22 ottobre 2020

I giovani e i vecchi

  • Di Ginevra Leganza

Che l’età anagrafica non esista è pressoché certo. Al più esiste come superstizione. Buona come l’oroscopo per chi misura il tempo in giorni e non in attimi, utile a chi crede in amorosi contratti, bollette, documenti, scadenze, stipendi… L’anagrafe va bene per i semplici, schiavi dei numeri, che tutto sanno meno che l’essenziale: dividere l’inerzia dall’istante. In effetti, oggi, esistono i giovani vecchi. La patria ne è zeppa. E come se lo godono, lo Zeitgeist. Nietzsche aveva ben detto che si resta freschi a patto che l’anima non si stiri, non aneli mai alla pace. In tempo di quarantena, invece, quanti old signorini hanno trovato requie, iniziando a meditare. Molti sono i giovani immersi in nuova cogitabonda veste. Ebbene, se c’è voluta una pandemia per indurli a pensare, davvero ci si domanda cos’abbiano fatto per tutto il tempo precedente il morbo. Chissà. Non da una cattedra, ma dalla cameretta, il puer senex (con annesse amichette cassandre) spiega che dobbiamo stare attenti, dobbiamo riflettere e meditare, e ancora riflettere e ancora meditare, se non vogliamo rivivere la tragedia. Inoltre, il puer senex ama molto Vincenzo De Luca e sempre lo tempesta di like. Il giovane vecchio vuol spiegarci tutto: ha capito quasi niente. Lui resta a casa e, seconda ondata permettendo, torna di buon grado a leggere. A quanto pare in estate ha fatto incetta di libri sbagliati. Tanto per cominciare, gli si può suggerire un classico, magari 1984 di George Orwell, cosicché impari l’incanto del potere: far amare chi fa morire. Winston Smith, il protagonista del romanzo, si porge al boia, il Grande Fratello, con venerazione. Amando chi comanda, si muore nel contorno di un sacrificio perfetto. Ed è proprio questa la sorte del giovane vecchio: abbarbicarsi al divano sinché il divano non diventi loculo. Ammirare lo sceriffo di turno dal sofà, suggellando l’amore con una risata e il cuoricino rosso in margine a ogni video di De Luca (lui sì, ‘u viecchiu).

Vincenzo De Luca in una delle sue dirette Facebook. Ormai un conclamato meme.

Vincenzo De Luca in una delle sue dirette Facebook. Ormai un conclamato meme.

Il sacrificio inconsapevole riguarda proprio quel giovane divanista (per scelta o imposizione). Sia responsabile o ribelle davvero non conta. Chi subirà la scossa definitiva, sacrificandosi, è la rosa non ancora colta dal destino: il giovane. Tocca prenderne atto. Per strappare i vecchi a una morte non troppo prematura, si rinchiudono i sani, martiri ignari di un sacrificio epocale. Occupazione e istruzione, infette da anni, si riducono alla trasparenza dell’online e, nei casi più gravi, all’inesistenza. I vulnerabili sono i ventenni ridotti in cattività mentale. Cattivi, ormai, perché servi del terrore; incapaci di concepire un bene cui anelare, non liberi d’inventare un futuro.

Dov’è la patria se non si scorgono i padri, i vecchi appunto, pronti a vincere l’incubo della fine? Se occorre un sacrificio, chi con coraggio deve farsi sacro? Sarà che la vecchiaia – ipsa morbus – “ha preparato il cammino alla viltà” (Aristotele, Retorica), sarà che in senescenza al futuro non ci si pensa preferendo rievocare il passato. Eppure, a fronte di prodigiose eccezioni, l’età anagrafica resta superstizione. Tant’è che in mezzo ai nonnetti gagliardi, incuranti dell’obbligo di mascherina o desiderosi di invitare i nipoti per il tè, spiccano dei sapienti invero più audaci di tanti ligi sbarbati. Abbiamo letto le accorate parole di Giorgio Agamben. Abbiamo udito i versi ieratici di Giovanni Lindo Ferretti. E abbiamo ricordato quanto il pensiero prediliga il cervello dei fanciulli eterni, ritrosi alla vita autocertificata. Potessimo imparare da chi, a dispetto di ogni ruga, fiuta il presente e lo racconta. Potessimo imitare chi, pur rassegnato, a una paura malata sceglie sempre una sana incoscienza. Potessimo dar retta a chi, tirandosi su dal divano oltretombale, persegue una bella morte in luogo di un Ade vivente.

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