11 marzo 2020

I promessi untori

  • Di Camilla Povia

Intervista a Francesco Merlo

Nei giorni confusi del Coronavirus, in cui ciascuno di noi è costretto a restare a casa, Francesco Merlo rilegge i libri di Carlo Maria Cipolla. Ad ascoltare le notizie sui contagiati, i decessi e i guariti, a tutti verrebbe subito in mente la peste di Camus e di Manzoni e invece il cronista di Repubblica ci racconta quella descritta dall’economista italiano.

‘Carlo Maria Cipolla ha dedicato tantissimi libri alle epidemie e alle loro conseguenze socio-economiche: s’interrogava sul tema della sanità pubblica raccontando nei particolari l’organizzazione di un sistema sanitario, le battaglie e i conflitti tra i medici. Sono tutte cose molto attuali che in Manzoni non ritroviamo. Nei suoi testi, i medici e gli infermieri che trattavano i malati di peste avevano inventato una tuta di colore arancione che poteva essere indossata solo per un certo periodo, perché erano convinti, sbagliando, che la peste passasse attraverso i miasmi. C’era, e c’è tutt’oggi con il Coronavirus, un che di spettrale a essere curati da persone vestite in quel modo. Quelle tute rendono l’idea dell’epidemia. Anche perché se il medico si chiude nello scafandro, poi vi si chiude anche l’ospedale, poi sarà il turno della Regione e poi arriverà quello del Paese. Tutti chiusi nello scafandro'.

Alessandro Manzoni in un ritratto eseguito da Stefano Stampa nel 1848

Alessandro Manzoni in un ritratto eseguito da Stefano Stampa nel 1848

Temo quel tempo sia già arrivato. Siamo tutti immersi nella nevrosi collettiva di chi è contagiato e di chi contagia. Può esserlo chiunque di noi, chiunque accanto a noi.

‘Il concetto di untori è lo stesso della colonna infame, noi all’inizio della diffusione del virus abbiamo cominciato cercando gli untori e lo siamo diventati. Nel nostro caso l’untore è diventato il contagiato. Qui penso a Manzoni, che ovviamente dal punto di vista letterario è la ‘storia d’Italia’. Anche quando vediamo code davanti ai supermercati, davanti alle farmacie, pensiamo allo scrittore dei Promessi Sposi. E’ vero che negli assalti ai forni c’è il carattere degli italiani, c’è la folla in preda al panico che diventa feroce, la paura che trasforma la folla in ferocia, con la voglia di cercare i colpevoli. Ma da noi non ci sono assalti, sono solo file’.

Anche se qui la vera paura è che il nostro sistema sanitario non regga.

‘Ecco, Carlo Maria Cipolla era affascinato anche da questo. Le malattie endemiche così gravi e importanti mettono a dura prova il sistema sanitario nazionale che, ovviamente, per far fronte a quelle emergenze, deve organizzarsi. E lo scrittore economista ci racconta che quell’organizzazione, scaturita dalle epidemie, è rimasta nel dna della sanità sia in Toscana che in Lombardia e in Veneto. Ma al di là delle eccellenze, il problema di questa epidemia sono gli ospedali e le terapie intensive’.

Il frontespizio dei "Promessi Sposi"

Il frontespizio dei "Promessi Sposi"

Certo, in Cina hanno evitato un’ecatombe costruendo due ospedali in dieci giorni, completamente adibiti a terapia intensiva.

‘Noi non lo possiamo fare, non abbiamo strumenti economici né normativi, dunque cerchiamo di adeguarci con quello che abbiamo. A proposito di ospedali, mi viene in mente il forte rapporto che esiste tra architettura e malattia. Sin dal Lazzaretto di Milano, che bastava vederlo per pensare all’ineluttabilità della malattia, e sin dai sanatori, che con quell’aria umidiccia ti davano l’idea che la tubercolosi si potesse toccare con mano. Poi le cose con il tempo sono cambiate e arriviamo all’ospedale di Umberto Veronesi che nonostante fosse un oncologico, grazie alla sua architettura, al verde e alla luce, non ti dà l’idea del posto dove il corpo va a finire ma dove il corpo viene curato’.

E’ così. Infatti accanto all’idea di ‘ospedale’ spesso vi è quella di ‘redenzione’.

'Questo lo dobbiamo a Manzoni. Nei nostri ospedali ci sono croci e crocifissi ovunque, è l’idea cristiana che si fa largo quando si soffre: in quel momento si ritrova Dio. Ed è molto evidente anche nel fatto che prima che nascesse la figura dell’infermiere di professione, c’era la suora. Quando Togliatti, dopo l’attentato, disse che tra una suora e un infermiere sindacalizzato avrebbe scelto una suora, destò molto scandalo. Ma era presumibilmente molto vero, perché la suora si prendeva cura del malato con carità cristiana’.

Francesco Merlo, giornalista a Catania, a Milano, a Roma, per tredici anni inviato a Parigi, diciannove anni al “Corriere della Sera” e dal 2003 alla “Repubblica”. Foto di Cristiano Minichiello/AGF

Francesco Merlo, giornalista a Catania, a Milano, a Roma, per tredici anni inviato a Parigi, diciannove anni al “Corriere della Sera” e dal 2003 alla “Repubblica”. Foto di Cristiano Minichiello/AGF

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