22 giugno 2020

Enrico Letta: “E’ il momento di dare nuovo slancio alle politiche industriali”

  • Di Camilla Povia

Una riflessione sul dopo Coronavirus e sulla possibilità di cambiamento che l’Italia ha davanti a sé.

Dopo l'articolo di Alessandro Profumo apriamo il confronto con le istituzioni, l'impresa, la politica e la cultura. Ecco l'intervento di Enrico Letta.

“Grazie al Recovery Plan arriveranno tante risorse che consentiranno di fare cose che prima sarebbero state impossibili. Chi ha maggiori responsabilità in Italia deve riflettere su questa opportunità, vale sia per gli attori istituzionali e sia per gli attori del sistema economico che come CDP hanno un piede nel pubblico e uno nel privato. E’ il momento di dare nuovo slancio alle politiche industriali. I grandi nomi dell’industria italiana, Leonardo tra questi, possono costruire un’agenda con obiettivi di medio e lungo periodo”. Enrico Letta, preside della Scuola Affari Internazionali dell'Università Sciences Po di Parigi, raccoglie le proposte di Alessandro Profumo sul dopo Coronavirus e riflette sulla possibilità di cambiamento che l’Italia ha davanti a sé.

“La pandemia è intervenuta quando nel mondo occidentale era già in atto un ripensamento del rapporto tra Stato ed economia. Si era già fatta strada l’idea che fosse finito il tempo in cui lo Stato dovesse fare solo da regolatore e da vigile in un contesto in cui tutti gli attori erano privati. La pandemia ha travolto questo processo e ora si registra una forte attesa di politiche pubbliche a favore della crescita e dello sviluppo. E la risposta e la filosofia che sono dietro al Recovery Plan nel suo complesso vanno proprio in questa direzione”.

Se il Recovery fund sarà approvato nei termini in cui viene proposto sarà una grande vittoria dell’Italia che ha insistito per questa soluzione. E che l’Europa finanzi un piano con risorse proprie attraverso la creazione di obbligazioni e di un debito europeo è una novità politica molto importante.

“E’ una vera rivoluzione e la dimostrazione che l’Europa ha lo sguardo lungo verso il futuro. Questo passo in avanti è stato in parte reso possibile dall’uscita della Gran Bretagna. Con la sua uscita si è tolto il piede dal freno e sono state possibili cose fino ad allora impensabili. A me colpisce molto il fatto che se questa logica fosse stata adottata alla crisi del 2008, non saremmo finiti in quel buco nero che ci portiamo dietro da 12 anni. Quella fu un’occasione sprecata. Ma tornando al Recovery Fund, certamente è una vittoria dell’Italia ed è un tema sul quale lavorare a livello industriale perché queste risorse non sono solo ‘cerotti’. C’è la possibilità per l’Italia di rilanciarsi a livello globale. Per questo, insisto, c’è bisogno di mettere insieme le migliori intelligenze, le migliori imprese: serve capacità di programmazione”.

C’è il rischio che questa crisi accentui le differenze tra chi ha e chi non ha, tra nord e sud dell’Italia e anche tra diversi Paesi Europei. Per esempio sull’istruzione e sulla digitalizzazione. La Spagna ha investito due miliardi sulla scuola, la Germania a febbraio ancora prima dell’emergenza, si era impegnata in un progetto per la digitalizzazione delle scuole elementari tedesche stanziando 5 miliardi di euro. Noi siamo indietro?

“Noi siamo assolutamente indietro. Questa crisi ha dimostrato che c’è una corsa verso il digitale e che c’è bisogno di una nuova generazione di lavoratori che sia in grado di vivere completamente le novità tecnologiche. I tre mesi di lockdown ci hanno fatto capire che anche l’Italia può competere in questa corsa ma certamente questo fa emergere divisioni nel Paese. Dobbiamo avere la capacità di digitalizzare l’Italia senza lasciare indietro nessuno. Sull’istruzione, il digitale non sostituisce l’educazione in classe ma certamente può completarla. Le nostre strutture scolastiche devono essere in grado di essere al passo con i tempi”.

Anche la ricerca riveste un ruolo importante nell’Italia del dopo pandemia.

“Alessandro Profumo insiste molto anche su questo e ha ragione. Una parte del problema nel nostro paese è che non ci sono più gli importanti centri di ricerca privati di quarant’anni fa. Oggi la ricerca è sempre più pubblica e sempre in dipendenza totale dai fondi europei. In questo campo il ruolo della politica industriale sarà importante perché c’è molto lavoro da fare, in parte pubblico e in parte privato. Gruppi come Leonardo che hanno una vocazione naturale all’innovazione e sono interlocutori naturali dei grandi soggetti di ricerca nel nostro Paese, possono giocare un ruolo fondamentale. Una delle cose sulle quali bisogna più investire è il progetto che si chiama Università Europea, un’iniziativa nella quale si sono spinti diversi nostri Atenei e che ha avuto grande avvallo dalla Commissione Europea. Bisogna far nascere vere e proprie Università europee che lavorano insieme su un singolo tema e su quello diventano punto d’eccellenza. Questo dà grande boost all’innovazione e rende possibile un rapporto col mondo dell’impresa”.

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