26 marzo 2020

Epidemia Logotecnica

  • Di Pierpaolo Forte

In tanti stanno esprimendo la percezione che questa crisi ci cambierà

“Nulla sarà come prima” è frase che ricorre, ancorché non sia la prima volta che la si sente, almeno per chi ha qualche decennio di vita o ha per studi e letture dimestichezza con il pensiero altrui e la storia umana; e non sono pochi perciò gli esercizi rivolti ad analizzare un po’ meglio questa ipotesi, provando ad approfondire questo o quell’aspetto che potrà mutare, ed in che modo.

Vorrei provare a proporre una riflessione che, invece, non si applica ad una singola dimensione, poiché potremmo supporre che questa emergenza sta facendo fare a tantissimi – e dunque con struttura da laboratorio molto efficace, e altrimenti impossibile da conseguire – l’esperienza che vorrei chiamare la civiltà delle macchine.

Quando questa espressione comparve al mondo, dando anche l’avvio e la denominazione ad una importante avventura editoriale ed intellettuale, culturale, nel nostro paese, l’intento che la mosse era provare a connettere quelle che, allora forse più che oggi, apparivano le “due culture”, quella scientifica e quella umanistica; ma poiché oggi quel movente è meno impellente, possiamo usare quella definizione, “civiltà-delle-macchine”, prestando una diversa attenzione ai termini che ne costituiscono gli elementi.

(In copertina) M. C. Escher, Rind (Buccia, Scorza), lithograph, 1955. (Sopra) Copertina della rivista storica "Civiltà delle Macchine" n.2 del 1955

(In copertina) M. C. Escher, Rind (Buccia, Scorza), lithograph, 1955. (Sopra) Copertina della rivista storica "Civiltà delle Macchine" n.2 del 1955

Cominciando dalle macchine, è evidente che oggi ci si riferisce a qualsiasi agente che non sia umano, né predisposto spontaneamente dalla natura; e dunque si pensa sia a meccaniche automatiche che a sistemi computazionali, e come vedremo giungeremo a comprendervi dispositivi aspiranti ad una vera e propria intelligenza.

Orbene, se fossimo ancora all’epoca della nascita di questa Rivista o in qualsiasi altro momento del passato, avremmo confinato questo vasto territorio, quello delle “macchine” latamente intese, entro i limiti della tecnica, alla quale non era ancora stato aggiunto l’upgrade del lόgos, a formare la tecnologia, che è invece la parola che useremmo oggi, prevalentemente, per parlarne.

Sostengo che si tratti di un upgrade perché aggiungere lόgos alla techné è uno dei casi in cui il risultato di una addizione è superiore alla somma degli addendi. Non si tratta infatti del medesimo percorso subito dalle parole riferite alle discipline che radunano le conoscenze e le interpretazioni discussive in qualcuna delle aree dello scibile, come ad esempio in teologia, geologia, archeologia, zoologia, entomologia, psicologia, astrologia; né di quello di espressioni che riguardano i discorsi, come ad esempio in tautologia. Giacché il sostantivo “tecnologia” ed il conseguente aggettivo “tecnologico” non si usano solo per riferirsi alle aree scientifiche o ai materiali di conoscenza che generano, ma anche, ed anzi assai di più, per i prodotti che ne derivano, i quali per la loro numerosità, e per la pervasività nella vita umana, autorizzano a parlare di tecnologia per una sorta di universo, un “mondo”, sino al punto da rendere possibile ipotizzare una “società tecnologica”, se non una vera e propria “era tecnologica”.

E’ infatti comprensibile che il materiale studiato dagli archeologi, come anche gli strumenti che utilizzano per farlo, possano diventare anch’essi archeologici, non avendo molti altri modi per qualificarli precisamente, e non diversamente potremmo dire quando un argomento è qualificato come tautologico; mentre non ci mancherebbe il vocabolo buono a farci riferire agli strumenti che riguardano la tecnologia (dai computer ai chip, dal software agli algoritmi, dagli schermi alle piattaforme, alla rete web, ecc.): τέχνη sembra infatti parola larga a sufficienza e adeguatamente trasposta anche nelle lingue vive con diverse declinazioni, ed infatti è stata pacificamente usata per secoli per qualificare gli antesignani degli odierni apparecchi tecnologi; insomma non credo avremmo difficoltà nell’affermare che i dispositivi che usiamo così tanto, ad esempio lo smartphone, possano essere definiti “apparati tecnici”, come un algoritmo utilizzato per una funzione di uno di tali apparati ben può dirsi un elemento tecnico, e così via.

Ed invece si è sentito il bisogno di aggiungere a techné il lόgos, e tutti qualifichiamo un tablet o una consolle per giochi come un dispositivo non tecnico, ma tecnologico, e viene da chiedersi perché. Vi saranno, non dubito, alcune ragioni implicite nell’enorme aumento dell’accumulo delle conoscenze dell’ultimo secolo, nel salto di qualità del loro utilizzo applicato, e nello sviluppo delle invenzioni che se ne ricavano, effettivamente imparagonabile con le epoche in cui tutto ciò era percepito come techné.

Tuttavia, è noto che λόγος è espressione polisemica, “oscilla tra «ragione», «discorso» (interiore ed esteriore) e «parola»” (così il vocabolario della Treccani, ma non vi sono estranee anche “logica”, “metodo”, “senso”); ma, soprattutto, a me colpisce il fatto che uno dei testi ancipiti della civiltà occidentale, prescindendo del tutto dal valore sacro che i credenti cristiani vi attribuiscono, esordisce descrivendo ciò che era “in principio” – e dunque per il suo valore capitale, se era in principio lo è anche adesso - con espressioni che è difficile dire se siano lessicali, metaforiche, immaginifiche, concettuali, intuitive, artistiche, letterarie, scientifiche, filosofiche, teologiche, profetiche, oltre che evangeliche: “In principio era il λόγος, e il λόγος era presso Dio e il λόγος era Dio” (Gv. 1,1).

Il "Prologo" giovanneo o "Inno al Logos" nei reperti risalenti all'anno 200 del Papiro 66 detto anche Papiro Bodmer II

Il "Prologo" giovanneo o "Inno al Logos" nei reperti risalenti all'anno 200 del Papiro 66 detto anche Papiro Bodmer II

Qualunque cosa significhi, cioè, questa visione (in ogni senso), così rilevante per il pensiero occidentale ben oltre il suo valore religioso, riconosce nel λόγος una dimensione ontologica assoluta, di fondamento, di inizio, di base, e di ogni cosa; fino al punto da affermare, con uno scivolo ascendente fulminante, che esso, il λόγος, è Dio, o ciò di Sé che Egli avrebbe inteso donarci e condividere. Se dunque la si tratta come materiale culturale umano (senza cioè alcuna pretesa di involvere questioni di fede, o teologiche, connesse alla possibile sacertà di quelle parole, che pure sono enormi), questa antica, radicale qualifica del lόgos conferisce alla strana avventura della parola “tecnologia” una capacità espressiva, un significato, impressionanti.

Si potrebbe cioè ipotizzare che nella sua comparsa, e nel diffusissimo uso che se ne fa, si annidi un presagio, una premonizione: le “macchine”, dacché erano indubbiamente strumenti tecnici di ogni tipo, pertanto, per quanto sofisticati, pur sempre ancillari ai bisogni umani, non hanno solo preso a renderci più facili certi compiti, ad esentarci da alcune fatiche, a potenziare alcune delle nostre capacità (dunque rimanendo entro la techné), ma si accingono ad una eminenza che, usando questa loro τέχνη-natura, ambiscono ad occupare il λόγος-principio.

L’idea della “civiltà delle macchine” che sta diventando tecnologica, insomma, forse non è solo un’impostazione culturale, o industriale, con conseguenze pur rilevanti ma, tutto sommato, circoscritte ad un’equilibrata distribuzione di mezzi tecnici per favorire l’esperienza umana, non solo senza alcun attentato alle sue dimensioni spirituali e culturali, ma in fin dei conti relegata ad una promessa di progresso intesa in un senso ottocentesco. Dentro a quella espressione (“civiltà delle macchine” e non “con le macchine”, come sarebbe coerente in confronto alla techné) è già insediato infatti l’abbrivio che mira dritto al λόγος, poiché inferisce ad una qualificazione di “civiltà”, dunque un modo d’essere pervasivo, un connotato universale della vita e della convivenza umane.

Ed infatti le discussioni ed i confronti in corso in ordine alle evoluzioni della Intelligenza artificiale (AI), l’ambito più ambizioso della tecnologia, quello più afferente ad una civiltà - non con ma - delle macchine, quello che si troverebbe più stretto dentro alla mera techné, non dibattono solo di come essa potrà essere fra qualche tempo, in una sorta di scrutamento che prova a immettere λόγος nel futuro, insomma non sono discorsi di vana futuro-logia, una sorta di fanta-scienza, meraviglioso genere spesso anticipatore e molto serio, ma pur sempre letterario; le analisi che vengono condotte al riguardo sono infatti dovute ad importanti scienziati, a studiosi profondi del fenomeno chiamati a misurarsi già oggi con impostazioni e percorsi che prefigurano le possibilità dell’evoluzione reale, non fantastica di questa nuova grande sfida dell’umanità.

La quale, negli scenari più estremi, ma ripeto non fantasiosi o romanzati, potrebbe persino essere l’ultima avventura umana, poiché – a dirla in breve e grossolanamente – suppone e lascia descrivere già con una certa accuratezza il momento – inevitabile, secondo i più estremisti - in cui ognuna delle capacità delle macchine sarà maggiore, più affidabile, efficiente, e dunque preferibile, rispetto a ciascuna delle corrispondenti capacità umane, e perciò l’intelligenza che le governasse e le esprimesse sarebbe legittimata a prendere il posto dell’uomo, in ogni anfratto rilevante del mondo.

Già oggi sono numerosissimi i servizi – un tempo frutto esclusivo di lavoro umano – affidati ad automatismi; e se qualcuno ritenesse di star tranquillo per il fatto che si tratterebbe di ambiti in cui si sostituiscono braccia e oneri fisici, o decisioni e operazioni minori, tipicamente macchinose (tanto che fino a che se ne occupava prevalentemente l’uomo, si lamentavano proprio l’immiserimento cui era sottoposto, l’“alienazione”, o senza fronzoli “l’uomo macchina”), consideri tuttavia che è già in sperimentazione o in operatività l’automazione di compiti ben più elevati; solo per esempio, è in preparazione il processo automatico, in cui avvocati e giudici sono algoritmi, alcuni degli articoli che leggiamo sono opera di autori inumani, sono già in giro opere d’arte prodotte senza intervento umano alcuno (e si è avuto l’ardire di lasciar compiere a “macchine” la decima sinfonia, che Beethoven aveva solo abbozzato, o la ottava che Schubert aveva lasciata monca), è imminente l’invasione di interi comparti produttivi (si pensi ai trasporti di ogni tipo) ad opera di macchine varie, ed il medico più consultato del mondo è già oggi il “Dr. Google”.

Per venire dunque a questi drammatici giorni, a pensarci bene un virus non ha svuotato le strade, bandito baci e abbracci, incontri e tradimenti coniugali, lezioni ed esami, sessioni parlamentari e convegni, gare sportive e competizioni olimpiche, annullando tutto ciò, come avrebbe fatto nel passato: siamo stati in grado, per quanto oggi possibile, di spostarne gran parte dentro una gigantesca macchina, che fa da piazza, scuola, aula, tribunale, sala, chiesa, confessionale, bar, treno, aereo ed auto, fabbrica e ufficio, salotto, talamo e frasca amorosa. Reclusi in casa, ci ostiniamo a mandarci – invece di darci – effusioni e auguri, a scambiarci opinioni e freddure, a produrre slanci e lamenti, ed insomma cerchiamo di continuare la Vita in una scatola, una piattaforma, anziché nel grande Mondo là fuori. Una enorme replica di esperienze che, impedite per la difesa dal virus, proviamo a riprodurre per quanto possibile in versione “simil-”.

In tantissimi stiamo perciò facendo da cavie di un immenso laboratorio, sperimentando in prima persona ed in miliardi di persone una sorta di prova generale della civiltà delle macchine; una prova ancora iniziale, senza dubbio, ma che – proprio come all’inizio di una ricerca applicata, quando dalla definizione teorica si passa alla verifica operativa, che aiuterà ad implementare al meglio la raffinazione del prodotto – consente di testare buona parte della fenomenologia e delle relazioni umane in ogni ambito, siccome dominate dalla mediazione attiva ed irrinunciabile, o persino dal governo, di macchine.

Possiamo così sottoporre a prova personale di stress (in ogni senso…) alcuni degli argomenti che animano il dibattito sul futuro e sul rilievo dell’AI; come quelli che scommettono sul fatto che una macchina per quanto intelligente non sarà mai in grado di avere un bisogno, di cercare un senso, e di inventarsi una scusa, di dire una bugia, di fare un dispetto, di avere un’amante, o di creare la pizza e il caffè, di reagire anche di fronte all’incognito, ed alla sorpresa; e ciò anche perché, in aggiunta, la macchina non ha un corpo che così tanto influisce su tutto ciò che ci riguarda, e non avverte la consapevole finitezza degli umani, che ci ha fatto generare il tempo e le agende e l’ansia e il tran tran. E perciò non riuscirà a dominare.

Ai quali argomenti c'è chi oppone che, forse, essi trascurano troppo che l’AI è (e sarà sempre più) auto-apprenditiva, e suppongono che non possano esistere adeguati surrogati dei sentimenti, delle emozioni, della coscienza, e della coscienza di aver coscienza, mentre le ipotesi della versione “forte” dell’AI danno per scontato che, essendo tutte queste caratteristiche umane basate su meccanismi biologici, la loro replicabilità artificiale e la tendenza di una macchina “super” intelligente ad appropriarsi della qualsiasi, potrebbe consentire di costituire versioni “simil-” di ogni dimensione dell’esperienza umana, anche di quelle che per noi hanno bisogno di carne e sangue, dolore ed amore, angustie e morte; e persino a sviluppare plasticità, elasticità, a saper reagire a situazioni incognite o estranee alle proprie competenze.

Penso che anche su questo stiamo facendo le cavie, che, coi tanti “simil-” usati in questi giorni, appartenga a questa area del discorso la terribile nostalgia, la vera e propria sofferenza, che stipati in connessioni digitali, in tanti avvertiamo e condividiamo in questi giorni per la mancanza di contatti fisici e delle loro enormi ed innumerevoli conseguenze di esperienza, conoscenza, e intuizione, passeggiate, bacetti e cin-cin inclusi; se la civiltà delle macchine fosse tutta così, generando una comodissima, sfaccendata, distanziata umanità con riempitori automatici degli interstizi relazionali, potrebbe non piacerci affatto sin da subito come infatti non ci piace oggi, e potremmo dare per scontato che, perciò, se nel cammino che farà evolvere l’AI questa fosse la direzione del suo sviluppo, monterà un’opposizione umana forte al punto da trattenerla e indirizzarla verso altro sentiero, più comprensivo della “macchia umana”, del “legno storto”, di odori ed umori anche sgradevoli, ma caldi e vitali.

Ma occorre anche considerare che, nel frattempo, avanzerà un’umanità – i millennials – per la quale il digitale non è una tecnica ma appunto una tecno-logia, perché sin dalla nascita hanno vi hanno vissuto immersi; non possiamo perciò escludere che il loro cerebro, le loro sinapsi, si siano configurate morfologicamente o comunque biologicamente in reazione ad una tecnologia che ad essi ha fatto da vero e proprio ambiente, da paesaggio strutturale prima ancora che culturale, e dunque non possiamo escludere che per la mente dell’uomo millenial la parola possa invertirsi, e rivelarsi una λόγος-τέχνη, una logotecnica che completi la scalata della techné verso il principio dove era il lόgos, conquistando la vetta e disponendo questa “nuova” mente umana a dare per scontata la civiltà delle macchine, ed anzi ad apparecchiarne l’avvento come la naturale evoluzione dell’umanità, foss’anche con un radicale, definitivo cambiamento di paradigma spirituale, persino antropologico.

Anche su questo il tempo del Coronavirus ci offre qualche esperienza; mi riferirò all’esempio che conosco meglio, le lezioni (e per certi aspetti gli esami) a distanza, che io vivo come un ripiego, necessario ma minore, perché do per scontata la maggiore ricchezza ed efficacia didattica della lezione in presenza, con tutte le complessità della vicinanza fisica; e come molti altri appoggio su ciò buoni argomenti per auspicare che, finita l’emergenza, l’accumulo di saper fare e di tecnologia per l’insegnamento telematico che intanto avremo sviluppato non determini una impropria accelerazione verso una Università (o una scuola, mutatis mutandis) tutta fatta così, in remoto ed automatizzata, o che una revisione dei conti un po’ ottusa non prescriva che, d’ora in poi, ogni riunione, convegno, congresso, e insomma occasione di confronto scientifico si debba tenere in via telematica, data l’evidente economia che se ne potrebbe trarre.

Gli argomenti che invoco credo siano poco discutibili per un professionista della ricerca e dell’insegnamento che sia nato nel XX secolo (l’ho verificato, sia pure in piccolo); ma non posso giurare che ciò non sia dovuto al fatto che la nostra mente e la sua biologia sottostante abbia una percezione dovuta all’aver vissuto buona parte della vita “in presenza”, mentre magari i miei alunni – millennials fatti e finiti – stanno vivendo molto bene la lezione a distanza, con profitto, efficacia, forse con maggiore agio, e che perciò le mie non siano che barbose ubbìe, e inani resistenze, provenienti da un mondo in via d’estinzione, ed in estinzione siano i professori che fanno lezione in aula o che vanno a congressi ed incontrano colleghi e colleghe con i quali si abbracciano o si stringono la mano e dialogano impiegando tutto il corpo.

Perciò, tra le tante “opportunità” che seguiranno a questa come ad ogni crisi importante, ci potrebbe essere anche questa: rendersi conto che la prova che stiamo sopportando può servire a produrre conoscenze, consapevolezze, orientamenti circa le evoluzioni della tecnica che per la sua ampiezza e la sua dominanza chiamiamo tecnologia, e decidere se e quanto consentirle di ambire a conquistare il territorio del lόgos che, se Giovanni aveva visto giusto, è il vero e proprio Regno dell’inizio, del fondamento, del tutto, persino di Dio.

E chissà che, un giorno, l’umanità non debba dir grazie al Coronavirus per averle fatto capire, quasi tutta insieme in poche settimane, quanto irrinunciabile sia un abbraccio, e quanto un bicchiere di vino in compagnia possa essere più prezioso, e fecondo, di una pur grande, persino super, intelligenza. O quanto, invece, e a che condizioni, se ne possa fare a meno.

Pierpaolo Forte, Professore Ordinario di diritto amministrativo Università degli studi del Sannio

Pierpaolo Forte, Professore Ordinario di diritto amministrativo Università degli studi del Sannio

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