebbe ingiustizia di una posizione politica e civile di forte impatto. Franzen guarda il problema del cambiamento climatico da una prospettiva minima. Non nega la pericolosità per gli scenari globali dell’aumento delle temperature né chiede alla politica, americana soprattutto, di eliminare dall’agenda delle urgenze la questione clima, ma invita a mettere mano alle questioni apparentemente marginali perché il presente è più salvabile di un futuro sicuramente devastante. In sostanza, Protocollo di Kyoto versus Convenzione per la Biodiversità.

La scelta sta tra vivere nella frustrazione derivante da slogan inascoltati, da manifestazioni di piazza sbollite nell’ipocrisia delle promesse dei grandi della Terra, da programmi elettorali oppure accettare che il disastro è nella realtà delle cose e coltivare la speranza. Sebbene il discorso qui diventi meno fluido, il moralista Franzen prova a lanciare la sua sfida: declinare la speranza in amore. Invita a usare la bicicletta e non l’aereo, a spendere per aiuti umanitari invece di costruire treni ad alta velocità, di pensare alle colonie di animali in estinzione piuttosto che preoccuparsi dei massimi sistemi delle energie rinnovabili (chissà se alla fine voterà per Biden sostenitore del Green New Deal o penserà che il negazionismo di Trump sia più utile alla sua causa), di pensare alla colazione ossia al presente e non alla morte così certa ma misteriosa nei suoi risvolti. Una posizione antistorica o la più realistica nel dibattito contemporaneo?

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