16 maggio 2020

Flashback

  • Di Oriano Giovanelli

Ovvero anche l’imprevedibile è vita

Sono passati due messi abbondanti dal 7 marzo. Quel giorno Pesaro, la mia città, diventa "zona rossa". La civetta strilla.

Insomma Pesaro come Codogno.

Il 24 febbraio alle 7 del mattino la stazione ferroviaria di Pesaro è sinistramente vuota. Del virus se ne parla ormai da diverse settimane ma non ci capisce niente nessuno. Comunque tanti di quelli che dicevano che ne ammazza più una normale influenza sono rimasti a letto. Io sono qui sul binario 2 ad aspettare la freccia da Ravenna per Roma. Da un paio di settimane viaggio con delle salviette disinfettanti. Salgo sul treno solita carrozza, la 5 che ferma sempre in prossimità dell'uscita dal sottopassaggio e se piove si rimane sotto la pensilina, solito posto 10b perché a me piace corridoio e con il 10 puoi salire indifferentemente da una delle due porte della carrozza tanto sta in mezzo ( piccoli accorgimenti del pendolare seriale). Mi metto subito a disinfettare il tavolinetto davanti a me. Le carrozze sono praticamente vuote. La cosa mi preoccupa e diverte nello stesso tempo, lo stesso effetto che mi faceva andare a scuola, rigorosamente a piedi, con la neve sapendo che molti miei compagni sarebbero stati assenti. Era dura arrivare a scuola a piedi con la neve per chi abitava nelle case sparse delle mie belle colline urbinati.

Il 23 febbraio Luca Ceriscioli Presidente della regione Marche aveva emesso l'ordinanza di chiusura delle scuole fino al 4 marzo (4 marzo! Adesso fa sorridere tanto ottimismo) e vietava una serie di eventi. I ministri Boccia e Azzolina sentitisi lesi nella loro maestà impugnavano l'ordinanza con la motivazione "le Marche non sono un focolaio tale da giustificare la misura restrittiva di chiusura delle scuole".

Il 25 febbraio il Tar sospende l'ordinanza del presidente delle Marche che il 27 la rinnova ( per fortuna o per scienza non si sa ma grazie a Dio l'ha fatto). Stai con lo Stato o con le Regioni. Parte il derby più stupido che si sia mai visto.

Il 29 febbraio, il compleanno di Gioacchino Rossini, il giorno che segna il carattere bisestile dell'anno (anno bisesto anno funesto si dice qui) giunge alla fine di una settimana in cui il confronto fra chi continua a spingere sulla necessità di non spaventare la gente e chi preme sull'allarme si è fatto più acceso. Ma la parola d'ordine è ancora non creare panico.

Con la mia associazione Apriti Pesaro ho in programma la prima di un ciclo di tre conferenze. Demopatia con il prof. Luigi Di Gregorio.

In verità mi ero interrogato se fosse il caso di mantenere quell'impegno e alla fine decido che sì tutto sommato non saremo tantissimi e quindi non ci sarà una concentrazione tale da creare pericolo. Poi bisogna essere prudenti ma è giusto, così sembrava, sdrammatizzare. A quell'incontro non partecipa Aurelio, ha la febbre da una settimana, mi manda un messaggino per scusarsi, non sa ancora di essere positivo. Eravamo stati insieme il 22 per la conferenza stampa di presentazione del ciclo di conferenze. Aurelio è il vice presidente dell' associazione. Finirà intubato in terapia intensiva in pericolo di vita e l'attesa di notizie sulla sua salute diventerà per me un appuntamento quotidiano imprescindibile fino alle sue dimissioni.

A ripensarci a cosa sarebbe potuto accadere se solo Aurelio non avesse avuto la febbre quel 29 mattina mi angoscia anche adesso. Comunque nessuno dei partecipanti si è ammalato per fortuna, non me lo sarei perdonato.

Dal momento in cui so che Aurelio è positivo faccio due conti: il 9 marzo saranno passati 16 giorni dalla conferenza stampa del 22 onestamente tiro un sospiro di sollievo. Ne parlo con Enrico, con mia moglie nemmeno mezza parola.

Dal 2 marzo un altra settimana a Roma nessun allarme particolare ma la situazione è sempre più grave e il treno sempre più vuoto. Anche Roma si comincia a svuotare. E' di una bellezza indicibile. Quando riparto per Pesaro il 6 confido ancora di tornarci. Fra me e me in un intercity deserto provo a sdrammatizzare e autoironicamente mi immagino incapsulato dentro ad una scatola di metallo. Il mio cervello anticipa il lockdown che sarebbe arrivato dopo poche ore.

Il 5 marzo mia madre compie 90 anni. Ci sentiamo al telefono. Ancora per poco si può sperare di poter festeggiare.

Il 7 marzo ormai è chiaro, Pesaro è zona rossa.

Questo non impedisce a nessuno di uscire. E' sabato si va a cena come sempre con gli amici non si parla d'altro e si ironizza fra noi sui rischi del contagio, a pensarci ora a quel ristorante stipato di persone vengono i brividi per il rischio corso ma onestamente il pensiero prevalente oggi è : come faranno a ripartire i ristoranti fra la paura delle persone e la necessità di garantire la sicurezza, sarà come andare in ospedale? E allora che ci si va a fare? Che fine faranno queste imprese e i lavoratori che vi sono impegnati.

L'8 marzo Pesaro è già zona rossa. Passeggio lungo il mare, c'è un sacco di gente, io con mia moglie passo alla larga ma c'è chi si addensa in capannelli, faccio foto con il telefonino saranno le ultime per diverse settimane. Emerge un focolaio di una virulenza impressionante pari alle località più colpite della Lombardia e del Veneto.

A due mesi da quell'inizio che ha cambiato tanto la nostra vita, dopo aver contato morti, salutato da lontano ma con il cuore amici e conoscenti, fatto video chiamate, call conference, smart working, è la nostra bestialità che ci rappresenta nel migliore dei modi: mettiamo il piede fuori come un lupo ferito che dopo la cura guardingo esce dalla gabbia. Si volta indietro un attimo a guardare chi lo ha salvato ma subito dopo torna nel fitto del bosco alla sua vita selvaggia. Mors tua vita mea. Un collare lo monitorerà. Homo homini lupus.

Nella vita ci vuole culo sia che tu sia un lupo o un uomo.

PS: un lupo vero è venuto a passeggiare in città e non è una brutta notizia!

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