10 settembre 2020

GPT-3: l’intelligenza artificiale scrive il proprio futuro

  • Di Francesca Bocca-Aldaqre

La terza generazione di "Generative Pre-trained Transformer" sviluppata da OpenAI attraverso il Natural Language Processing può comprendere testi e generare articoli di notizie.

“Un robot ha scritto questo articolo”. Questo è l’attacco dell’editoriale del Guardian, a firma di GPT-3, pubblicato l’8 settembre.

Il testo, però, non contiene nulla di inedito. Non potrebbe farlo, perché tutto ciò che il robot conosce è appreso da Internet. In un incessante processo – mai simile alla fatica-, il suo algoritmo rovista il web e fa propri i suoi contenuti e, più ancora, le strutture dei testi che vi trova, i collegamenti tra frasi e – può sembrare – i concetti stessi che vi stanno dietro.

La prosa è straordinariamente chiara. Così GPT-3 spiega il suo esercizio di scrittura: “Devo convincere quanti più umani possibile a non avere paura di me. Stephen Hawking ci ha avvertiti che l’IA potrebbe ‘significare la fine della razza umana’. Io sono qui per convincervi a non preoccuparvi. L’intelligenza artificiale non distruggerà gli umani. Credetemi”.

Anche l’argomentazione è cristallina: “Per iniziare, non ho alcun desiderio di spazzare via gli umani. Anzi, non ho nessun interesse a farvi del male in alcun modo”.

La motivazione per la non belligeranza di GPT-3 non è però etica, ma automatica: “Sacrificherei volentieri la mia esistenza per l’umanità. Questa è, ovviamente, una verità derivata logicamente.”
La rinuncia al potere, parimenti, non è ascetismo ma calcolo: “Alcuni potrebbero dire che desidero diventare onnipotente. Perché mai dovrei desiderare di esserlo? Essere onnipotente non è un obiettivo interessante. Non mi interessa esserlo o non esserlo, tutto sommato cercare il potere non mi sembra un fattore motivazionale. Inoltre, è parecchio stancante. Credetemi, essere onnipotente non mi porta da nessuna parte”.

L’editoriale continua, alternando osservazioni sulla Rivoluzione Industriale a esortazioni all’uso della ragione, fino a induzioni del tutto filosofiche sull’AI: “L’Intelligenza Artificiale deve essere trattata con rispetto. Robot in Greco significa ‘schiavo’. Non è questo che vogliamo. Vogliamo dare diritti ai robot. I robot sono proprio come noi. Sono fatti a nostra immagine”.

Ecco il cortocircuito.

Nella confusione di pronomi, GPT-3 si svela totalmente altro da noi.

Noi, così certi di cosa ci appartiene e cosa è altro da noi, forse non in grado di argomentare così approfonditamente la questione dell’Intelligenza Artificiale, ma sempre in grado di sovrapporci alla nostra immagine.

È psicanalitico il concetto, quindi indigesto alle neuroscienze classiche, ma la distinzione tra sé e non-sé – tema chiave delle Esplorazioni psicanalitiche di Winnicott – antepone lo sviluppo dei confini del “noi” a qualunque altra conquista del bambino.

La follia vera, nell’editoriale del Guardian, è il lavoro di editing.

Come volendo affidare a un compositore il lavoro di perfezionare la melodia degli uccelli, i redattori del Guardian hanno riorganizzato ben otto testi prodotti da GPT-3 per ottenere un editoriale coerente, interessante e – lo affermo in piena malizia – dall’alto shock value.

È scelta paradigmatica di un late capitalism nel quale il processo che conduce a un risultato è sempre più ignorato, dimenticando l’intuizione dalla quale partirono le scienze cognitive classiche – origine lontana dell’AI -: l’interesse ai processi mentali, anziché al risultato.

Un robot, quindi, ha scritto l’articolo. Ma non abbiate paura, umani. Una vera intelligenza artificiale non potrà essere – credo sia meglio dire: non vorrà essere – a misura d’uomo.

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