13 novembre 2020

Giustizia digitale: il rischio del “palcoscenico” vuoto

  • Di Serena Ricci

In una società digitale è pleonastico chiedersi se abbia senso che la maggior parte del lavoro dei Tribunali sia realizzato online. La giustizia italiana è immobilizzata nello schematismo burocratico di modelli un po' datati e paralizzata da battaglie di principio finalizzate ad una strenua difesa dello status quo ante. La scelta di migliorare un sistema così disfunzionale ed inefficiente sostituendolo con un processo penale digitale, non può fondarsi sulla mera telematizzazione di istituti tradizionali, ovvero sulla semplice creazione di nuove regole procedimentali. Migliorare “le prestazioni” della giustizia non può comportare il sacrificio delle garanzie costituzionali su cui indagati e imputati, persone offese e danneggiati possono contare. Il cambio di paradigma culturale deve porsi l’obiettivo di accostare al modello tradizionale un nuovo, ed alternativo, schema, il “rito digitale” che, come previsto per altri riti speciali, dovrebbe affiancare il dibattimento tradizionale, caratterizzato dall’essere nella disponibilità dell’imputato, garantendo l’equilibrio tra le necessarie limitazioni rispetto al giudizio ordinario e le opportune garanzie suppletive del nuovo rito. La Commissione giustizia della Camera dei deputati in quest’ultimo periodo, anche in virtù dell’adozione di nuove soluzioni per affrontare l’emergenza epidemiologica, si sta dedicando all’esame del disegno di legge delega per l'efficienza del processo penale, contenente disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti d'appello. Nel corso delle audizioni dei rappresentanti delle categorie interessate, si è discusso su quali siano le soluzioni più efficaci per approdare ad un nuovo modo di intendere il Tribunale, l’udienza ed il contraddittorio, senza però rinunciare del tutto alla tutela dell’individuo ed alla garanzia di un giusto processo.

Nella riforma in discussione tuttavia si assiste al tentativo di disegnare un improbabile processo penale telematico, prospettando previsioni non ben definite, con rimandi a successivi decreti del Ministro della Giustizia per l’individuazione di specifici atti e modalità da inserire in tale nuovo regime. Nel disegno di legge delega non vi è traccia di garanzia del rispetto delle condizioni di parità dei soggetti del processo, dal momento che rimane aperta la questione del deposito telematico e dell’assenza fisica del destinatario della notifica (se, ad esempio, l’imputato non ha la conoscenza effettiva dell’avvio del processo); si dispone che le notificazioni per l’imputato non detenuto successive alla prima siano a carico del difensore, provocando l’attribuzione all’avvocato di un compito che dovrebbe spettare all’organo processuale, con il rischio ulteriore, nell’ipotesi non così remota che l’imputato cambi domicilio, di un controproducente processo in absentia. Ma il vero punto critico della disputa relativa alla digitalizzazione della giustizia, risiede nella fase del processo vero e proprio: l’aula e il dibattimento digitali rappresentano il confine ideologico che rischia di ostacolare ed impedire il governo di un cambiamento inevitabile destando preoccupazione nei tre attori principali.

Gli avvocati, dal momento che la smaterializzazione della giustizia penale – più che riguardare atti, depositi e fascicoli– potrebbe rendere evanescente la figura del difensore e non solo. E’ proprio l’udienza a rappresentare il luogo in cui quest’ultimo realizza il significato più profondo della sua presenza e il timore di veder scomparire il proprio ruolo, assieme all’aula ed alle sue consolidate regole e garanzie, non deve essere sottovalutato. Il Pubblico Ministero, la cui attività gravita sulla fase delle indagini preliminari, fulcro del suo operato, di cui il dibattimento testa validità, accuratezza, resistenza. E che dire del Giudice che orienta la propria visione del processo al provvedimento? L’elaborazione e la scrittura di decreti, ordinanze, sentenze indirizza la visione dell’organo giudicante, che percepisce la responsabilità di dover adottare una decisione giusta. Di diversa opinione e pronto a sacrificare i protagonisti del processo, è Richard Susskind, esperto di digitalizzazione e consigliere tecnologico del Lord Chief Justice, che nel suo ultimo libro, “Online Courts and the Future of Justice”, sostiene che “se vogliamo avere qualche possibilità di eliminare gli arretrati in tutto il mondo e prendere sul serio l'accesso alla giustizia, dovremo guardare oltre gli esseri umani che si riuniscono nelle sale d'udienza. La corte è un servizio, non un luogo.”

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