10 gennaio 2020

I fattori abilitanti per accrescere il tasso di attivazione imprenditoriale

  • Di Michele Fronterrè

Lo sviluppo è funzione del numero di iniziative imprenditoriali, meglio se industriali perché le uniche che generano più impatto. Per avere più iniziative imprenditoriali occorre propensione al rischio, consapevolezza delle proprie capacità e di quelle del territorio in cui si opera, fiuto nel cogliere le opportunità. Questa la tesi, nella teoria.

Il mondo è veloce e complesso. E per farcela, nelle economie mature, bisogna passare attraverso l’innovazione. La tecnologia imbrigliata dentro l'eclettismo umanistico.

Guardiamo i numeri: i risultati dell’indagine PISA 2018. L’indagine – promossa dall’OCSE – valuta a livello internazionale le competenze di base dei giovani di 15 anni. Lettura, scienze e matematica. L’Italia peggiora ancora. È dietro a quasi tutti i paesi europei. In testa alla classifica ci sono i paesi dell’estremo oriente: Cina, Hong Kong, Singapore.

Guardiamo i risultati dell’analisi, condotta a livello internazionale, e pubblicata dall’osservatorio della Fondazione Aristide Merloni sulla propensione a intraprendere “Global Entrepreneurship Monitor”. La mappa riporta il tasso di attivazione imprenditoriale (TEA), ovvero la percentuale di persone (tra 20 e 65 anni) che ha appena intrapreso o intende avviare nel breve un’attività imprenditoriale.

Il confronto tra le due mappe mostra una forte correlazione tra il dinamismo imprenditoriale e le competenze di base degli studenti alle prove invalsi. Se guardiamo infatti ai paesi innovation driven, ovvero il mondo occidentale (Usa e Europa), dove le economie sono mature e l’attivazione imprenditoriale può attuarsi solo attraverso l’innovazione, vediamo che il tasso di attivazione imprenditoriale più elevato si registra negli Stati Uniti e in Canada dove gli studenti hanno ottenuto scores molto alti, rispettivamente di 495 e 516.

In Europa, si registrano scores più elevati muovendosi da est verso ovest e da sud verso nord. Un andamento analogo si osserva disaggregando i dati europei del tasso di attivazione imprenditoriale. Se mettiamo a confronto i valori TEA del 2017 di Italia, Grecia, Germania e Svezia abbiamo rispettivamente: 4.3 – 4.8 – 5.3 – 7.3; perfettamente allineati agli scores ottenuti dagli studenti negli stessi paesi: 477, 453, 500, 501.

L’Italia appare quanto mai ingessata: i figli di genitori imprenditori fanno gli imprenditori. I figli di genitori non imprenditori non fanno gli imprenditori. Nel 75% dei casi, le nuove iniziative (start-up) danno impiego ciascuna a un massimo di 3 persone.

La propensione a fare impresa è più alta tra chi ha redditi più bassi. Si tratta, quindi, di imprenditori per necessità e non per opportunità.

I principali ostacoli sono noti: l’intricata burocrazia, l’eccessiva imposizione fiscale e il difficile accesso al credito. Le indagini però mostrano come non andrebbero trascurati, tra i fattori abilitanti, la mancanza di cultura d’impresa e il trasferimento tecnologico in cui il nostro paese sconta un ritardo preoccupante. L’attivazione imprenditoriale nei settori hi-tech è infatti bassissima.

È indispensabile pertanto, partendo dalle scuole medie inferiori e superiori, offrire agli studenti attraverso un approccio interdisciplinare racconti di storie d’impresa che hanno permesso a un paese come l’Italia, privo di materie prime, di diventare uno dei paesi più sviluppati del mondo.

Occorre mostrare l’inventiva, il genius loci, la straordinarietà di uomini normali che, con la loro pervicacia, hanno inventato quelle cose piccole e belle che piacciono a tanti. Che è poi l’unica formula possibile come ci ha insegnato Carlo M. Cipolla.

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