21 ottobre 2020

Falcioni racconta Grassetti, pilota e uomo

  • Di Oriano Giovanelli

La “Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine, affonda le sue radici nella cultura industriale del 900 e in particolare nella civiltà della meccanica da cui discende quel secondo rinascimento che, come il primo, portò il nostro piccolo paese ai vertici dell’attenzione mondiale. Massimo Falcioni ha scritto per noi articoli bellissimi corredati da fantastiche immagini, che ci portano in quel mondo che accompagnava la produzione industriale con le competizioni motoristiche, auto e moto. Ora tocca a noi scrivere di lui o meglio di un suo prezioso lavoro: “Grassetti le corse il pilota è l'uomo”. Silvio Grassetti è della mia terra che è la stessa di Massimo, terra di moto, piloti e meccanici. Moto come Benelli, Moto B. Morbidelli, TM Racing nate in piccoli contesti che però diedero e danno il filo da torcere a quelle di grandi case. Piloti, come Luca Marini, Valentino Rossi, Ivan Lazzarini, Graziano Rossi, Eugenio Lazzarini, Enzo Lazzarini, Luciano Battisti, Ciccio Tausani, Silvio Grassetti, Paolo Campanelli, Augusto Baronciani, Paolo Baronciani, Tonino Benelli.

Alcune famiglie con più di un pilota in casa che è meglio non pensare alle loro mamme! Tutta gente che corre e ha corso. In particolare se chiedi a quelli ormai attempati perché lo hanno fatto in quegli anni dove nel sellino con il pilota era sempre accucciata la morte, ti diranno solo “perché Sì” perché non c'è niente di razionale nel salire su una moto per correre per dare del gas quando la ragione direbbe di chiuderlo. Istinto e ricerca del proprio limite anche interiore, adrenalina. Ma se potessero rifarlo lo rifarebbero da capo anche se portano sul fisico i segni indelebili di quelle lotte. Falcioni ricostruendo la vicenda umana e sportiva di Silvio Grassetti, il Leone di Montecchio, ci accompagna come Virgilio in quei gironi danteschi che è il mondo delle corse e delle corse di allora, dei “giorni del coraggio”. I cerchi in cui si collocano i vari personaggi sono i pazzeschi circuiti cittadini di Riccione, Cesenatico, Abazia, oppure Monza e Imola fino ai circuiti che, ben diversi nella loro natura, portano ancora oggi alla mente il rombo dei motori. Brno, Salzburgring, Hockenheim, Francorchamps, Assen. La differenza con la Divina Commedia è che inferno purgatorio e paradiso nel mondo di Grassetti sono mescolati fra loro come facce dello stesso prisma, non c'è distinzione fra il bene e il male, il torto e la ragione, la gioia e il dolore, la vita e la morte. Non voglio parlare a lungo di Silvio Grassetti che pure è il Dante della situazione, colui che cerca la sua strada e combatte perché non si chiuda mai davanti a sé nella lotta infinita per tornare a rivedere le stelle. Bisogna leggere il libro per entrare nel cuore del campione. Ma una cosa la voglio dire. Fin dalle prime pagine a me è apparso subito lo straordinario parallelismo fra Silvio Grassetti e Gilles Villeneuve.

Veloci, sempre oltre il limite dei loro mezzi meccanici, vittime di continue rotture, amarezze e giornate esaltanti, incidenti mortali. Grassetti ne supererà ben tre e chissà se ci abbia messo la mano quella madonnina che da ragazzo gli regalò il prete di Montegridolfo che mai lo dissuase dal correre, anzi tutt'altro. Campioni veri, diamanti grezzi, Re senza corona. Per i quali si può anche brutalmente dire che se la fortuna è cieca la sfiga ci vede benissimo. Tanto discreti fino alla timidezza fuori, è così dolce il temporeggiare di Silvio nel dichiararsi alla sua Marzia, quanto leoni indomabili in corsa.

Ma il libro è anche molto altro. È lo spaccato sociale di quel miracolo economico del dopo guerra che non è calato su di noi come una benedizione divina ma è figlio della miseria, del lavoro, della emigrazione (o schiavo, o brigante o emigrante), delle migliaia di botteghe che nascevano in ogni luogo, del rischio e della perseveranza, soprattutto del fare del saper fare dell'imparare a fare. È storia di grandi famiglie di imprenditori i Benelli, gli Agusta, i Morini, i Guzzi-Parodi-Ravelli, i Bianchi, i Boselli, Gellera. È storia dell’invasione nei primi anni sessanta di moto che venivano da un grande paese dell’Oriente, di meccanici con gli occhi a mandorla che, si diceva, venivano a rubare la nostra tecnica, il nostro sapere e poi lo rifacevano meglio. No non erano cinesi ma giapponesi che nessuno oggi guarda più con gli occhi di allora e fa certo strano per l'idea che abbiamo oggi del Giappone che avessero qualcosa di tecnologico di imparare da noi. Eppure nel secolo della meccanica fu così e non solo da parte del Sol Levante. È storia di una tradizione meccanica avanzatissima che cercava di resistere in Cecoslovacchia e in Germania dell'Est all’autarchia e alla burocrazia del modello sovietico. Corsi e ricorsi di una storia economica, di crisi, di competizione globale, di mutamento dei costumi con gli italiani che passano dalle due ruote alle quattro ruote rese economiche dall’arrivo della Fiat 600 e 500 dalla Bianchina. Questo lo ricordo bene, nella mia famiglia si passò dallo “Zigolo Guzzi” rosso fiammante alla Bianchina decappottabile. Un gran bel libro che può interessare anche chi non ha passione per le corse e per il canto di quei motori. Per quelli che la passionaccia invece ce l'hanno eccome il libro è davvero imperdibile. Oggi il mondo delle corse sembra solo la somma di piloti in copertina business e spettacolo. Ma è altro. Certamente è stato molto altro e questo libro ne rende degna testimonianza.

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