14 maggio 2020

Genova parla all’Italia: la ricostruzione del ponte modello per il Paese che si rialza

  • Di Camilla Povia

Il sindaco Marco Bucci sottolinea inoltre l’importanza della Fondazione Ansaldo per il rilancio e la riqualificazione della Valpocevera

“Genova ha dimostrato come si deve reagire davanti alle tragedie e davanti alle emergenze. Questo vuol dire che quando una città si mette a lavorare si ottengono risultati incredibili”. Marco Bucci, sindaco di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione del Ponte Morandi crollato il 14 agosto 2018, è a un passo dal traguardo. “Il nuovo ponte, che dovrebbe essere inaugurato a luglio, è la dimostrazione che in Italia le cose si possono fare nei modi e nei tempi giusti. I genovesi sono dei mugugnoni ma poi quando ci sono emergenze come questa ci si mette a lavorare. Abbiamo messo su una struttura commissariale che in poco tempo e usufruendo di regole giuste, ha ricostruito un ponte. Qualcuno dice che non abbiamo osservato nessuna regola. Non è vero, noi abbiamo lavorato seguendo l’articolo 32 del codice degli appalti europeo. E’ stato la nostra bussola”.

Marco Bucci, sindaco di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione del Ponte Morandi

Marco Bucci, sindaco di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione del Ponte Morandi

E il codice degli appalti italiano?

“L’Italia con quel codice ha solo sovraccaricato le regole degli appalti europei, abbiamo una serie di norme che hanno solo complicato la vita a quelli bravi e non sono servite a tenere lontani quelli cattivi. I super controlli non servono a nulla, le cose devono solo partire col piede giusto. Poi dal nostro punto di vista è stato importante svolgere il lavoro in parallelo dal punto di vista tecnico e burocratico. Non aspettiamo che una cosa finisca per iniziarne un’altra, e questo ci ha permesso di accorciare di molto i tempi. Non da ultimo, ci siamo scelti le persone in base alle loro capacità e non in base all’appartenenza politica, persone che tengono al risultato e non soltanto alla partecipazione”.

Ma molti dicono che allargando le maglie di quelle regole, la mafia potrebbe infiltrarvisi. Non si aprirebbe la strada a una gestione illecita del sistema di aggiudicazione degli appalti pubblici?

“Non è vero e non capisco perché viene fuori, secondo me è solo invidia. Per esempio noi abbiamo trovato aziende che secondo il codice degli appalti italiano avrebbero potuto lavorare alla ricostruzione ma invece le abbiamo mandate via perché avevano qualcosa che non andava. Assieme alla Prefettura abbiamo messo in campo un sistema di controllo giornaliero delle presenze e abbiamo scoperto, incrociando i dati, che c’era gente in odore di mafia”.

La ricostruzione del ponte di Genova può essere un modello per gestire le conseguenze della pandemia da Coronavirus?

“Spero di sì. Il modello Genova non sono le ‘deroghe’, che sono state applicate poco. Ma le ‘regole’ degli appalti europei. Il Governo deve darsi da fare. Poi quando ci sono queste emergenze, come il Coronavirus o le crisi economiche, la ricetta che la storia ci ha sempre insegnato è che gli stati sovrani devono mettere una marea di investimenti pubblici. Servono per far girare il denaro, pagare gli stipendi e fare infrastrutture, così chi riceve soldi li rimette nel mercato e così via generando un loop positivo che consente all’economia di risalire. Lo dico chiaramente: senza grandi investimenti pubblici non si risale la china da una tragedia così grande. Questa è l’occasione per andare oltre le leggi di bilancio. Questo mi aspetto dallo Stato. Investimenti pubblici per far ripartire l’economia”.

È stato difficile conciliare i due ruoli, quello del sindaco e del commissario straordinario?

“All’inizio si ma ora le dico che è stata la decisione giusta. Onore a chi fatto questa scelta perché così c’è tutta l’amministrazione comunale a disposizione del commissario e questo ha facilitato enormemente il sistema e nello stesso tempo c’è la struttura commissariale a disposizione del sindaco. Tutte le volte che c’è stato un problema con la popolazione, si è cercato sempre di risolvere le cose a beneficio della città e della struttura. Il continuo allineamento tra i due ruoli è stato positivo e sinergico”.

Il momento più duro di questi due anni qual è stato?

“Sicuramente quando abbiamo avuto a che fare con l’amianto. E poi l’emergenza Coronavirus. Abbiamo deciso di andare avanti lo stesso e di non fermarci mai neanche un giorno, ci siamo presi la responsabilità di quello che stavamo facendo e per fortuna è andata bene perché non c’è stato nessun contagio”.

Il comune di Genova è tra i fondatori della Fondazione Ansaldo. Può dare secondo lei un contributo al rilancio e alla riqualificazione della Valpocevera, l’area industriale della città dove è crollato il ponte?

“La Fondazione Ansaldo è importantissima per la nostra città. Prima di tutto perché è la memoria e la tradizione di quella che è stata la Genova ad alta tecnologia. A metà dell’ottocento qui si è iniziato a fare le prime grosse macchine e Genova con l’Ansaldo era un po’ come la Silicon Valley di ora. E poi l’Ansaldo è sempre stata leader nella tecnologia, sia in campo meccanico che in campo ferroviario e navale, e ora anche nel campo energetico con le turbine. In più, la Fondazione Ansaldo ha un repertorio enorme di immagini, film e documentazione che adesso stiamo cercando di valorizzare ancora di più. L’idea è quella di fare un grande museo dell’impresa, lo stiamo organizzando e il contributo della Fondazione Ansaldo sarà fondamentale”.

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